Il migliore dei mondi possibili. Disco emotivo. parte 1/7

Della serie: il migliore dei mondi possibili

continua da: disco emotivo parte 1/6

 

21.

un ricordo come una sensazione. Come una musica nell’aria che non riesci a cogliere. Le nuvole che cavalcano il vento. Sei, sette anni. Forse un paio di più. C’era il vento che trascinava veloci le nuvole contro il cielo. Di quello ne era certa.
Era la pausa della merenda. Quel senso di avere le dita appiccicose di marmellata lo ricordava chiaramente. C’erano altri bambini, l’erba era alta e le pìizzicava le gambe nude. Era freddo. Dapperutto odore dolciastro di sudore. Le dava molto gusto. Odore di sole caldo sulle pietre quando viene il freddo.
-cera anche odore di muffa, e bosco- disse al dottor H.
-doveva essere una merenda da denuncia per maltrattamenti- disse lui sollevando un sopracciglio con aria cinica.
Ciakate lo guardò divertita e offesa insieme.
-posso continuare?- chiese.
-zsì, mi scusi- rispose lui.

Disegnava, probabilmente sulla sua tavola onirica. Un ramo di argentea che aveva davanti. Le foglie sottili come ali di farfalle. Tutto frusciava dattorno. Poi un grido aveva squarciato quella pace. Acutissimo. Lei, ciakate, talemente assorta che non aveva reagito. fissa sul ramo d’argentea che disegnava. Solo quando piedi e piedi di bambini avevano polverizzato il suo campo visivo aveva sollevato la testa. Rumore di erba secca che sfasciata in colpi secchi. Aveva alzato il capo, dimentica del pad. Ora gridavano tutti. Si era voltata verso la schiera di bambini terrorizzati e ancora non aveva capito che il pericolo era molto vicino.
L’aria fresca in una folata l’aveva avvolta, protando profumo di qualcosa di marcescente e stranamente familiare. Le era venuta la pelle d’oca. Poi aveva voltato il capo verso il punto che gli altri bambini indicavano.
E aveva visto la biscia.

il dito le era rimasto sospeso sulla tavola. non aveva provato paura. aveva ritratto le gambe. forse, di scatto. qualcosa che non avrebbe dovuto fare probabilmente perchè la biscia era scomparsa un istante e poi era riapparsa più vicina, praticamente schiacciando il rametto di argentea che stava disegnando.
non aveva mai visto un serpente prima. non vivano nelle citàà o nei parchi come le capre,le volpi e i cinghiali. oppure si, ma erano la fauna nascosta. presenze che strisciano sotto la terra poco oltre la visuale, fantasmi, presenze come ombre che operano silenziose. come i microbi. invisibili.
quella “cosa” quella presenza così inquietante, così incantevole, l’aveva soggiogata. era in preda ad un panico talmente totale che non esisteva una via di fuga. nemmeno lei, Ciakate, sentiva più di esistere. le grida che fino a poco prima le avevano gelato la schiena erano scomparse. e ora galleggiava in quell’istante, tut’uno con la biscia. quella cosa scura. fredda. aveva l’occhio puntato su di lei, e non mollava. era stata nascosta, fino a quel momento. e ora che era apparsa aveva rapito tutto il cuo essere. un istante prima lei c’era. e in quel momento, con quel pericolo, sconosciuto, terribile davanti a lei tutto quello che era stata fino a quel momento non aveva più nessuna importanza.

se la biscia avesse deciso di morderla, come aveva deciso di apparirle davanti, lei non avrebbe potuto fare niente. non c’era un posto dove scappare, non c’era modo per nascondersi.

