Il migliore dei mondi possibili. Disco emotivo. Parte 1/3

Della serie: Il migliore dei mondi possibili

Continua da: Disco emotivo. Parte 1/2

8.

perchè uno vorrebbe farsi intubare?
un lungo sonno senza sogni. senza nemmeno il respiro. un loculo che contiene il tuo corpo in pezzi, smontato, riposto come le camicie estive quando viene l’autunno. e la tua mente come al sicuro sotto una coperta di foglie morte. e poi sotto la neve. la tua mente che riposa. la tua mente sospesa. immersa in una pasta fredda, gelatina. al sicuro da questo mondo che continua a muoversi, al riparo dalle vita che continua a correre, a svolgersi, senza scossoni. solo un altro viaggio attraverso il tempo, verso un futuro che speri ti incontrerà diversa.

dopo la Cultura, nei territori della Repubblica rimasti abitati, era stato difficile per molte persone continuare a vivere. andare avanti. ma il sacrificio del vecchio continente era stato fatto proprio per tenere in vita quella gente che allora per la vita sembrava aver perso interesse. Ciakate non ne aveva mai parlato con nessuno ma trovava ci fosse qualcosa di beffardo, in quella storia. qualcosa che aveva a che fare con un destino maligno e grottesco. le risorse energetiche e alimentari, e i livelli di autocoscienza umani, avevano costretto a quella rivoluzione. spopolare quattro continnti e farne aree protette. senza uomini. aree di coltivazione.

certo, era stato necessario uccidere.

quando parlavo di quel periodo dicevano che non avevano altra scelta.

non è facile da accettare.

era stato necessario sterminare.

ricorda come ne parlavano a scuola. come gliene avevano parlato i suoi. “un tempo” le aveva detto suo padre “pratiche simili erano riservate alla gestione specie selvatiche. come i cinghiali. quando diventava troppi veniva aperta la caccia. venivano uccisi in massa. quando siamo diventati troppi noi è stato necessario fare lo stesso. ma parliamo di un passato molto lontano. se tu potessi sapere quanto male hanno fatto gli uomini sapresti anche che questa era l’unica soluzione.” Ciakate non riusciva a capire. guardava suo padre con gli occhi sgranati alla ricerca di un senso che fosse alla sua portata. suo padre si era piegato su di lei e le aveva baciato la fronte “ci siamo rinseriti nell’ecosistema del nostro pianeta. tutto qui. è stato l’unico modo. il migliore possibile.”

9.
le sedute con il dottor H, durante quei mesi che precedevano lo scadere della sua richiesta erano state una ragione di vita. qualcosa che le aveva messo in moto il cervello. o forse,l’anima.
quelle sedute, e Publio.

ma la confusione che provava pensando a lui, a Publio, quando non erano vicini, dissolveva tutto il benessere che provava quando erano insieme. non aveva parlato di lui al dottor H. non si era azzardata a parlarne nemmeno con Gula, con Desi. mai con i suoi. pomeriggi passati al riparo dal caldo nell’appartamento di Publio, le persiane abbassate, e la luce che filtrava tagliente, in scaglie, sul pavimento. quando era con lui non le sembrava più così importante cercare un senso. alla sua vita, a quella degli altri, alla vita in generale. perdeva interesse per quelle questioni, come se all’improvviso ci fosse qualcsa di profondamente più significativo da fare.

non sarebbe mai stata capace di parlare di Publio al dottor H e tacergli del disco emotivo e della tavoletta onirica. benchè a volte anche lei dimenticasse, quando era con Publio, che lui non era esattamente come tutti gli altri.
quando doveva scrivere i suoi resoconti sul pad ne parlava come un amico. un ragazzo. nei suoi sogni era dappertutto. solo una volta aveva scritto il suo nome, al mattino, sulla tavola onirica. era stato lo stesso giorno in cui si era trovata ad un passo dal raccontare tutto al medico. eppure non lo aveva fatto.
perchè?

nemmeno se ne rendeva conto, ma la spiegazione che le aveva dato Publio, aveva qualcosa di discordante. qualcosa di poco credibile. c’era qualcosa di sbagliato. ma quel presentimento era solo, niente di più, che un pizzicorio in gola. magari precede la tosse, magari è un fastidio che si calma da sè. ma nei suoi sogni non si poteva ingannare.

