Il migliore dei mondi possibili. Disco Emotivo. Parte 1/4

della serie: il migliore dei mondi possibili

continua da: Disco Emotivo.. Parte 1/3

12.

“ci sono delle volte in cui per strada sono immersa in una giornata meravigliosa. è freddo. e il cielo è pulito. e il sole non è alto, e diffonde riverberi dorati e rosa, come un tramondo al contrario. dappertutto intorno a me è silenzio. c’è la pace, la quiete, e gli alberi, le loro foglie, e la superficie dell’acqua liscia, senza increspature.. tutto è fermo, come in un dipinto. ascolto una brezza lieve smuovere piano, invisibile le canne, lungo il fiume. un fruscio quasi impercettibile. l’aria punge il naso e pizzica gli occhi, e la pelle al contatto con i raggi dl sole sembra sciogliersi, aprirsi. lasciar entrare.
sono fuori, immersa nel sole, nel silenzio, nel freddo. in una giornata meravigliosa.

e io, dentro, non sento nessuna gratitudine, per il fatto di essere in vita.

perchè uno vorrebbe farsi intubare?
non voglio sprecare tutta questa bellezza, non voglio sprecare la mia vita. voglio vivere quando lo voglio.

tutti desiderano poter chiudere gli occhi, e dormire, riposare, per anni e anni. dissolvere tutta la stanchezza, la demoralizzazione, lo scoramento. svegliarsi come persone nuove. finalmente potersi fermare e non aver paura di sprecare tempo, non aver paura che il mondo vada avanti, troppo avanti perchè tu lo possa recuperare.
tutti desiderano potersi nascondere in un bozzolo dal quale usciranno finalmente completi.

tutti lo desiderano.

perchè uno vorrebbe farsi intubare?

voglio avere tempo per imparare a vivere veramente”

13.

aveva cinque sei anni. Forse anche meno. Quell’età in cui i ricordi sono opachi e sfumati, come vestiti lisi che ‘hanno perso i colori. Nessun segno vivido. Nessuna immagine chiara, ferma. Che resti nitida abbastanza da essere compresa del tutto. I ricordi che rimangono ambigui, che lasciano delle domande. È successo sul serio? Forse questa parte è stata solo la mia immaginazione. La mia immaginazione. Forse è avvenuto qualcossa di diverso. Meno drammatico, meno divertente. Qualcosa che vale la pena di essere ricordato solo perchè lo ricordo. Un evento che ho composto di tanti pezzi di altri eventi, spunti che vengono da libri, film. Storielle che mi sono state raccontate. Quel ricordo, quell’evento. Sempre ammesso che fosse davvero un ricordo, e non un cocktail riuscito credibile di fantasia e scopiazzamenti. Niente di preciso. Solo sfumature. Odori, rumori. Il cielo che le si muove sulla testa, tra il baluginio del sole e le nuvole che cavalcano il vento.

Disegnava. Disegnava sulla sua tavola onirica?
No, questo non poteva ricordarlo.

dentro un misto di paura e eccitazione rimestava, mentre lei si trascinava verso i quartieri a est. a piedi, senza bici. l’idea di fare una passeggiata era stata, ora se ne rendeva conto, la più idiota che le fosse mai saltata alla mente.
la più idiota assieme a quando aveva deciso di raccontare al dottor H della biscia.

già quel ricordo.
di quei ricordi che sembrano inventati. sogni, invenzioni. ricordi di un tempo in cui tutto è confuso, e ogni cosa avviene allo stesso istante.

si era chiesta, durante quei mesi, perchè il dottor H non si connetteva a lei, senza tante storie, senza tante chiacchierate. perchè non poteva semplicemente bucarsi con il suo cavo e farla finita. invece no.

Lui vuole qualcosa in cambio di una firma sul modulo di richiesta, vuole che lei si metta a nudo.

voleva ricordi, sogni, opinioni, sensazioni. qualcosa che a lei faceva immensamente male tirare fuori. lo odiava per questo. sogni, ricordi, come quello della biscia. come le era venuto in mente di raccontarglielo? e perchè lui aveva voluto sapere. si scopre a pensare con un punta di malinconia il cassetto della scrivania in cui tiene risposto il cavo del suo pad.
da quanto non si buca? da quanto non si connette a qualcuno?
sopratutto, da quanto non ne sente ne il desiderio ne il bisogno?

se solo Publio avesse il pad come tutte le persone normali. se avesse il suo cavo. se avesse il suo disco emotivo. se solo..

se davvero Publio fosse come gli altri davvero lo vorrebbe come lo vuole adesso?

malinconia, e amarezza. e vergogna.
vergogna per aver raccontato al dottor H della biscia.

