Il migliore dei mondi possibili. Disco Emotivo 1/8

della serie: il migliore dei mondi possibili

continua da: Disco Emotivo. Parte 1/7

“ottimo” disse a se stessa con scherno “un’ora e quaranta minuti per attraversare il quartiere cercata”. si trattava di un record. mai avrebbe detto che sarebbe stata così “rallentata” nella sua vita. chiudendo il lucchetto della catena della bici sospirò profondamente. forse non aveva nemmeno troppo senso stare a pensarci. era solo una violenza, in un certo senso.

non c’era da agitarsi, tutto qui.

sì, il caldo era ancora insopportabile, e il sole batteva implacabile nonostante fosse ormai pomeriggio inoltrato. forse alla calura si sarebbe trovato un pò di ristoro la notte, ma non era fresco davvero nemmeno quando calava il giorno. muoversi il meno possibile era l’unica soluzione. e allora per quale ragione lei continuava ad agitarsi tanto, pedalare per la città percorrendo chilometri, girarla da un capo all’altro sempre rincorrendo il prossimo appuntamento?
non ha senso agitarsi così.
strano come anche nei momenti in cui la situazione sembra più sconquassata hanno importanza le solite cose. tipo: fame sonno freddo. grattarsi,

d’inverno soffiarsi il naso.

il palazzo in cui abita Publio color corallo antico e si staglia contro il cielo ceruleo, denso, un arabesco su un tappeto.
e tu sei qui, dice la biscia che ancora aspetti di cominciare a vivere.
ma la sua voce ha qualcosa di diverso. il suo sibilo è meno pungente. forse è l’abitudine la resa che rende tutto meno pungente.
anche il caldo. se ci si arrende sembra meno caldo.
è quell’oppressione al petto che non riesce a sopportare. ora prova ad ascoltarla. in automatico porta le dita alle tempie. come se sfiorare il disco potesse aiutarla a sentirne il colore.

“parliamo di tecnologia” le aveva detto il dottor H “ora la cosa ci sembra buffa, guardiamo agli anni della rivoluzione informatica con paternalismo divertito, ma la rapidità con la quale la tecnologia smartphone, ad esempio, è entrata a far parte della quotidianeità della popolazione europea fino a diventarne una parte essenziale è tutt’ora un fenomeno controverso, che viene studiato con immensa attenzione. in un certo senso del big bang non parla più nessuno, perchè comunque si vogliano vedere le cose è avvenuto, e noi non c’entravamo nulla. ma per quel periodo la storia è tutt’altra. i pad erano un oggetto quasi di lusso. poi sono diventati un prodotto di serie, sono stati studiati per essere sempre più sofisticati e le connessione inizialmente erano possibili solo in luoghi specializzati e con la supervisione e il supporto degli operatori del settore. in un certo senso non c’era l’intimità della connessione come la conosciamo noi. il pad era molto meno privato di quanto siamo abituati a pensare. e i dischi emotivi sono diventati obbligatori al compimento della maggiore età solo duecentocinquanta anni fa. se ci pensa è un lasso di tempo molto breve quello che ci separa da un mondo completamente diverso dal nostro.

certo, dopo la Cultura le cose sono cambiate, e ora non c’è più nemmeno la possibilità di immaginare un mondo differente. a parte il fatto che è illegale, nel nostro immaginario impedire che venga istallato il disco emotivo a un bambino significa relegarlo ad una condizione di menomazione. il concetto di benessere, e quello di essere in fin dei conti, è intrecciato a quello di “lampeggiare”. eh eh! no scusi, una debolezza. dunque, la nostra è un’abitudine mentale. e certo, un assetto istituzionale. ma il punto è che le leggi sui pad sono state una conseguenza della diffusione di questo tipo di tecnogenetica. prima si firmavano moduli per l’istallazione dei dischi. adesso l’istallazione ha la stessa valenza del taglio del cordone ombelicale. ma, vede, quello che abbiamo guadagnato è talmente evidente che nessuno ha davvero presente quello che abbiamo perso. semplicemnte non è pensabile. è fuori dal nostro sistema di pensiero. il ricettore che legge e traduce i suoi impulsi neurologici ha comunque dei limiti. e la gamma delle emozioni umane è troppo più vasta del range disponibile al disco.

livellare.
ecco il punto.
c’è stato bisogno di livellare.”

-l’aria..- aveva sussurrato a quel punto Ciakate, interrompendolo.

