Il migliore dei mondi possibili. Disco Emotivo. parte 1/5

della serie: il migliore dei mondi possibili

continua da: Disco emotivo parte 1/4

15.
Ciakate addentò il melone dalle mani di lui, e il sapore del frutto dolce e freddo le diede alla testa.
-è buono?- chiese Publio.
Ciakate annuì, anche se tra le sopracciglia cominciava a sentire un vago dolore.
-bene, non potrei permettere che un melone cattivo ci rovini la cena.-
prese a tagliare a fettine sottili il melone, e a spingerlo in un piatto blu oltremare. Ciakate sedeva sullo sgabello, al bancone alto della cucina. lui le deva le spalle.
-sei silenziosa- disse. fece cadere riso a manciate nell’acqua bollente.
-stavo riflettendo-
Luì si volto a guardarla con improvvisa accesa curiosità.
-e in proposito di cosa?-
Ciakate prese a giocherellare con una delle fette di melone, punzecchiandola con la forchetta. Il dottor H non sapeva nulla di Publio. Si chiedeva che faccia avrebbe fatto a sapere che Ciakate frequentava un ragazzo senza disco emotivo e senza pad. la calma, placida, paziente Ciakate, che non contravveniva mai alle regole e che teneva quel segreto tutto per sè. Dal suo punto di vista, magari, avrebbe cambiato le cose, la sua prospettiva sulla richiesta di intubazione. Gli aveva già dato tanto della sua intimità, e si chiedeva perchè. in un certo senso era mossa da sentimenti ambivalenti rispetto al suo operatore. Dentro giurava e spergiurava che non sarebbe mai scesa al suo ricatto, e allo stesso tempo, sempre più andava a schiudersi, e lo faceva, lo sentì chiaramente infilando con forza eccessiva la forchetta nella polpa del frutto, perchè voleva dimostrare qualcosa. sentiva con umiliazione che il dottor H. la sottovalutava. la trattava come una bambina sciocca e capricciosa che si è obbligati ad assecondare fino a che non decide di smetterla di piantare grane. la trattava con superficialità. e Ciakate, per orgoglio, si sentiva costretta a mostrargli quanto valeva nonostrante si rendesse conto che fare ciò significava lasciarsi ingannare. fare il suo gioco. non credeva che potesse esserci qualcosa di così contorto in quel tipo di relazione. e si vergognava. provava una violenta vergogna all’idea di dsiderare talmente tanto che il dottor H avesse una buona opinione di lei da tradire i suoi segreti pur di suscitare in lui interesse.
-le solite cose- rispose svogliatamente a Publio.
-per questo mi interessa. le tue solite cose, che tu ci creda o no mi incuriosiscono molto più del riso basmati, in questo momento.-
Ciakate prese a mugugnare.
-magari- disse lui suadente -ti chiarisco le idee.-
Lei sbuffo, ma si sentì arresa, e dunque chiese:
-sono gli integratori emotivi che ci rendono così?-
Publio aggrottò le sopracciglia.
-così come?-
-così stupidi- disse lei arrossendo.
Era in piedì davanti a lei, i gomiti poggiati sul bancone della cucina, ma si tirò su dritto, a sentire quella parola, come fosse stato punto da un’ape. non era molto alto, sembrava quasi un ragazzino. prese a ridere e piccole rughe a raggi gli si formarono agli angoli degli occhi. quasi sempre manteneva un atteggiamento strafottente. anche se con Ciakate era molto stemperato, e venato di accudimento. l’aveva visto comportarsi con malcelata arroganza nelle situazioni più banali, ed anche se era sopra le righe non lo aveva giudicato. ma non l’aveva mai visto ridere così. rimase stupita, smarrita.
-scusa- disse lui placandosi al vedere la sua espressione -scusa, non stavo ridendo di te.-
-bè- replicò Ciakate poco convinta -meno male-
-no, solo che.. sì, è quello che penso, che siate un pò stupidi-
-che siate?- chiese lei.
Publio si fece serio di nuovo.
-che siamo un pò stupidi, ma le persone profonde lo sono meno. e quelle cresciute in parte nel lugo da cui vengo io anche. noi, del vecchio continente siamo meno stupidi- si voltò e prese il barattolo del sale, sul piano cottura bolliva il riso e faceva bella mostra di sè un piatto colmo di mango e avocado a cubetti -forse stupidi non è la parola più adatta. forse solo ingenui. completamente fiduciosi nella biotecnogenetica, non siete più tanto abituati a contare sul vostro istinto, le vostre sensazioni. qualcosa della profondità umana si è perso, credo. come una forma di superstizione. ma non è proprio stupidità. direi che siete scioccamente mansueti. sciocchi. questo forse si.-

era ancora di spalle. Ciakate guardava la sua nuca, la pelle olivastra, i capelli neri a ciuffetti che dondolavano quando parlava.
stupidi, schiocchi, che differenza c’è?

