Il sentiero degli dei

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Parole. Quelle parole che mette dappertutto tra sé e il mondo. Tra sé e gli altri. Parole come un vetro, lo sportello di un frigorifero, e lei dentro, congelata, una temperatura sicura. La tengono distante dalla realtà. Dal passato. Le muta aderente, termica, nella quale si protegge.

 

Lo fa anche adesso. Gioca con le parole. le proietta dappertutto, infila a forza in ogni spazio. Una rete, una gabbia. Quello che non vuole nominare, resta fuori, muto. Impotente. Congelato.

 

Lo fa anche adesso. Tra le mani il bicchiere, e dentro, opalescente giallo pallido, brillante.

 

Questo il segreto della vanità. Bere veleno da coppe d’oro.

Beve champagne da coppe di cristallo. Vino bianco da calici smerigliati. La pelle leggermente imbrunita profuma di legni indiani. Immobile, la finestra aperta accanto. Entra una brezza calda, uno scirocco, che, lo sa, porta con sé l’arrivo di Greta. A momenti. Bere veleno da coppe d’oro. Si bagna ancora le labbra. Immobile. Quell’immobilità. La vita ti trascorre davanti, ha imparato che si può vivere senza esserci. La vanità sgretola l’anima, la brucia.

Beve. I figli fuori.

Beve.

Fuori, fuori dalla finestra, un mondo che sembra lontano anni luce. I figli fuori. Li ricorda bambini. Ricorda la sensazione che provava. Come avere finalmente una cosa tutta sua. Ma non erano suoi. Ora no, e forse non lo erano stati mai. Ora fuori, lontani, le sembrano irraggiungibili, anche con il cuore. I suoi figli, nomi, parole. Come tutto il resto. Come non fossero mai stati niente per lei.

Beve.

Guarda fuori dalla finestra.

Sola. Sembra. Eppure se isolata sempre, sola non è mai.

C’è Greta. Da qualche parte, là fuori.

La stoffa del divano le pizzica la pelle dei gomiti. Lascia che la confusione del televisore la inondi, che l’audio a tutto volume riempia lo spazio vuoto della stanza, attorno a lei. Che le parole si perdano nella stanza, che occupino lo spazio che ha intorno. Immobile. Solo, si allunga lentamente verso la bottiglia, il risucchio dell’acqua del cestello del ghiaccio, e poi, quando è fuori del tutto, tra le sue mani leggera.

Beve.

Quasi vorrebbe..

La pioggia che batte sui vetri.

Mentre aspetta Greta si sente infima a provare quel desiderio. Greta si infradicerebbe sotto un’acquazzone. I ragazzi fuori si bagnerebbero. Sotto la pioggia che desidera lei.

Le piante sul piccolo terrazzo si bagnerebbero troppo. Marcirebbero i bulbi dei tulipani. Le foglie, gli steli della Setcreasea purpurea si bagnerebbero troppo. Marcirebbero. Come l’anima sua marcisce rosa dall’odio, e dall’invidia.

La sua vanità frustrata.

Beve, veleno da coppe d’oro. Le piacerebbe sentire ora il suono della pioggia che batte sui vetri. Sentirsi sicura, all’asciutto, in quel rumore. Come se ci fosse qualcuno che si possa occupare delle cose al posto suo. Come se ci fosse qualcuno che si possa occupare della casa, al posto suo. Sicura, protetta. Come se ci fosse qualcuno che possa occuparsi di lei. proteggerla, e tenerla al sicuro. Il suono della pioggia che batte sui vetri, come una coperta che l’avvolge.

Ad avvolgerla solo parole.

Tengono a distanza tutto il resto.

Se chiude gli occhi riesce a sentirlo. Il rumore di pioggia.

Beve. Si allunga di nuovo verso la bottiglia.

Anche allora era estate. Odori che rimangono impressi indelebili, nella memoria, come l’erba bagnata dopo un temporale, e quella frescura che scende su tutto, intorno.

Riempie il bicchiere,la sua una lentezza che la fa sentire morta.

Versa un altro bicchiere di vino, e questo è tutto.

Suo marito è fuori città, quando lui è a casa cerca di bere con più discrezione. Si versa da bere velocemente, forse cercando di non farsi notare. Ad ogni modo lui non la noterebbe. Lui non la nota.

 

Greta, seduta sul marciapiede. Il trucco marcato quasi le incolla le palpebre. Le pesa sugli occhi. Le ombre lunghe, sparpagliate intorno a lei, sull’asfalto. Lei, vento caldo le bacia il collo, smuove i capelli, scuri boccoli, sulla schiena. Come i capelli di sua madre. Smuove il vestito bianco panna. Sua madre. L’effetto che le fa quella città.

Quella città è tutta sua madre. Tutta la sua infanzia.

Una morsa nello stomaco. Prende a carezzarsi gli spessi capelli bruni, piano, con le dita sottili.

Smetti di toccarti i capelli. Le ha detto una volta Agata.

perché? Mi rende tranquilla.

