Il migliore dei mondi possibili. Disco Emotivo. Parte 1/6

della serie: il migliore dei mondi possibili.

continua da: Disco Emotivo. Parte 1/5

18.
-stiamo parlando di tecnologia.
Un genere di tecnologia che anche se è diventata di massa.. vogliamo dire di serie?
Ad ogni modo, un genere di tecnologia che rimane intelligenza artificiale. È incredibile, scandaloso, cosa può fare una macchina.
Ma la mente..
la mente è tutta un’altra cosa.
Prendiamo i viaggi nel tempo, ad esempio. Magnifico, ma nulla che la mente non possa fare già da sé.

Sognare. Ha mai sentito parlare di una macchina in grado di sognare?

No?

Ovvio. Poiché non esiste.

Non esisterebbe nemmeno se tutti gli scienziati che hanno lavorato alla seconda, alla terza, alla quarta guerra mondiale e al rimboscamento, alla Cultura, si mettessero a ragionare tutti insieme su come crearla. Nemmeno se avesse lasciato perdere le tre guerre e il rimboscamento e si fossero dedicati solo a quello ci sarebbero riusciti.

In fin dei conti la nostra tecnologia, anche la nostra biotecnologia, non è nulla di diverso dalla macchina di Turing. Le macchine fanno quello che diciamo loro di fare. Sanno quello che noi diciamo loro.
Le spiegherò come funziona una tavola onirica. Ma prima deve rispondere lei ad una mia domanda:

è sempre stata onesta con la sua tavola?-

19.

passato parco novecento prese a rallentare la pedalata fino a fermarsi del tutto in un fazzoletto d’ombra. Era stata quella la domanda che aveva dato inizio alla loro conversazione.
Prese qualche istante per respirare profondamente. Ma i suoi valori erano alle stelle e non aveva certo bisogno di guardare allo specchio i led del disco emotivo per saperlo. Scese dalla bici e si sedette a terra. Publio la aspettava a casa. Non voleva fare tardi. Non voleva muoversi. Non voleva arrivare non avrebbe mai desiderato lasciarlo appena la sera prima, per tornare a casa.
Non voleva rispondere a quella domanda e non vedeva l’ora che le venisse fatta. Voleva essere intubata e voleva che il dottor H le giurasse che non avrebbe mai permesso che lo facessero.

La storia della sua vita.

un sottile velo di intimità che ancora avvolge i tuoi segreti. Ciakate ansima nell’ombra e prova a calmarsi. a ripercorrere la sua storia, a ripetersi le informazioni elementari alle quali ancora può aggrapparsi a proposito di se stessa. le cose semplici, il colore dei suoi capelli e dei suoi occhi, il nome dei suoi genitori, la sua data di nascita. una carta d’identità mentale alla quale fare riferimento nel caso si perda completamente il lume della ragione. come a lei capita spesso. sempre più spesso.

scende dalla bici e si siede sull’erba, uno slargo nella strada, un lettino di paglia secca che già le punge la pelle delle gambe.

non si è mai soffermata a riagionare della follia. dei matti.

li ha studiati, è chiaro. come ha studiato tutto il resto. con scarso interesse. le scuole non l’hanno mai entusiasmata più di tanto. nemmeno quando andavano in viaggio. le sembrava macabro spiare quella gente, c’era qualcosa di spettrale, una freddezza innaturale quando si aveva addosso la tuta. come essere in trappola in una palla di vetro. un tempo, lo sapeva, anche quello l’aveva studiato, gli uomini mettevano i pesci in gigantesche scatole di vetro, per poterli guardare. si sentiva un pò così. come un pesce in una scatola di vetro. anche se poi, in realtà, era tutto l’opposto: era quella gente, ad essere guardata spiata (sussurra una voce nella sua testa) da loro. quelle persone morte (ancora quella voce) ad essere oggetto di studio. in trappola, ad essere in trappola.
-basta- dice a se stessa in un sussurro supplichevole.
spiate morti in trappola.
-no, non è vero-
respira profondamente e chiude gli occhi. quando li riapre la giornata di sole e caldo impietoso è ancora lì, come il suo batticuore, e il sudore che le scivola a fiotti dall’attaccatura dei capelli sulle tempie, fino al collo della maglietta.

i matti.

fino ad un paio di mesi prima l’avevano interessata quanto le equazioni e le capre e le vele.

ora le cose erano diverse.

quel poco di tempo mentale che aveva dedicato a farsi un’idea dei matti, della follia, l’aveva impiegato a rendere vivida l’immagine che ne promulgavano nelle scuole:
occhi sgranati, e bava alla bocca, e corporatura pesante, sgraziata. e voce disumana che grida frasi senza senso.

ora..
ora tutto è diverso, vero Ciakate?
se non altro la voce che grida, sussurra, è rimasta.
ora sai bene che si può essere matti senza avere la bava alla bocca.
ora si rende conto, guardando l’orizzonte azzurro oltre i palazzi, oltre i colli, che si diventa matti senza rumore, senza scossoni, come il fiume segue il suo letto, adattandosi agli argini.

ora sai che si può diventare matti restando se stessi.

si sente folle, fuori controllo, nemmeno più se stesse. eppure ha lo sguardo saldo, quando si guarda allo specchio il suo viso è quello di prima. i suoi capelli sempre una liscia cascata castano cenere, morbida sulle spalle, a ciuffi fin sotto il seno. la vita le è rimasta sottile, e i suoi occhi non sono iniettati di sangue. non gira per la città vestita di stracci gridando contro le nuvole.
non è infinitamente più terribile il fatto che lei sembri così dannatamente normale?