-perchè mi fai questa domanda? come ti è venuto in mente?-
-il dottor H- disse solo lei.

15.
-hai idea di come di come funzioni un disco emotivo?- il dottor H la guardava quasi con apprensione quando le faceva domande di quel genere. domande in proposito della biotecnologia che tiene insieme il loro mondo. era umiliante.

Lui, Publio, le aveva fatto la stessa domanda, qualche giorno prima.

Ogni cosa sembrava essere avvenuta a gran rapidità negli ultimi mesi. e le domande si affaccendavano per accaparrarsi risposte. un lavorio frenetico e costante.

Le sembravano trascorse appena poche ore dal momento in cui si era rifugiata in una libreria per sfuggire il caldo. Dentro l’ambiente refrigerato non l’aveva fatta sentire meglio. Forse il sudore le si era asciugato addosso troppo rapidamente. In quel periodo in città sembrava di stare in un forno dovunque ci si recasse. Le uniche ore plausibili della giornata erano quelle della mattina molto presto. E la notte, naturalmente. Ma la notte i colori ai suoi occhi parevano disfarsi, i rumori si facevano più forti e minacciosi alle sue orecchie. Le pareva quasi che il suo disco emotivo, sovraccarico, emettesse un fischio che tutti potevano sentire. Le si chiudeva lo gola e lo stomaco prendeva a torcersi, dentro, come una biscia in un sacco.

No, la notte non faceva decisamente per lei.

Conosceva quella libreria. La volpe dei proprietari le si fece incontro al tintinnare dei campanelli all’ingresso, stiracchiandosi ogni due o tre passi. Ma non fu come sempre. Conosceva bene quel posto, era il luogo dove avevano la cabina per i viaggi più grande del quartiere ed erano spesso partiti, sia con i suoi genitori che con i suoi amici, dalla grande sala della sezione storia della “libreria all’angolo”. L’ultima cosa che sentì quel giorno fu la grossa ara gracchiare, poi le si fece buio intorno. Tentò di aggrapparsi alla tenda ma le sue dita non fecero presa, e cadde a terra rovinosamente trascinandosi dietro il mobiletto dei volantini e delle caramelle. Gli operatori comparvero come dal nulla, li percepiva come in una nebbia, vedeva i loro volti ma aveva il corpo paralizzato. Una piccola puntura al braccio e cedette al sonno. Quando si svegliò il dottor H era in piedi, davanti a lei.

ora il suo volto le era familiare. ma allora,quando l’aveva visto la prima volta, come un’apparizione nelle nebbie della sua paura che si diradavano piano lui era un estraneo. quando in seduta le aveva chiesto del disco emotivo aveva fatto spallucce. come non le interessasse.

-in un certo senso- aveva risposto al suo medico.

un’ora di sedute al giorno.
dopo quell’attacco tutto era cambiato.
non che prima non sapesse di avere qualche problema. no, non si era illusa mai di essere normale.

vedeva gli altri e si rendeva conto che per lei le cose erano differenti.
la vita le si srotolava davanti, le stava intorno, le si parava innanzi, qualche volta anche molto molto vicina. ma non le era mai dentro. mai.

Un’ora di sedute al giorno, per due settimane, e lei non percepiva nessun cambiamento, nel suo stato psicofisico. E nemmeno nell’atteggiamento del dottor H.

-significa che non ne hai la più pallida idea, giusto?- le aveva chiesto il dottor H. C’era insistenza sadica, nei suoi modi.
sempre e quel giorno più che mai.
Non era possibile che non percepisse la stanchezza di Ciakate. Lei provò ad essere paziente, a distrarsi, provò a pensare che almeno lì, negli uffici della sezione nove c’erano i refrigeratori al massimo consentito. Ma il senso di disagio rimase.
Sezione nove: assistenza pubblica disfunzioni emotive.

incrociò le braccia al petto. Non poteva ribattere.
no, gridò qualcosa in lei, no, non ne ho la più pallida idea, d’accordo?

ma rimase in silenzio.
cercò di tenere ferma alla mente la motivazione per la quale si trovava all’ADE.

ma anche quello non funzionò.

un’ora di sedute al giorno, per due, tre, quattro settimane. e lei non percepiva nessun cambiamento. poi, quello, il cambiamento arrivò tutto insieme, come una valanga. un frana. essere scollegata,. venire intubata. Intubata. Era quello che lei voleva. O credeva di volere prima di conoscere Publio.

se ancora desiderava farsi scollegare non riusciva a comprenderlo. non lo sapeva. ma ora desiderava che le sue domande trovassero una risposta.