la media di sogni scritti su un pad, per un adulto normale, normodotato e in salute, è di tre al giorno. Ciakate in quel periodo era arrivata a sciverne sulla sua tavola onirica a volte più del doppio. era un sacco di materiale. sapeva cosa significava. la sua mente stava elaborando qualcosa.
-forse- aveva detto un giorno a PUblio -mi sto congedando dal mondo con i miei sogni-
lui aveva riso sonoramente.
-cosa?- aveva detto lei fintamente offesa, divertita.
-non credo proprio che tu ti’ stia congedando dal mondo Ciakate. che razza di espressione poi-
-magari- aveva replicato lei -la mia mente si sta sbrigando a sognare tutto quello che può prima di essere scollegata- l’aveva detto con ironica saccenteria. stava scherzando, giocava. ma lui sembrò prenderla seriamente.
-non credo che ti scollegheranno, Ciakate-
-e perchè no?-
-sei sana, perchè dovrebbero?

e sopratutto, perchè lo vuoi?-

10.

gli esseri umani si erano scavati la tomba con le proprie mani ed era stato necessario un grande sacrificio, per andare avanti. non è facile convivere con l’idea di essere dei sopravvissuti. si prova colpa più che gratitudine. l’Asia era diventato il continente umano, abitato appena per la metà, forse poco di più, da uomini e donne provenienti da tutto il mondo. quella che comunemente veniva chiamata la Cultura era stata un’operazione di reinserminto dell’elemento umano nell’ambiente. gli esseri umani, “gli antichi” avevano allora compreso qualcosa che ormai viene insegnato ai bambini alle elementari. il bene spesso non è quello che è giusto. il bene è un punto di vista. la chiamano la Cultura non solo perchè avevano reso quattro continenti aree di coltivazione o riserve naturali non accessibili, ma anche perchè il fine di quel sacrificio era stato quello di preservare il livello culturale della specie umana. e l’unico modo di farlo era diminuire il numero di individui appartenenti a quella specie.

ma non è facile vivere sapendo di essere sopravvissiuti alla morte di tutti gli altri.

si prova più facilmente colpa, che gratitudine.

i viaggi nello spazio, fuori dall’Asia, dalla Repubblica della Grande Coscienza erano stati proibiti, per questo presto quelli nel tempo erano diventati accessibili a tutti. le persone avevano bisogno di distrarsi. naturalmente non era consentito visitare l’arco temporale che andava dalla crisi alla Cultura e la nascita della Repubblica, comprendendo la terza guerra e la rivoluzione. ma monitorando i viaggi era emerso che se non lo fosse stato sarebbe stato a quei tempi che le persone sarebbero tornate.

i sopravvissuti avevano bisogno di elaborare quello che era avvenuto. per una generazione le cose erano andate avanti. ma quella successiva portava sulle spalle un senso di morte tale che gli integratori emotivi non sembravano più sufficienti. così è nata la pratica dell’intubazione. chi “non ce la faceva” era libero di “non farcela”. c’è stato un tempo in cui l’intubazione era coatta, per alcuni. le menti di allora, sgombre, erano ancora potenti, nonostante i dischi emotivi.
e se non reagivano nel modo appropriato alle terapie venivano scollegate.

lentamente le persone avevano ricominciato ad apprezzare la vita, e nonostante le difficoltà, tanti intubati erano stati svegliati. il migliore dei mondi possibili è in corso, dopotutto.
ora per essere intubati è necessario presentare una richiesta.
ora ci sono i pad, l’ADE, i supporti. ora l’epoca venuta dopo la Cultura sembra preistoria.

di quel periodo, dell’epoca buia, quello che dicono è che bene non coincide con giusto. perchè bene è solo un punto di vista. e quello che dicono, le rare volte che ne parlano (perchè la verità è che non interessa a nessuno) è che non c’era scelta.