Tranquilla. Qualcosa, una sensazione, che né Agata né Greta conoscono.

Tranquilla.

Perché, dovresti aver bisogno di sentirti tranquilla?

Aveva chiesto Agata, il bicchiere in mano.

È natale, no? Greta, alzando un sopracciglio. Agata non aveva saputo replicare.

Qualche ora passata insieme. I figli di Agata, suo marito. La mamma.

Suo figlio, ancora non c’era.

Greta, la sorella bella. Le sue scarpe da ginnastica, bianche, le lunghe gambe, da bambina, zampe d’uccello, stese, aspira un’altra boccata dalla sigaretta. Macchine sulla strada alzano nuvole di polvere. Si muove, lo sa, sempre ai margini sfocati della visione degli altri. Invisibile, inafferrabile. Lo è stata sempre. Quella che sta a guardare. Ricorda il giardino. Il viottolo che conduceva dal retro della casa al piccolo bosco della tenuta. Loro due, lei e Agata, lo chiamavano il sentiero degli dei.

 

La pioggia, quel suono. La pioggia che batte sui vetri. Dentro, quella sensazione. La tiene stretta, Agata. Poggia la testa allo schienale del divano. Il televisore, la seda. L’alcool, la seda. Tiene la coppa tra le mani con noncuranza. Dentro, quella sensazione, sempre legata a Greta.

Agata, Greta. Due sorelle. Due persone lontane. Accomunate solo dal fatto di avere contro lo stesso male.

Gli esseri umani sono così, si associano. Stretti l’un l’altro. Greta, stretta a lei, la pelle contro la sua pelle. Quando dentro casa nel buio, fuori contro i bagliori gialli dei lampioni la pioggia cadeva. Quelle notti passate, nel letto di Agata, a tenersi insieme, l’una all’altra e ognuna a se stessa, il contatto con il corpo dell’altro che definisce e limita il proprio, e fa sentire vivi. E fa sentire bene.

 

Il sentiero degli dei, disegnato come una biscia di ghiaia nell’erba. Sopra, tralicci di rose gialle, un soffitto amaro, i colori di una malattia. Verso il bosco. E lì, al bosco, sembrava un altro modo rispetto alla voliera nella quale erano richiuse. Loro, pavoni. Greta, da sempre, finge di non ricordare nulla. È la sua indifferenza che uccide Agata. Agata che su quei ricordi, contro quei ricordi, ha costruito la sua vita. Greta resta a guardare aspettando il pullman l’asfalto, guardare salire dalla piana breve distesa grigia, calore, aria bollente che deforma l’orizzonte. Seduta sul marciapiede, all’altezza dei bambini. Come è sempre stata. Come una bambina. Vedi, senza parole. Senti e non puoi spiegare.

 

Anche l’amore, per lei, troppa vanità. Sapeva che Greta era andata via per sottrarsi ai giudizi di sua madre. Per non finire come lei: morta dentro.

Felice fuori.

Bere veleno da coppe d’oro. Il televisore prosegue imperterrito la sua programmazione. E anche fuori, continua il sole a splendere in quel tramonto d’artigli, raggi, porpora. Come se non cambiasse, il fatto che lei fosse, a poco a poco, morta, ormai da anni.

Prima c’era Greta.

Prima aveva senso, continuare a stringersi assieme in quel bozzolo caldo, dove nessuno avrebbe potuto toccarle. Poi Greta era andata via. Poi lei si era sposata. Poi le cose erano semplicemente cambiate. E anche quella poca intimità che le era toccato poter provare nella vita, risucchiata, svanita. Eppure sempre c’era Greta in lei, da qualche parte. Così come una parte di lei Greta l’aveva portata via.

In quelle notti nel buio.

Quella notte, nel buio. Quando si erano separate, quando avevano cominciato a vedere le cose da distanze diverse. Greta, dalla finestra della stanza al secondo piano. Agata, sotto la pioggia, all’imbocco del sentiero.

Agata era quella buona. La maggiore, immolata. Quella buona.

Sii buona Agata, le diceva sua madre, portami un’aspirina. Agata, sii buona. Occupati di tua sorella. Agata. Agata, sii un tesoro, preparami un drink. Sii buona.

E se non lo fosse stata?

Se solo fosse stata diversa.

Quello che era stato era stato.

Domande che non ha senso farsi, e ha smesso presto di torturarsi, immaginare per sé una vita differente. No, non si culla più di fantasie, non si rode più di desiderio.

Solo, le parole, composte in frasi ossessive, restano. Fanno muro.

Bere veleno da coppe d’oro. Questa la vanità, piegarsi, a tutto, pur di farsi amare. Piegarsi a tutto. Anche al peggio. Anche a credere in una bugia. Anche a dimenticare di vivere. Esistere di luce riflessa. E invidiare e odiare. Perché lei sarebbe stata meglio, si, sarebbe stata meglio, se solo gliene avessero dato la possibilità.

Non sopporto i tuoi amici. Fanno lavori talmente interessanti. Sua sorella.