aveva sentito una stretta decisa ai fianchi, e all’improvviso era lei a troneggiare sul serpente, per un attimo. poi quello era scomparso di nuovo, e la realtà intorno aveva ripreso a macinarla. a inondarla. l’insegnante la stringeva a sè, e continuava a dire piccole frasi sconnesse, cercando di tranquillizzarla. e i bambini gridavano, un vociare senza senso. quel coro di scordinate voci bianche e la cantilena che le veniva soffiata nell’orecchio dalla persona che la teneva tra le braccia bucavano in un certo modo la superficie. ma non arrivavano a fondo. a fondo era rimasto il buio. una zona d’ombra. doveva essere durato una manciata di secondi appena, quell’episodio. eppure era stata sola. sola davanti a qualcosa contro cui non poteva combattere. e quella sensazione non l’avrebbe più abbandonata.
lo sapeva lei ad un livello molto elementare.

e lo sapevano gli adulti.
quelli che ti hanno lasciata sola.
lo sapevano le l’avevano tenuta sotto controllo. lei e il suo pad.

-non ho mai mentito- ribadì dopo aver raccontato la sua storia al dottor H
-ma ho omesso delle cose. tante cose. tante.-

22.
non avevano cominciato subito. non avrebbe avuto senso. l’avevano portata a casa da sua madre, che l’aveva accudita premurosamente per un paio di giorni, curandosi che mai come in quel periodo avesse la sua tavola onirica a portata di mano. sempre, costantemente. no, non l’avevano davvero costretta a scrivere o disegnare. ma l’avevano spinta a rimanere sola con la sua tavola a lungo. e spesso.
quella, la tavola, era la cosa più preziosa che avesse mai avuto. eppure in quel momento, quando si era trovata la biscia davanti, nemmeno una briciola dei suoi pensieri si era rivolta al pad. anche il pad, come tutto il resto, aveva smesso di esistere.

erano venuti a casa la settimana ventura. non era mai stata una bambina schiva.
sono venuti per te.
era molto lontana dall’avere una carettere esuberante, ma non le era mai capitato di nascondersi dagli ospiti che venivano in casa di tanto in tanto. quando sua madre aveva aperto a quegli uomini senza pensarci si era ritratta
sono venuti per il tuo pad.
dalla cucina al soggiorno, per poi percorrere il corridoio fino alla stanza
sono venuti a controllare.
da letto dei suoi genitori. era a quella porta che sua madre era venuta a bussare.
venuti a prenderti.

non aveva opposto nessuna resistenza. aveva seguito sua madre in soggiorno. una ragazza giovane, piuttosto alta e dai capelli biondo cenere aveva preso a parlare con delicatezza, della giornata a scuola e dei biscotti che aveva portato con se.
poi aveva chiesto a Ciakate di mostrarle la sua stanza. Ciakate aveva annuito controvoglia guardando sua madre, che aveva il volto contratto dalla preoccupazione. era stata la ragazza bionda a condurla fino alla cameretta, e la bionda l’aveva fatta sedere sul letto. uno degli uomini le aveva seguite e sua madre era rimasta con gli altri, in soggiorno.
poteva darsi le avesse fatto ciao ciao con la mano, o una roba del genere. ma Ciakate non aveva mai perso tempo ad attribuirle colpe. sua madre era
come tutti gli altri
come tutti gli adulti.
che ti hanno lasciata sola.
che credono di agire bene.
che sono venuti a prenderti.

l’uomo aveva estratto il tubicino da una scatolina che aveva in tasca.
-la mamma si connette spesso?-
aveva chiesto la ragazza.
Ciakate aveva scosso la testa. no, non così spesso. qualche volta quando Ciakate aveva gli incubi. dopo un paio di giorni sua madre si connetteva alla tavola. tutto lì. mai nessun altro era entrato nella sua tavola onirica. non credeva nemmeno fosse possibile che lo facessero.

invece lo avevano fatto.

Ciakate aveva lasciato andare tra le affusolate dita della ragazza la sua tavola. quella aveva inserito la presa, e poi si era bucata senza tante cerimonie, a colpetti di polpastrello aveva cominciato a digitare sul pad. poi anche lui si era bucato a presa inserita. si erano scambiati un paio di occhiate, lui aveva fatto spallucce e lei si era sfilata la piccola punta dell’ago dal braccio.
-molto bene- aveva detto carezzando i capelli di Ciakate -grazie per l’aiuto.-
-dì alla madre che può venire- aveva detto poi rivolta all’uomo.