Le vele pubbliche le passano vicino, filano sui cuscinetti silenziose come farfalle ad ali spiegate. il caldo a volte scioglie le inibizioni.

la confusione sembrava abbassarsi di volume quando si nascondeva nei suoi ricordi.
Ripensava alla seduta con il dottor H. l’ufficio 103 della sezione 9. una stanza a base quadrata, ampia. Al sesto piano, piuttosto luminosa per essere in basso, dopotutto. Tutta quella luce nei momenti peggiori le faceva male agli occhi. Nei momenti migliori glieli faceva semplicemente bruciare. Ma che importava. In fondo voleva solo quella dannata firma sul suo modulo.
E ciao.
Basta.
Chiuso.

Quando sua madre l’aveva accompagnata lì si era congedata al dottor H dicendo:
è solo adolescenza.

Ma non era la verità. Magari sua madre ci credeva pure. Ma non era la realtà, e lui doveva (doveva doveva doveva) farla intubare. Sì, voleva solo quella dannata firma sul suo modulo, e aspettare che passasse con il corpo tutto immerso in una bella spalmata di biogelatina. Non le sembrava così diffcile. Eppure una seduta sull’altra l’aveva trascorsa a sperare che lui non firmasse. Che non lo facesse. Che non l’abbandonasse. Era dura lavorare per se stessi e contro se stessi allo stesso momento. Forse per quella ragione sulle poltroncine smeraldo si sentiva sempre la pelle prudere, perchè è dura fregare un dottore.

Non erano state molte le occasioni nelle quali aveva consapevolmente mentito. Non molte.

In quella stanza si sentiva sempre in procinto di farlo. Un filo di vento smosse l’aria e tornò all’improvviso alla realtà. La strada, il semaforo, le vele che le sfrecciavano tutt’attorno. Perchè aveva raccontato della biscia al dottor H?

Cos’era quello? Il suo modo di farsi intubare o di farsi assegnare un assistente? O cosa? Solo voglia di farsi.. farsi conoscere? Conoscere come la conosceva Publio? senza etrettrobiogenetica e simili? senza disco, senza pad di mezzo?

già, i suoi sogni, i suoi ricordi..
quel ricordo.
doveva avere cinque anni, forse sei.

era stata la prima volta in cui, coscientemente, aveva mentito.

14

perchè uno vorrebbe farsi intubare?

cerca di respirare ma la strada è come un fiume di lava, l’aria asfissiante l’avvolge. cerca di respirare, i pensieri si fanno densi e granulosi, lei, la Ciakate che si protegge, ora talmente fragile che non ha difese. pensa a Publio, al suo corpo asciutto, e caldo. lo vedrà tra poco e vuole e non vuole. e desidera e odia desiderare. ogni desiderio è un compromesso.
sempre la stessa domanda. la stessa all’infinito. un loop dal quale non riesce ad uscire. perchè uno vorrebbe farsi intubare? mille risposte eppure nessuna. non è forse come chiedersi perchè uno vorrebbe continuare a vivere?

eppure, una ragione, una ragione giusta per lei doveva esserci. altrimenti perchè diavolo avrebbero tirato fuori la possibilità di scollegare la gente? è così assurdo desiderare di morire, almeno per un poco? si è chiesta infinite volte perchè il dottor H non si connette e basta. per farla finita. valutarla dalla sua pad persona e chiudere il capitolo Ciakate Birnisson, infilare la sua cartellina arancione cupo in un cassetto, ripromettersi di informatizzarla più tardi e poi dimenticare anche solo di averla aperta.
domande senza risposta.

troppe, le affollano la mente. e ce ne è una, che non la lascia in pace. e qualche volta si chiede se non sia quella la ragione per la quale vuole farsi intubare.
non prova colpa, ad essere in vita. ma nemmeno gratitudine. prova rabbia. rabbia. è nata con un debito che non può solvere e con il dovere di essere grata. e la sua rabbia ha un oggetto. ma quelli, i suoi, sono pensieri che non portano molto lontano una persona se svolti fino in fondo. il caldo le sega la gola. sarà uno schifo di sudore e polvere quando arriverà da Publio. Publio che non vede l’ora di toccare.
rabbia, perchè non sarà mai certa che non hanno avuto scelta.
lo sa:

il modo del bene non è il modo del giusto. è solo il migliore modo possibile.

le risposte alle domande sono solo un punto di vista.

quando la vita diventa quello che era diventata allora, infinitamente preziosa, non provare gratitudine era considerata la peggiore delle malattie. allora, subito dopo la Cultura.

c’è stato un tempo in cui la parola peccato aveva significato.

non essere grati era il peccato.
prima gli esseri umani dovevano riverenza a un essere onnipotente chiamato Dio, ora devono reverenza a tutti coloro i quali sono morti.
perchè uno vorrebbe farsi intubare?

per punirsi. per dimenticare.

continua con: Disco emotivo parte 1/5

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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