Non essere stupida, Greta fanno lavori qualunque.

Hanno costruito qualcosa, almeno.

Agli adulti capita.

Agata, pentita, subito, di quel che aveva detto.

Le guance di Greta in fiamme. Non aveva risposto nulla. Solo, forse: si. Può darsi. A me non è capitato, aveva pensato.

Tu sei libera. Aveva detto Agata passandole un braccio attorno alle spalle. Lo pensava sul serio.

 

Libera. L’autobus si ferma davanti a Greta sferragliando come un’anziana catarrosa sputa nel suo fazzoletto. Libera. Seduta dentro, guarda l’acqua, un rivolo dal tettuccio del bus, scivolare lungo il finestrino, seduta, osserva lungo il braccio, sulle pagine del libro, sul dorso della mano, riflessi, scaglie in movimento. Luce e ombra. Libera. I brividi, e la pelle le si accappona.

Le pare di sentire quei giochi di luce ed ombra anche sul viso. Li sente nella testa, come una musica.

Libera. Agata non sa di cosa parla.

Libera di scappare.

Da cosa?

Dal male, da sua madre. Libera, cambiare città, appartamento, macchina, paese. E non essere mai la stessa persona.

Agata non sa di cosa parla, lei, rimasta in città. Con il suo lavoro, i suoi figli, suo marito. E sua madre. Agata non è mai stata come lei, Agata era il letto di piume che inondava di lacrime di paura.

Libera di scappare.

Dal male.

Da suo padre.

Agata non sa di cosa parla. Agata che la stringeva a sé, da bambine, fingendo di proteggerla, proteggendo solo se stessa.

Eppure Greta l’amava.

Gli esseri umani sono così, si associano. Anche se sono diversi. Anche solo contro un nemico comune.

 

Libera. Agata lascia andare la bottiglia vuota nel secchiello del ghiaccio. Se potesse coprire davvero il suono del silenzio alzerebbe ancora l’audio della televisione. Ma ci sono rumore crudeli che non si sconfiggono nemmeno con uno spillone nei timpani. I silenzi atroci. Quella muta disapprovazione. Ha chiamato Greta quando lei, sua madre, stava per morire.

Cosa c’è che non va?

Aveva chiesto sua sorella.

Dove sei?

In giro.

Dove?

Cosa c’è che non va?

Agata era rimasta in silenzio. Forse lei non era forte più abbastanza da proteggerla. Forse Greta era troppo grande ormai, per essere protetta. Eppure, proteggerla, proteggere, era l’unico senso che era riuscita a dare alla sua vita. E senza, di lei, cosa sarebbe stato?

Si tratta della mamma.

Aveva detto.

È così che succede. Credi che non possano morire. Credi che siano immortali. I tuoi carnefici. Credi che non possano essere aggrediti, dalla vita. Credi che a loro non spetti la sorte degli altri esseri umani. E poi, avviene che l’asso sul quale ruota il tuo universo, per il quale hai sacrificato tutto, si spezzi. E resti a chiederti se qualcosa sia cambiato.

Sola. Sola, ma con Greta.

Cosa, si erano allora illuse di essere libere?

Mai quanto allora Agata aveva compreso il male che le era stato fatto. Quella madre le era entrata dentro. Polverizzato il suo volere, divorato la sua personalità. Le aveva portato via il suo corpo.

Ma tutto si perdona ad una madre. Anche il rumore del silenzio.

Tutto. E si baciano le mani che ti hanno gonfiato di schiaffi le guance.

Tutto si perdona ad una madre.

Anche di essere stata complice del padre. Anche quella vanità, che le aveva impedito di parlare. Che l’aveva costretta ad accettare che il marito, alla moglie preferiva le figlie.

Ad una madre si perdona tutto, e tutto si perdona ad un padre.

Sì.

Allora Agata si era illusa di essere libera. Sua madre moriva, e lei aspettava che le morisse il male dentro.

Stappa una bottiglia. Distrattamente tra le labbra, piano, infila un acino rosso d’uva nera. Duro, una sfera perfetta.

Beve sull’amaro dei semi.

Il male, dentro, era sopravvissuto.

 

Corre l’autobus tra gli scossoni. Continua, Greta, a giocare con i giochi della luce e dell’acqua. Scappata. Da quella casa. Da quel segreto. Da quel silenzio. Forse le era occorsa più forza, che a rimanere. Ma se quella forza l’aveva avuta era perché Agata, gliel’aveva trasmessa.

Agata, la forza della sopportazione.

Come sopporta suo marito. E i suoi figli.

Agata, la forza del sacrificio.

Agata che sopporta la propria vita, immobile. Senza cercare di opporsi, cambiarla. E, Greta lo sa, quella fuga non ha fine. Non si scappa dai ricordi.

La invidia.

Perché crede che lei, in fondo, abbia tutto. Mai il bisogno di cambiare panorama, vita, per quietare i demoni che legano. A volte i legami sono demoni. Ricordi. Rumore di pioggia suoi vetri. Per tutta la notte. E quei giochi di luce ed ombra al mattino, sui muri.