23.
-ho avuto come un’epifania, dopo quel giorno.
era passato tempo, dalla biscia. anni?-
eppure a raccontarlo si era resa conto che i due eventi erano connessi. in qualche maniera, in una relazione che non riusciva a cogliere.
-A scuola. Lì, credo, è cominciato tutto. Eravamo in classe. È stato come se all’improvviso il mio cervello si fosse messo a funzionare. È cambiato tutto. All’improvviso.

mi hai sentita allora Ciakate?

scrollò il capo, quasi grugnendo per lo sforzo di non ascoltare.
-un’epifania?-
aveva chiesto il dottor H. di nuovo Ciakate aveva avuto l’impressione che il luccichio nei suoi occhi non fosse mera curiosità, non puro interesse. di nuovo aveva avuto la sensazione che ci fosse nel suo sguardo una violenta soddisfazione, qualcosa di maligno, qualcosa di corale allo stesso tempo. ma era solo un baluginio, solo un attimo, un istante.

come se si trattasse si un sogno.
le disse la biscia.
già, come una certezza onirica, qualcosa che non puoi spiegare, e che quando la cerchi con gli occhi è sempre un attimo dietro di te.
ci sono io a guardarti le spalle.
-che genere di epifania?-
le aveva chiesto il dottor H.
Ciakate aveva preso tempo. si era guardata intorno, e un forte senso di vertigine l’aveva obbligata a strizzare gli occhi. si sentiva sul punto di mancare.
hai sentito dolore, Ciakate. e hai cercato qualcuno che ti proteggesse. qualcuno con cui parlare.
-era una lezione importante- prese a dire -parlavamo della Cultura. del Rimboscamento. del fatto che eravamo riusciti ad invertire il processo di distruzione che quelli prima di noi avevano iniziato. forse era cultura ambientale, e non filosofia politica e io..- il senso di smarrimento si fece più forte, il cuore prese a martellarle violentemente nel petto. più di tutto le parve che quel malessere
dolore, Ciakate.
fosse nella sua bocca. terribilmente secca. tanto che la lingua le si appiccicava al palato, e che le faceva male aprire le labbra, uno strappo in una terra di polvere. dove diavolo era finita la sua saliva?
-.. ma comunque, non si parlava di esseri umani. si parlava di quelle terre, dei vecchi continenti, di quanto tempo avesse richiesto il piano di rimboscamento dopo il.. dopo il livellamento. e nella mia testa ho sentito..-
sacrificio.
-ho sentito qualcosa, come una consapevolezza diversa. qualcosa che mi diceva che quello che era successo era inquietante, macabro, era sbagliato. ho sentito che si trattava di qualcosa di orribile. ho sentito che tutte quelle persone erano morte. che da un giorno all’altro tre quarti della popolazione mondiale aveva smesso di esistere. completamente. per sempre. non era rimasto più nulla. nulla, nemmeno..-
nemmeno il dolore
-nemmeno il ricordo. nemmeno la possibilità di pentirsi. noi..-
-più di tre quarti- la interruppe il dottor H.
-cosa?- chiese lei con un filo di voce. era prossima allo svenimento, lo sentiva. la morsa allo stomaco di torceva come
come una biscia.
-sette decimi. è molto più di tre quarti- disse il dottor H con voce neutra.
-è proprio di questo che sto parlando- sibilò lei di rimando tra i denti. tenere gli occhi aperti le costava un enorme sforzo e sentiva il suo corpo piegarsi sulla stretta all stomaco, costringendola verso il pavimento.
-è proprio di questo che sto parlando. non è un’operazione commerciale, è uno sterminio. noi abbiamo ucciso tutte quelle persone. le abbiamo uccise.-
-non c’era scelta Ciakate-
-c’è sempre una scelta- aveva gridato lei -potevano cambiare le cose. potevano tornare indietro nel tempo, fermare l’evoluzione dei sistemi di mercato dal principio. potevano immetere la cultura del pad prima. potevano fare qualcosa. qualcosa che non fosse solo.. solo..
ammazzarli tutti.
solo..
ammazzarli tutti.
il sangue le pulsava nella testa, si sentiva esplodere. dal petto, dallo stomaco, gli occhi sul punto di schizzarle fuori dalle orbite.
-Ciakate?- sentì la voce del dottor H lontana, come essere punta da un fiocco di neve gelato.
poi più nulla.