11.

si era spesso domdata perchè il dottor H per valutare la sua proposta non si connettesse a lei e la facesse finalmente finita.
qualche volta passavano il tempo in silenzio. senza dire nulla.

qualche volta quei silenzi la costringevano a parlare.

qualche volta erano le domande del dottor H a costringerla a parlare. non vedeva cosa poteva esserci di produttivo, nel tempo che trascorreva lì. ormai la figura del suo operatore era entrata nel suo quotidiano. un appuntamento fisso, come lavarsi i denti. si trovava a discorrere con lui, la notte nel suo letto. immaginando cosa dirgli e cosa lui le avrebbe chiesto di rimando e via di seguito fino a che non si addormentava.

riusciva anche a riportare chiaramente alla memoria in sua assenza la sua espressione divertita quando Ciakate sembrava spazientirsi. quelle sedute somigliavano ad una tortura delicata, precisa, chirugica. senza che il suo pad fosse connesso a nessuno si sentiva senza la pelle addosso. ma non riusciva ad arrendersi.
lui taceva spesso. la faceva accomodare e aspettava che lei cominciasse a parlare. non sempre questo per lei faceva differenza. qualche volta si poneva a muso duro, come per sfidarlo, muta.
e allora il silenzio poteva proseguire per tutta l’ora.

Odiava quei momenti di silenzio che si prolungavano all’infinito perchè il dottor H. si ostinava a non voler parlare.
Come lei. Ma il medico era lui, in fondo. E lei era malata. Era lì per quello.

-ho fatto un sogno strano stanotte- disse un giorno, stufa d’aspettare che lui parlasse.
-mi racconti- sembrava essersi ringalluzzito alla prospettiva di ascoltare un sogno. “almeno lui riesce ad interessarsi a qualcosa” pensò Ciakate. Poi fece per aprir bocca. Ma non riuscì a parlare. Inaspettatamente si sentì pervadere da una strana sensazione. Si vergognava. Si strinse nelle spalle.
-c’era anche lei- disse.
Lui annuì. Le fece cenno di proseguire.

“c’era un immenso lago. sembrava completamente pulito. sembrava un lago di campagna, grande quanto il mare. eravamo sulle sponde del lago. lei era immerso nell’acqua ed allo stesso tempo accanto a me. potevo sentire la sua voce, che faceva vibrare l’acqua, ma non capivo cosa mi stesse dicendo. non volevo scendere nel lago. sapevo che lì sotto viveva una donna. ero come su di un pavimento con una botola, da quel buco nel pavimento potevo vedere il vero lago, non era il luogo dove credevo di trovarmi. un gigantesco uccello nero tagliava il sole. passava sulle nostre teste. finalmente capivo cosa lei, attraverso l’acqua cercava di dirmi. diceva: lo vedi? dobbiamo andare- sapevo che il lago in cui sarei entrata era la fogna torbida della donna che vive sotto il pavimento. ma laseguivo, e l’uccello continuva a vorticare in aria. il suo muso era sempre più espressivo. batteva le palpebre e ci guardava. e in un certo senso mi sembrava di congedarmi da lui, mentre entravo in acqua. mi sentivo come se stessi sacrificando me stessa. eravamo immersi nell’acqua fino alla cintola. e lei cominciava a carezzarmi il seno, mi baciava il petto e l’ombelico. e scendeva in acqua. ero sola con l’uccello, ma le mie gambe erano già nel lago. ora che lei era scoparso, speravo avrebbe visto che nel lago viveva anche quella donna. che io e lei avremmo potuto continuare a nasconderci nei boschi, al sicuro, senza scendere laggiù sotto la botola. speravo riemergesse, invece cominciavano a filtrare dalla mia pelle minuscole larve, dovevano essere dei parassiti. cercavo di pulirmi con l’acqua da quei bruchi bianchi e viscidi, ma li avevo dentro e sarebbero continuati a venire alla luce. mi voltavo, cercavo intorno a me l’uccello nero. la donna e la sua fogna avevano preso il posto del prato e del bosco. potevo solo fidarmi di lei, e scendere nell’acqua, ma mi sono svegliata.

e non ho scelto.”

il movimento rapido della penna del dottor H che segnava seccamente sulla carta i suoi appunti si spense qualche istante dopo che lei ebbe finito di parlare. lui la guardò allora e chiese:

e com’era la qualità del sogno?

Ciakate rimase a fissarlo con apprensione. Quando avevano cominciato credeva di essere più o meno sicura di quel che desiderava. Forse. O forse no. Ora lo guardava negli occhi. Si chiedeva se sarebbe davvero riuscita a comprenderlo, a conoscerlo, se lui non avesse avuto il disco emotivo lampeggiante. Quella piccola lucina (due dischetti di un centimetro appena, uno per tempia) accesa di curiosità.
La qualità del sogno.

-avevo paura- rispose.

continua con: Disco Emotivo. parte 1/4

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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