Il mattino che aveva seguito quella notte. Quando tutto era cambiato, e tutto rimasto uguale.

Giochi di luce.

Gli stessi che adesso vede sulle parole stampate del libro che tiene sulle ginocchia. Immobile. Potersi fermare, una volta, per un minuto soltanto. Senza torturare i suoi capelli. Greta, quella bella.

Ricciuta come il suo carattere, e le sue espressioni, e il suo disincanto e parole taglienti. Quella bella. Bella come sua madre. Morta ora, non le aveva liberate. E vicina, Greta, nell’orbita della città dove è nata, sente ancora, nella pancia quell’angoscia. Come una palla di gomma. La paura.

La paura.

 

Agata, secca, abbronzata. Sul divano. Seduta. Non ragiona, ma pensa, non riflette, ma nella testa i pensieri come saette. Più violenti dello schermo del televisore, più cruenti di quel rumore. Ricorda. Spezzata a metà. Compiacere, solo, vivere per gli altri. E quando gli altri non ci sono bere. Beve. E ora che sua madre non c’è più, bere. Aspettare, con la colpa nel cuore, quel momento. Quello in cui credeva sarebbe stato possibile dimenticare. Gli occhi, lo sguardo di sua madre. Quella pretesa, quell’odio. Rovinare. Rovinare tutto quello che hanno gli altri. Tutto quello che gli altri sono.

E proteggere Greta, se non da suo padre da sua madre almeno. Come se Greta potesse essere quella parte di lei piccola che non avevano potuto toccare. L’avevano fatto invece, alla fine.

L’avevano fatto quella notte, lei e sua madre, insieme.

Ansiosa di risolvere i problemi di Greta.

Poi, disperata quando l’aveva vista andare. Con Greta partiva la sua vita vera.

Quella che viveva attraverso la sorella minore.

Tua nonna ti guarda da una stellina, ora, fai la brava. Aveva detto Agata a sua figlia. Dentro moriva, moriva ogni volta che pensava a sua madre. Ora per sempre lassù, ogni notte a giudicare.

No, non le aveva liberate morendo. Come suo padre non le aveva liberate morendo. Solo, lassù nel firmamento aveva posto i suoi occhi lì, dove avrebbero potuto guardarla sempre. Guardarla come la guardava lui.

 

È il destino della gente sempre in viaggio: dover creare un’intimità tanto profonda quanto fittizia in poche ore. Doversi costringere a credere di conoscersi l’un l’altro. Non poter mai reggere quella bugia abbastanza a lungo. Il destino di Greta. Scappare dal senso di colpa. sua sorella, l’anima sacrificata, che l’aveva stretta nella morsa del “dover essere felice”. Ma l’una conosce l’altra ben più di quanto entrambe conoscano se stesse, e non si agisce mai solo per affetto, mai solo per amore. Quella mescolanza di odio, invidia, rabbia. Quella che sente Greta, quella che sente Agata.

Ma si è quel che si sente. Un ammasso di sensazioni, a cui non si può dare un nome, che si finisce per amare come la propria carne, fino ad amare l’odio, la costrizione e la paura. Senza, sentirsi persi.

Trovare un po’ di respiro, quando la mente si allontana, deviata, corrotta dall’alcool, oppure vestendo i panni della persona che gli altri credono tu sia. Piegarsi è un compromesso, la fuga è un compromesso, correre dietro alla propria ombra senza poter vedere mai il proprio viso, e rendersi conto che non esiste un posto, da qualche parte, su questa terra, o in un qualche sogno ad occhi aperti, dove l’anima non ti segua per ricordarti quello che sei veramente.

È il destino della gente sempre in viaggio, il destino di Greta, quelle persone con le quali continuamente è a contatto, ma mai del tutto, mai veramente, la trattano come se la conoscessero. O meglio, come se in lei non ci fosse niente da conoscere, niente di più di quel che era in quell’istante, solo: Greta, solo, il suo nome pronunciato in quel momento. Quelle persone.

Che rimanevano dentro poi, nella testa. Parte ormai di un mondo andato, costellazioni di ricordi, frammenti d’immagini. Nulla che tu possa stringere. Un mondo di fantasia, quello nel quale desiderava vivere. E tutti i moti interiori che le triturano le ossa, a volte, quelle persone, non li conoscono. E la realtà, è solo quel che tutti vedono, nulla di quel che c’è dentro, sotto, ne fa parte. Questo il suo modo di addormentare i demoni.

Libera, libera di prendere la forma che gli altri, ognuno degli altri, le proietta addosso, di tenerla con sé, un bel vestito che pare cambiare quello che sei, appena per il tempo in cui quella forma non andava a cozzare con la paura.

Si vive per gli altri. Per loro colpa o per loro merito.

 

Paura che quella forma diventi tutto quello che sei.

 

Parole. sono liste stampate su di un dizionario, per una persona senz’anima. Per un morto, le parole sono neutre. Rapporti. Lettere, segni vuoti. Metti la tua briglia dove puoi, quel che resta fuori, sei libera di lasciarlo andare.

