Il mito dei caduti.

 

Giunse il cavaliere

sul limitare del bosco

ed incontrò il poeta con la sua cetra.

 

“Poeta,” lo chiamò.

“A lungo ti ho cercato,

in me ci sono passioni

che non so dire,

ho bisogno delle tue parole.”

 

“Vuoi forse che metta in poesia

il tuono della guerra,

i trofei che portasti via

alle genti remote e nemiche?”

 

“No, non è questo,”

disse il cavaliere.

 

“Vuoi che canti le gloriose gesta

e gli assalti, lancia in resta,

ai temibili guerrieri,

ai mercenari,

agli infedeli?”

 

“Neanche di questo si tratta,”

disse il cavaliere.

 

Sorrise il poeta.

“Dunque è la tua bella

che devo cantare,

spetta al poeta lodare

la tenerezza della sua bocca,

lo splendere degli occhi,

il dolce cuore?”

 

“No, poeta,”

disse il cavaliere.

“Abbandona queste parole.

Sono tutte false.

Non è questo che devi cantare.”

 

Il poeta lo guardò sorpreso.

“Vuoi che canti il vero?

Questo è un gioco pericoloso.

Se lo faccio, cavaliere,

non avremo più riposo.”

 

“Canta, poeta,

di ciò che feci,

quando la guerra intrapresi.

Canta della terribile realtà

E non aver mai tema

Della verità.”

 

Così il poeta scrisse

una canzone triste e immane.

 

“Questa è la verità che rimane.

Canto di un giovane soldato

che aveva vinto molti duelli

un giovane bello tra i belli,

che brillava per l’onore e la lealtà,

che si distingueva per ardore,

che mai incontrò la voluttà.

Egli era puro come il sangue

di un bambino,

di ironica arguzia, d’intelletto fino,

egli era un idealista e sognatore

e partì alla conquista

nel nome del Signore.

In guerra rifulse tra gli altri,

il suo nome divenne temuto.

Ma quando la guerra finì,

capì che nessuno

l’avrebbe riconosciuto.

Sulla sponda di un lago

si ripulì il sangue dalle mani

guardò il proprio viso riflesso:

non poté rivedervi sé stesso.

Erano diversi i suoi occhi, vuoti,

non vi era traccia dell’antico ideale,

erano vitrei e freddi

come è vitreo e freddo il male.

Il suo volto lo sconvolse,

il glorioso soldato

cadde sul prato in ginocchio,

e cercò le parole

per rivolgersi al Signore

in preghiera,

ma era glaciale il suo cuore,

da tempo aveva dato l’addio,

non vi erano in esso parole

degne di Dio.

 

Il giovane si spogliò della sua armatura,

l’arsura

gli colpì la pelle troppo bianca,

sotto la corazza

era ferito il corpo

e l’anima stanca.

 

Solo prese con sé la spada

che tanti nemici aveva vinto:

era ancora macchiata.

Ed inguainata

Nella cinta,

se l’assicurò al collo.

 

La spada lo trascinò

nell’abisso.

Nessun sorriso,

nessuna quiete

gli toccò gli occhi.

 

Non c’era –

– non c’era mai stato-

alcun onore.

 

In fondo al baratro

inquinato

dal sangue che aveva versato

egli trovò solo l’orrore.

 

Lo riconobbe come un vecchio amico,

il suo specchio esatto.

 

E nell’orrore trovò la poesia

così incrociò la mia via

mi pregò che non parlassi di gloria

raccontandovi la sua storia,

 

ma che vi parlassi del precipizio profondo

in cui seppelliamo il mondo,

delle menzogne con cui chiodiamo

la bara dell’animo umano,

della terra scura che senza paura

vi gettiamo sopra,

del marmo con cui lo ricopriamo,

e della croce

con cui sigilliamo

la sua ultima voce.”

 

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
Annick Emdin

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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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