-come crede che funzioni? Lei non ha qualche presa nel suo corpo per inserire il cavo della tavola onirica, o sbaglio?-
-no, ci buchiamo con il riduttore. Non vedo che cosa cambi-
-vorrei farle una domanda, ma ho il timore che lei non mi risponda sinceramente- il dottor H pronunciò queste parole lentamente. Anche se l’avesse fatto con leggerezza Ciakate non avrebbe potuto evitare di sentirsi sulla difensiva. Non avrebbe mai voluto mentire. A meno che non si fosse trovata ad avere una buona ragione per farlo.
-perchè non dovrei?- chiese.
-non è sempre così facile dire la verità, non trova?-
-nel nostro caso sarebbe controproducente- ribattè.
-sì, razionalmente parlando non fa una grinza. Ad ogni modo questa è la domanda: ha sempre scritto tutto, per filo e per segno, di se stessa e dei suoi sogni, sul pad della tavoletta onirica?-

Ciakate arrossì violentemente. Si sentiva il volto in fiamme. Le guance bruciare.
-no- rispose senza abbassare lo sguardo.
-nessuno potrebbe rinunciare a se stesso. Ai propri segreti, alla propria intimità- disse lui con condiscensenza.
-mi sta dicendo che anche lei mente alla sua tavola onirica?-
-le ho parlato di omettere, e non di mentire- il dottor H si abbandonò allo schienale della sua poltrona. Rimase qualche istante sovrappensiero.
-i suoi genitori- prese a dire.
-me lo spieghi- l’interruppe Ciakate. -mi spieghi come funziona la tavola onirica e come funziona il disco emotivo-

le sembrò possibile in quel momento morire di imbarazzo. Il dottor H le sorrise annuendo.

16.

Forse in quel momento il dottor H. aveva avuto la sensazione si aver vinto. Vinto forse l’orgoglio di Ciakate, forse il suo muro di silenzio.
ma aveva torto.
il dottor H, con la sua espressione indecifrabile, e la sua stretta di mano sicura non aveva vinto affatto,
aveva torto marcio se credeva di aver vinto.

quando si erano incontrati la prima volta Ciakate aveva avuto la vaga sensazione che lui provasse nei suoi confronti qualcosa di più che semplice curiosità. poi questa si era fatta più netta, nel corso delle settimane passate insieme, ma non abbastanza circoscritta perchè lei potesse capire di cosa si trattasse. vagamente quell’impressione che, ne era certa, proveniva da lui, sembrava suggerirle che lei per lui rappresentava la conclusione di una storia, la fine di un ciclo e il suo inizio. qualcosa che giungeva a compimento, lo schiudersi di un qualche segreto.

come quando guardi un puzzle incompleto.

all’improvviso un pezzo che da giorni giaceva sulla scrivania, incollocabile, prende posto da solo, e con quello, con quella chiave nuova, altri dieci pezzi almeno vanno a comporre l’immagine.

ecco, sì, qualche volta il dottor H la guardava e non era effettivamente presente. la guardava con gli occhi di qualcun altro. con gli occhi di un uomo al quale era stata data prova che la sua fede non era stata mal riposta.

ma aveva torto anche in questo. qualsiasi fosse la sua fede era ovvio che era stata riposta male. aveva torto se pensava d’aver vinto. perchè nel mondo, nel loro mondo, il migliore di quelli possibili, non c’erano vincitori e vinti, nessun nemico, nessuna guerra o battaglia. e nulla per cui combattere. nulla in cui avere fede.

l’orgoglio, l’ostinazione, il muro di silenzio di Ciakate.. solo mulini a vento. ostacoli inventati dalla mente per darti ancora una ragiopne per vivere. sempre più flebile.

già, perchè uno vorrebbe farsi intubare?
la ragione per vivere che la sua mente le stava fornendo era il corpo di Publio, tiepido, il suo respiro. i suoi occhi scuri, come pietre nere.
perchè uno vorrebbe farsi intubare? sembra sciocco, forse, ma ci sono animi che hanno bisogno di scoprire di essere disposti a combattere, per la sopravvivenza. e per loro non c’era alcuna possibilità di combattere. mai.
la ragione per vivere che la sua mente le stava fornendo, in quel momento, era legata al dottor H., perchè ardentemente desiderava dismostrargli di essere in grado di reggere, emotivamente a tutta la verità sul sistema nel quale vivevano.

perchè non era forse di questo che stavano parlando?
quando parlavano della biscia, dei dischi emotivi, della Cultura..

non stavano dando risposta a tutte quelle domande che sarebbe meglio non porre a se stessi?
non stavano forse facendo luce sul loro mondo?
e la sfida che il dottor H aveva lanciato era proprio quella.

era curioso di vedere fino a che punto Ciakate si sarebbe spinta, pur di sapere.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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