E decidi di non dare nome ai sentimenti che non vuoi provare.

Lecca le sue labbra. Il bruciore alle gengive, sparito. Una connessione nella testa, saltata, e il suo stato fisico non ha più nessuna importanza.

Come ora non importa più chi era sua madre. Chi era suo padre. La mamma è morta, e fino alla fine lei gli è stata accanto. Lei, in fondo, è quella buona. Averla anziana e fragile, tra le mani. Averla tra le braccia vulnerabile. La più grande tortura per Agata, combattere contro il senso di colpa. Tormentata dal desiderio di umiliarla, a sua volta, adesso. E non poterlo fare.

 

E qualche volta vorresti cambiare, ma non puoi. La vita, una condanna a cui ti aggrappi, come il male che ami, come quello che sei.

Solo, momenti. Uno dietro l’altro, come una catenella, che a volte stringe troppo attorno al collo, e sei sul punto di soffocare. Scappi più lontano per sfuggire a quel collare.

Scappa anche da Agata. Dalla vita di Agata.

Ami di te stessa quella cosa che resta quando ti liberi della forma che ti hanno dato gli altri.

Ora cammina, una formica tra palazzi immensi. Ferma all’incrocio, sotto il semaforo. È sempre più facile trovare la strada se si è disposti a perdersi. Se ci si trova in un luogo che non si conosce.

Queste strade, invece, talmente piene di significato che trasudano ricordi. Greta svolta a destra a passo fermo. Imbocca la strada, stretta.

Ancora qualche passo e sarà a casa di sua sorella.

Agata la definisce in negativo. Sua sorella vive la vita che lei non vuole e non può vivere.

Il ritmo del loro respiro, insieme, che ora per sempre sarà un’intermittenza. E dove non c’è una, c’è l’altra.

Gli esseri umani, si associano.

Ci si tiene uniti per ricordare a se stessi in virtù di cosa si è scelta la propria vita.

La paura, quello che la salva dal vivere la vita di sua sorella. Lei, Greta, non è nessuno, e niente, solo cinque lettere una dietro l’altra.

Agata, lei è tutte le cose che fa, e nient’altro. Meglio essere nessuno.

 

Ecco, Agata aspetta. L’alcool le mette in moto il cervello. La riporta rapida, veloce, alla persona che sa di essere. Sulla carta. Madre premurosa, correttore di bozze, non fumatrice. Moglie che sopporta stoicamente il sacrificio che il successo di suo marito le impone.

Come sua madre. Una donna in vista. Come sua madre. Rassegnata. Come lei alcolizzata. Lei, sua madre, indaffarata, sempre, troppo, e sempre addosso quell’aria annoiata, lasciva. Veleno da coppe d’oro. Sua madre non l’ha mai notata. Agata, sempre solo una scontata presenza in casa. Solo: sapeva badare a se stessa, aveva imparato. Sapeva badare a Greta, e per questo la odia e l’ama. Sapeva badare a sua madre. Agata, che si occupava del mondo banale, quello di tutti i giorni, scontato, qualsiasi, dove vivono quelli che non hanno fantasia, o fascino, l’unico al quale lei potesse accedere. Lei, bruttina, ubbidiente, intelligente: la peggiore delle maledizioni. Senza spina dorsale, diceva sua madre, con crudeltà la umiliava, per punirla. Per ridimensionarla.

Ma non era colpa di nessuno.

Pioggia sui vetri, chiudere gli occhi, ed evocare ancora una volta gli eventi di quella notte. Tornano le ombre. Piangere, forse solo per liberarle. Piangere nonostante il vino. È solo una lacrima, rivolo caldo, lento che le scende su una guancia.

Non piangere, ti si disfa il trucco.

Quante volte aveva sentito sua madre dirlo alla se stessa riflessa nello specchio. Piangeva, allora, sua madre, perché loro erano sbagliate. Perché lei, Agata, era sbagliata. E la sua vita, anche, tutta sbagliata.

E le parole che diceva erano scariche elettriche, il dolore più acuto che avesse mai provato. Le parole che diceva.

La sua vita tutta sbagliata.

Allora Agata credeva davvero che sua madre piangesse per quelle ragioni. Ora sa: piangeva perché, come lei adesso, soffriva.

 

Ma non era colpa di nessuno.

E, strano, ora che l’alcool le distende i nervi e le restituisce pace, si rende conto che anche se fosse colpa di qualcuno non le importerebbe.

 

Qualche volta, l’atmosfera era stata diversa. Qualche volta avevano giocato Greta e Agata, che non avesse importanza. Che il passato non fosse reale.

Ma non ne avevano parlato mai.

Solo, tenersi su di uno snobismo ironico, insieme, contro gli altri, come era sempre stato.

Il punto è questo, Diceva allora Agata, studiando i riverberi della luce nel suo whisky, c’è veramente una ragione per la quale non si debba affrontare qualsiasi forma di rapporto o contatto con gli altri nella mediazione dell’alcool?