“sì, precisamente. le nostre emozioni sono limitate dei farmaci in forma gassosa e liquida. aria e acqua. e lo sono per livellarli in modo che non sfuggano al sistema del disco. quando lei è felice è solo felice. quando lei è triste è solo triste. blu, rosso, giallo. semplificare, livellare. lei ha ricevuto un’istruzione di livello alto, come tutti noi, e come è giusto che sia e per questa ragione ha un’idea di quello che è organismo che noi chiamiamo umano. ma quando diciamo che la mente moderna è debole intendiamo dire che non ha effettivamente la possibilità di esplorare tutti gli stati emotivi che la nostra struttura biologica consentirebbe.
se tutto va nel modo giusto, chiaramente”

se tutto va nel modo giusto ciakate
le fece eco nella testa la biscia. aveva mollato la bici ad un albero del giardino condominiale e a grandi passi aveva percorso il viale che conduceva fino al portone. aveva tracciato i numeri sullo schermo, con la punta del dito. e il portone si era aperto quasi immediatamente.
e con me le cose non sono andate nel modo giusto?
l’aveva solo pensato, ma evidentemente la sua espressione aveva parlato per lei, perchè il dottor H aveva proseguito, senza inflessioni nella voce, senza cambiare tono. il suo discorso era come una zuppa tiepida e lenta. andava giù come tè, ma rimaneva sullo stomaco.
come un macigno.

“i livelli di stabilizzanti dell’umore nell’aria e nell’acqua sono pensati e continuamente risettati su un calcolo della media di tutti gli abitanti della Repubblica. in un certo senso come il palinsesto tv. sa cosa è una televisione?
non importa. è qualcosa che appartiene al passato. diciamo un incrocio tra una radio e lo schermo informativo, ma che prevede sopratutto svago.
ad ogni modo..
lei ha valori neurochimici fuori media, evidentemente. questa può essere una ragione per farla scollegare, se lei lo richiede.

non è raro che chi non rientra nei valori decida di integrare con stabilizzanti alimentari. non è raro che invece decidano di farsi scollegare.

lei è qui per questo, ma qualcosa mi dice che non aveva ben chiari nella mente tutti i termini della questione. ora, di norma non faccio proposte di questo tipo, ma lei è molto giovane, e io molto vecchio, qualche volta credo anche questo c’entri, e vorrei sapere se è disposta a posticipare il termine di scadenza della sua proposta. altri tre mesi all’ADE, con me, e poi rivalutiamo il suo modulo.”

entrando nel portone Ciakate era stata investita dal fresco, e da un silenzio ovattato. alotri tre mesi all’ADE. altri tre mesi per trovare delle risposte dentro se stessa.

credevi che io fossi la tua malattia, Ciakate.

tre mesi passano in fretta. sapeva su cosa aveva fatto leva il dottor H. sulla sua curiosità.

credevi di essere malata.

e sul suo orgoglio.

invece sei speciale. sensibile,questo ha detto.

si, questo le aveva detto. sensibile.

-anche lei è così?- aveva domandato Ciakate dopo aver riflettuto qualche istante sulla prospettiva di rimandare la richiesta.
-come?-
-anche lei è fuori dalla media?-

il dottor H aveva volto il viso e lanciato lo sguardo fuori dalle finestre e aveva stretto le labbra in una strana smorfia. il disco si era sintonizzato sulla malinconia, e per la prima volta Ciakate aveva pensato che quel colore non significava niente. che l’unico modo per sapere cosa provava in quel momento il dottor H era chiederlo a lui, e sparare che decidesse di rispondere. si sentì all’improvviso scoperta, fragile. quello che aveva saputo aveva stracciato un’altra delle sue certezze, e niente le avrebbe concesso di recuperarla.

il dottor H le aveva risposto continuando a guardare fuori.
-sensibile- aveva detto.
-come scusi?-
-fuori dalla media si dice sensibile, Ciakate. significa che sentiamo in maniera più variegata. l’aria che respiriamo, o meglio, gli stabilizzanti che inaliamo con l’aria che respiriamo e che assumiamo grazie all’acqua che beviamo non sono sufficienti a livellare le risposte elettrochimiche del nostro sistema neuronale. è più comune di quanto si pensi, e comunemente fa soffrire. ma non necessariamente.-
lei era rimasta sovrappensaiero per qualche istante. poi aveva chiesto:
-questo significa che noi abbiamo la possibilità di conoscerci senza dischi? e senza pad.. e senza buchi? significa che è un tipo di conoscenza valida?-
il dottor H aveva sorriso divertito, mentre Ciakate continuava a masticare domande e affermazioni rivolte più a sè che a lui.
poi chiese:
-è per questo che non mi visiona il pad e mette quella firma. è perchè ha la possibilità di conposcermi anche in un’altra maniera?-
-spiegarti come ti conosco io, Ciakate, in questo momento mi sarebbe molto complicato-

“già,” pensò Ciakate salendo l’ultima rampa di scale “mentre spiegare tutto il resto è semplice..” posando il piede sull’ultimo gradino al pianerottolo sentì aprirsi la porta alla sua destra. Publio la spalancò, così come non si risparmiava mai nel sorriso e come teneva bene aperti gli occhi su Ciakate, come se fosse l’unica persona al mondo.
lei prese fiato e sorrise. qualcosa le scosse le viscere e non si trattava della biscia, in due passi era davanti a lui, e quando si spinse a toccarlo per baciarlo sulla guancia le venne da ridere. quella sensazione nello stomaco, quello che sentiva, era la cosa più semplice che di sè avesse mai conosciuto.

continua con: Disco emotivo -fine primo episodio-

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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