23.
Quando aveva riaperto gli occhi non sentiva più nulla. era di nuovo calma. era seduta nell’ufficio del dotto H. ADE, sezione 9. niente tachicardia. niente nausea. nessun fischio nelle orecchie.
non credeva di aver perso conoscenza, ma non poteva dire da quanto tempo avesse smesso di parlare. si sentiva lontana mesi, settimane dall’ultimo istante che ricordava di aver vissuto.
aveva guardato il dottor H. e si era chiesta se la scena che aveva abbandonato chiudendovi sopra gli occhi si fosse svolta veramente. perchè in quel nuovo momento sembrava non esserne rimasta traccia.
ma poi l’aveva sentita. quella voce, più forte che mai. qualcosa che sì, veniva dalle sue viscere, ma non stava cercando di divorarla. non si agitava.
dolore. le stava dicendo. hai provato dolore. e sei andata a cercare qualcuno che ti proteggesse. qualcuno con cui parlare.
le lacrime calde presero a scorrerle in viso senza che lei potesse fare nulla per fermarle.
e hai trovato me.
si era lasciata andare allo schienale. e cullata dal consolante nodo della biscia che portava nel ventre aveva continuato a piangere per tutto il resto della seduta.

24
dopo l’ultima seduta le cose avevano perso importanza nella sua mente. l’atteggiamento del dottor H le aveva fatto comprenedere che non aveva intenzione di mettere la firma sul modulo. non l’avrebbe fatta intubare. l’aveva compreso ad un livello di sè molto intimo, una voce. e ora le sembrava anche di intuire cosa intendeva Publio quando di loro diceva che erano sciocchi. quando parlava di “loro”. invidia, un’invidia velenosa. provava questo sia nei confronti di Publio che nei confronti del dottor H. come se sentisse che entrambi portavano dentro un segreto che non avevano nessuna intenzione di condividere con lei.

perchè uno vorrebbe farsi intubare?

perchè lei lo voleva?

le sembrava di averlo scordato. ora in quel caldo che le cuoceva le mucose degli occhi,le smbrava di aver scordato tutto di sè.

-hai idea di come ci si senta?- le aveva chiesto il dottor H.
-me lo immagino come un galleggiare, come fare il morto a galla al mare-
-hai idea di come ci si senta quando scollegano il pad, nel momento della transizione? perchè dopo, Ciakate, non c’è più nulla. nè tu, nè il pad, nè il galleggiare-
Aveva provato a sostenere lo sguardo del dottor H ma si era vista costretta ad abbassare gli occhi. poteva sentire la soddisfazione che questo provocava in lui.
poi le venne in mente qualcosa. fu allora che di nuovo sollevcò lo sguardo su quel viso, sugli occhi del dottor H che la guardavano con una frustrante benevolenza.
-lei è stato intubato?- chiese.
il sorriso furbo, e saccente che aveva stampato in volto come una maschera non si spense.
-purtroppo, Ciakate, il nostro rapporto non ci consente di parlare di questo-

la risposta è sì.

se una mente fragile come quella dei figli dell’epoca dei dischi emotivi aveva ancora le forze per inventarsi mulini a vento contro cui combattere pur di sopravvivere, pur di darsi una ragione, chi e con quale coraggio, poteva davvero desiderare di farsi intubare?

continua con: Disco Emotivo.Parte 1/8

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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