Sai rispondere?

Greta, appena tornata dalla Thailandia aveva attaccato la scabbia a sua sorella, e ora poteva godere della sua compagnia poiché era la sola disposta a frequentarla.

Avevano riso. Agata sapeva parlare. Greta non la prendeva sul serio.

No davvero. Proseguiva Agata, ascolta: il senso potrebbe essere che è la forma di suicidio più lenta, sociale, socievole, socialmente accettabile e condivisa a cui può aspirare un organismo già morto.

Greta aveva riso ancora. Agata aveva acceso due sigarette e gliene aveva passata una.

Allora, aveva continuato, giunta al climax, ogni volta che bevo potrei spiegarmi questo comportamento dicendo che sto testando questa teoria.

Smetti. Greta, le mani tra i capelli.

Perché?

Greta aveva mandato giù una bella sorsata di whisky.

Odio quando fai così. Ma sorrideva.

Come?

Quando dici cose che non capisco, mi fai sentire un’idiota.

Dimmi qualcosa tu allora.

Ma io non ho nulla da dire.

Mi hai appena attaccato la scabbia perché sei tornata dalla Thailandia, devi aver qualcosa da dire per forza.

Ma sono.. un gesto, per afferrare qualcosa che voleva solo allontanare. Cupezza negli occhi.

Cosa?

Sempre le solite cose, sui viaggi, e il giornale.

Tipo cosa?

Tipo, lo sai, sono lì, vedo il mondo, e.. lì, fuori, nel mondo, mi scordo di essere alla disperata ricerca di una ragione per tenermi in vita. Ma poi torno.

Greta aveva guardato sua sorella. I suoi occhi riflettevano un segreto fitto come una pioggia estiva che batte incessante nella testa di entrambe.

Poi torno. Aveva ripetuto. Questo tipo di cose, aveva concluso.

 

Gridavano, dall’altra stanza. Quella notte che Greta finge di non ricordare, che Agata non può dimenticare. Gridavano.

Notte di pioggia. Odore penetrante, dappertutto un rombo attutito. Frusciavano i lembi degli alberi. Le ombre, dappertutto, sui muri.

Gridavano dall’altra stanza.

Dove vai? Chiedeva sua madre.

Sbronza forse. Probabilmente. Erano sbronzi sempre. Come Agata.

Dove vai? Chiedeva, gridava.

Poi: sei un mostro, un mostro. Cosa hanno loro che io non ho?

Lui doveva aver gettato a terra qualcosa. un fracasso infernale.

Agata, senza espressione. Agata, già rinchiusa nel suo modo. Nella sua paralisi emotiva. Indifferente. Remissiva. Agata già morta.

 

Agata aveva accompagnato sua madre alla fine. E per come stavano le cose, i segreti che sua madre aveva portato via con sé sarebbero rimasti sepolti per sempre.

Assieme ad Agata, tredici anni, quella notte.

La fine era arrivata lenta, noiosa. Arrivata prima che finisse.

La mamma era diventata uno scheletro pallido e ridente. Poi solo uno scheletro. Il suo ghigno era stato un sorriso, un tempo, di scherno. Poi, aveva perso significato. E tra loro solo parole. L’oscurità rinchiusa nella cantina di una casa dalla quale si erano trasferite.

Mi spiace per gli sbagli che ho fatto, Agata. aveva detto sua madre, perché arrivava la fine.

Lei l’aveva baciata sulla fronte.

Non importa. Aveva detto pacata.

Importa, invece.

Tutti facciamo degli sbagli mamma

Stava morendo. Flebile, la stretta, le dita asciutte. Sarebbero presto state gelide. Agata guardava quelle palpebre sottili, lucide come strisce lasciate da una lumaca su carta gialla.

Assolvimi, l’aveva pregata sua madre allora. Ultima fiamma negli occhi opachi.

Non posso. Aveva risposto Agata.

Le parole che ti penti di aver detto.

 

Quella notte, notte di pioggia, gridavano. Agata ferma, nelle viscere niente più ormai che fosse un’anima. Quella, scomparsa.

Solo Greta, nell’oscurità vaga di una lampada da comodino, tremava.

 

Sua madre si era gettata contro la loro porta. L’aveva richiusa. E allora s’erano sentite altre grida. Agata aveva preso Greta tra le braccia. loro. Insieme. Sempre. Una l‘ombra dell’altra. L’altra l’innocenza dell’una. E l’una senza l’altra, non lo sapevano allora, ma non sarebbero esistite mai.

Teneva la testa di Greta sul petto Agata, il respiro regolare cullava la sorella minore. Calma. Aspettava che capitasse qualcosa, da un momento all’altro.

Si aspettava che la porta si spalancasse, una lingua di luce cruda sul pavimento, lì, ritagliata una sagoma, ma sua madre aveva detto qualcosa. Un sibilo. La vanità.

 

Corrode la bellezza. La giovinezza. La dignità, l’amore.

 

La vanità.