ma ci sono io.. la vocina nella testa che non riesci a far tacere.
già.

quello, certo.
una lacrima di frustrazione le scivola giù per la guancia.
quello, la voce nella testa.
e poi Publio. la sensazione di essere completamente in suo potere. e poi, tutta la vita che le sembrava aver perduto, che si era ritratta da lei come un’onda, esattamente come un’onda, con forza pari e contraria ora sembrava l’avesse investita. sembrava la stesse annegando.

ma non è sempre stato così, sotto sotto?

no.

la verità Ciakate.
“sei sempre stata onesta con la tua tavola?” la domanda del dottor H, insinuante, brutale, sadica, le risuona in testa, ora.
al diavolo, potrà ben essere onesta con se stesse, almeno.

la verità.

perchè uno vorrebbe farsi intubare?

forse era quella la ragione più intima. aveva scoperto di essere pazza. di esserlo sempre stata. di vivere la vita sempre o troppo distante, o vicina fino a soffocare. sopraffatta. come adesso. una lacrima dopo l’altra e ha la bocca piena di sale. e amarezza.
sì, magari è sempre stata matta, magari no. ma che importa? la intuberanno, o forse no, forse il dottor H non firmerà il suo modulo.
no, non le interessa. ora vorrebbe solo trovare le forze per alzarsi in piedi, e scuotersi via l’erba secca di dosso, e montare in bici e pedalare fino a casa di Publio. e lì dimenticare. tutto il peso che si sente addosso sempre. da sempre.

questa cosa dentro. che aggredisce, e graffia. e la sbatacchia di qua e di là, senza una ragione. solo per il gusto di dimostrarle che è più forte.

come la biscia.

era questo che aveva detto al dottor H. che la biscia era stata più forte. più forte di tutto il resto.

no, non ha gli occhi iniettati di sangue, ne capelli bianchi ritti in testa. non grida contro il cielo e le nuvole. ma per un istante infinito le sembra realistico (più che realistico, reale) che sia la biscia, questa cosa che ha dentro. la biscia, l’ombra del dubbio, una domanda fuori fuoco che martella, da dentro. un rubinetto che perde.

la biscia, che era stata più forte.
che l’aveva costretta a mentire.

20.

sei sempre stata onesta con la tua tavola?

Si era sentita avvampare.
-sì-
rispose.
-sempre?-
probabilmente da bambina lo era stata.
Annuì senza guardarlo negli occhi.
-nulla che tu abbia tenuto per te Ciakate?-

come avrebbe potuto anche solo venirle in mente di tenere qualcosa per sé, da bambina?
Le parole scomparivano sul pAD inghiottite dai pixel, e poi erano perse nella macchina. Nessuno avrebbe mai potuto leggerle, nemmeno connettendosi. Nemmeno se fosse morta qualcuno, scaricando la mappatura del suo subconscio avrebbe potuto leggerle. Nessuno mai.

Perchè avrebbe dovuto farsi venire in mente di tenere qualcosa per sé?

Sbuffò rumorosamente. Uno di quei momenti in cui tutta quella luce la soffocava, le dava il mal di testa.

La verità, Ciakate.., quella voce appuntita. come il sibili di una biscia.
-cosa stai pensando?- le chiese il dottor H. si era alzato in piedi, e ora troneggiava su di lei, e per un momento le fece paura.  paura, come se fosse possibile che quella voce la sentisse anche lui. Poi la rabbia, un senso di difesa, l’indignazione di sentirsi così prevaricata prevalse. perchè si divertiva a torturarla?
-a nulla-rispose. Lo guardò negli occhi. Strinse le palpebre. Sì, voleva essere strafottente. Irresponsabile. Voleva provocarlo. E aveva paura.
-il tuo disco emotivo dice l’opposto- replicò lui.
-.sto pensando che preferivo quando mi dava del lei- gli sputò in faccia.

Lui si ritrasse.

si sfilò gli occhiali, e prese a pulire le lenti, con delicatezza, ma con meticolosità forzata, come aspettando qualcosa.

aspetta che tu racconti Ciakate. 

“non lo farò” rispose lei. nella sua testa. lo sa già, lo sa, lo sente che hai qualcosa da rccontare. non ho nulla da raccontare. sì, ce l’hai. e muori dalla voglia di farlo.

Un ricordo di quelli che sembrano ricordi di qualcun altro. Leggende metropolitane che si raccontano a scuola. Nell’economia della tua testa non fanno ne caldo ne freddo. Nemmeno esistono, fuorchè nella tua testa. Sfumature. Odori.

Finchè restano lì, nella testa.. dove nessuno può vedere, nessuno può andare a frugare.

Il dottor H si allontanò. Tornò alla scrivania e rimase di spalle. Ciakate avrebbe voluto poter scorgere le tempie, i led del disco. Ma non aveva nessuna intenzione di piegarsi a sporgersi per vederne il colore.
-no- mormorò.
Avrebbe voluto restare in silenzio. Avrebbe voluto solo quella firma. Quella dannata firma e il timbro della sezione 9.
-non sempre. Non ho mai mentito. -disse- ma ho omesso delle cose. Tante- disse.

continua con: disco emotivo parte 1/7

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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