Quella notte forse quella cieca fredda vanità le aveva salvate.

 

Sì sua madre aveva sibilato qualcosa, in corridoio. Probabilmente a terra. E c’era stato silenzio. Solo, il rumore di pioggia.

Si aspettava che sarebbe entrato nella stanza. Da un momento all’altro.

Ma suo padre aveva imboccato le scale e fatto due piani di corsa.

E sua madre, rapida, l’aveva seguito.

 

Greta fingeva di non ricordarla quella notte. Fingeva di non ricordare nulla. Fingeva tanto bene che spesso, davvero, non ricordava. In fondo, la sua vita, un legarsi di eventi, sconnesso, irregolare.

La vertigine dello spazio e del tempo, finisci, per il giornale, la gazzetta, dappertutto. Ti fermi abbastanza.

Ti fermi abbastanza ma mai del tutto.

Fai un figlio con un uomo, credi di essere innamorata, sei segretamente affascinata da un altro, non vuoi sposarti, lasci il primo, credi che l’altro sia diverso, poi è come tutti, come quelli della tua famiglia, quelli che vogliono una famiglia. Quelli che sia appropriano delle persone per essere vivi. Quelli da cui non fai altro che scappare. Sbologni tuo figlio a suo padre, che è un frustrato, però lo ama. Lo ama perché ti ama. Ti amerà sempre, sai che non lo amerai mai.

Tuo figlio invece ti odia. Del resto non sei pronta ad avere figli, non lo sarai mai. Ti rifiuti.

Quell’altro ti segue per un po’, cerca di vivere la vita di un’articolista squattrinata ma non ci riesce, cerca di farti abbandonare la tua vita di articolista squattrinata, ma non ci riesce. Si rassegna e scompare dal panorama, come tutto il resto. Distese erbose, boscose, pianure di fitti fili d’erba, pianure secche, laghi, e fiumi che seguono la ferrovia, nebbia sterpi grani lavanda e culture. Boschi di betulle. Fuori dai finestrini dei camper e fuoristrada. Di trani e pullman. Il panorama, tutto inghiottito dal tempo, e basta un secondo. Tutto, in un attimo, lontano, ma lasciarsi il mondo intero alle spalle è impossibile. Allora incontri un francese che odia i francesi.

Lui è tanto più vecchio, bevete troppo, ma partite comunque per l’America latina. Scappi di notte dalla tenda, ti ritrovi in Europa grazie ad un polacco. A Danzika va bene solo per un paio di mesi. Tu troppo diversa, lui troppo geloso, gli uomini troppo interessati, le donne troppo fredde, melliflue e invidiose, forse solo tu troppo sbagliata.

Porti regali a tuo figlio, lui ancora nella fase in cui sei tutto ciò che gli interessa, tutto quel che vorrebbe avere. Poi cambia. Vede spesso sua zia, che è diversa, da te, da tutto quello che in te l’ha fatto soffrire. L’opposto di te. Questo ti ferisce. Lui ti ferisce. Lo vedi sempre meno, parti sempre più spesso. Consegni gli articoli. Vedi tuo figlio a Natale.

Ti innamori, lui un ragazzo tedesco più giovane al quale non parli della tua vita, al quale non parli di nulla, e realizzi allora di essere forte, e di avercela fatta. In linea di massima, ferma, finalmente, in Germania. Per qualche mese. Finchè non trovi un’estate un impiego come cameriera in un bar, a Parigi, e parti ancora poi, apprendista a Aux En Provence. E via di seguito. Amore che va e viene, lavoro: lo stesso. Trasportata avanti un pezzetto alla volta. E ti rendi conto che se la terra è una sfera stai girando in tondo. Più avanti vai più cacci indietro tuo padre, i ricordi che ti seguono dappertutto, anche se soffochi qualsiasi sentimento, anche se strozzi te stessa.

Anche se la catena di momenti ti strozza.

Segui una curva infinita, e credi di mettere sempre più chilometri tra te e tuo padre, te e tuo figlio.

Te e tua sorella. Poi capita che la vai a trovare.

 

Avevano visto lui correre sconnesso, una marionetta mal legata giù, in giardino, dirigersi sicuro verso il sentiero degli dei. La macchina era poco lontana. Chissà dove sarebbe voluto andare. Dove sarebbe arrivato. Forse, avrebbero vissuto una vita diversa, se fosse arrivato. Dietro esile, la figura della madre, la camicia da notte bianca appiccicata addosso zuppa. Agata non aveva visto. Agata era corsa giù. Li aveva seguiti.

Ma Greta era rimasta alla finestra.

La mamma l’aveva spinto con violenza, a due mani. E lui, era caduto. Il capo su una pietra. Non s’era alzato più, ma lì, a terra, nel fango, si dibatteva. Allora Agata, i capelli sciolti sulle spalle, era apparsa.

Allora Agata, come mai prima il batticuore.

Lui, nel fango, supino. Sangue dalla testa.

 

Agata, un televisore e un altro bicchiere di vino. Agata e Greta. Loro, insieme, uccelli in voliera, inseparabili. I volti, maschere senza espressione, tra sbarre di gabbia. Seguivano dal giardino, sedute su una delle panchine del sentiero degli dei, i voli rapidi degli uccelli liberi. Ognuna pensava alle sue cose, entrambe pensavano a niente. Agata ricorda quei momenti, sotto un tetto di rose gialle, immerse nell’odore di limoni bitorzoluti e dolci. Da quando Greta era venuta al mondo Agata non era più stata sola.

Da quando Greta era venuta al mondo, loro, inseparabili, rinchiuse in quel giardino come uccelli in voliera, tra steli d’erba, quando erano sdraiate sui prati, i volti che si sfioravano all’altezza delle tempie, guancia a guancia. Agata ricorda quei giorni. Fiori le circondavano, da così vicino, da così in basso, sembravano giganteschi, minacciosi contro il sole. Labirinti di sassi, giochi da bambini: il loro mondo di fantasia.

 

Era scivolato. Aveva battuto la testa. A questo tutti avevano creduto.

Steso a terra, nel fango, supino respirava male. La piaggio continuava a battere incessante, un mantello, frecce dalle punte acuminate, scagliate su ogni cosa. Agata era corsa giù, la scala a chiocciola come in un incubo sembrava non dovesse terminare mai. I piedi le erano affondati nell’erba bagnata, poi sulla ghiaia, fuori, sotto l’acqua, fredda, erano sassate sul capo e le spalle. Da sopra Greta, vedeva tutto.

Quel rumore assordante, che dentro la loro stanza era ottuso, lì, fuori, tra gli alberi nella notte in giardino, feriva i timpani, scuoteva il cervello.

Sua madre era lì. L’aveva guardata. Suo padre, sdraiato si era voltato, la pancia e le mani nel fango, faceva forza sulle braccia muscolose, nude, per alzarsi. E allora il piede nudo di sua madre l’aveva spinto a terra. Gli aveva messo il piede sulla nuca, e aveva spinto. Si era dibattuto a lungo, Greta, dall’altro del secondo piano vedeva Agata, in piedi, impotente. Sotto la pioggia.

Suo padre soffocava nel fango.

 

E Ora, i boccoli scuri tinti del rosso riverbero del sole che cala, attorno al viso, le pizzicano il naso appuntito. Si porterebbe le mani al collo, se non sapesse, che la catena che le stringe la gola è dentro. Dalla finestra del primo piano, le luci accese, provengono voci sconnesse da un televisore. Ora, deve solo citofonare. O gridare dalla strada, come piace a lei e a sua sorella non piace. E quando lo fa, ogni volta si stizzisce e poi la sgrida. E poi la perdona, troppo felice di vederla. Agata, sempre capace di grandi discorsi, quando è con lei non ha bisogno di parlare.

Allora Greta non sa più se anche da lei deve scappare.

La morsa alla gola. Quella catena. Il corpo che ti prega di fuggire.

La paura.

Sopravviverai?

Così l’aveva salutata Agata la prima volta che era partita.

Lo chiedeva a se stessa.

Tu, Greta, Sopravviverai?

Si era sciolta dall’abbraccio.

Non siamo già, delle sopravvissute? Aveva chiesto.

 

Aveva smesso di dibattersi, suo padre, Agata pietrificata.

Allora erano affiorate le parole. Relitti: il naufragio della sua infanzia. Era morto, infine, il primo uomo che mai l’avesse amata. L’ardore febbrile sulle guance stemperato, poi spento, per sempre, da quella pioggia. Il bene, per lei, da quel momento, indissolubilmente legato al male.

 

Come quel rumore. Pioggia che batte sui vetri.

Euforia, quiete, insieme.

 

Morto, nel fango. Caduto scivolato, aveva battuto la testa. Doveva essere caduto a faccia in giù. Era quel che tutti avevano creduto. Troppo sbronzo per sollevarsi, per reagire. Aveva ingoiato fango. S’era forse dibattuto, ma il colpo alla testa, e i tranquillanti, e l’alcool, gliel’avevano impedito. Era quello che aveva raccontato sua madre. Sua madre. L’aveva fatto per sé.

Era soffocato nel fango, lungo il vialetto che portava, sotto tralci di rose gialle e passiflora, più in là, al principio del piccolo bosco della tenuta. Soffocato nel fango. Lungo il viale. Le bambine lo chiamavano “Il sentiero degli dei”.

 

Greta suona il campanello. Il sole era tramontato, aveva lasciato il cielo, una distesa gonfia, un lievito color carne andata a male. Sulla sua testa, oltre i tetti. Agata si affaccia alla finestra della cucina, si sporge verso la strada. Le guance troppo rosse ma i capelli in ordine. Greta rimane a guardarla, da basso. Capelli scarruffati, bambina eterna, stringe gli occhi, mette a fuoco.

Mi sei mancata. Agata, dall’alto.

Per questo sono tornata. Risponde lei, sorridendo.

 

 

 

 

 

 

 

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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