Il migliore dei mondi possibili: Disco emotivo. Parte 1|2.

della serie: il migliore dei mondi possibili

Continua da: Disco emotivo. parte1|1

5.

lui le aveva raccontato di essere del vecchio continente. questo le era parso terribilmente eccitante. i viaggi spazio tempo si fermavano comunque al principio dell’era moderna. prima della Cultura. laggiù non era possibile andare, nè via tempo nè via spazio. quando pensava a quei luoghi le venivano in mente i campi sterminati che aveva visto in italia, durante un viaggio storico. distese giallo oro, e nient’altro. a perdita d’occhio.

-credevo non ci fossero umani lì- aveva detto a Publio pensierosa -credevo tutto fosse gestito da macchine-

-qualcuno è rimasto- aveva tagliato corto lui.

all’inizio non le era facile parlare del disco con lui. o del pad. in quel momento, lo sapeva, la sua tavola stava registrando l’imbarazzo rilevato dai dischi, e la sua ritrosia a chiedere.

-laggiù non avete i dischi?-

-no-

-nessuno ha i dischi? o le tavole oniriche?-

lui aveva scosso la testa. l’aveva guardata e lei doveva aver messo su un’espressione inorridita, perchè Publio aveva sorriso con scherno.

-cosa?- le aveva chiesto -cos’è quell’espressione?-

si era scossa. e gli aveva domandato quello che chiunque avrebbe domandato al posto suo. quel che aveva chiesto Gula a lei, tempo dopo.

-e come fate a conoscervi?-

-come gli antichi- aveva replicato lui. aveva riso. rideva di lei.

-mi trovi ingenua? sei tu quello che ha qualcosa che non va. che non hai il disco. non credevo neppure che ci fossero ancora persone lì.-

-non sei ingenua. solo è buffo che per te sia così innaturale. ci sono molti modi per conoscersi-

“senza buchi la vedo dura” aveva pensato lei di rimando. non aveva nessuna voglia di giocare agli indovinelli. quando la sua mente aveva cominciato a irrigidirsi, tempo prima, anche molto tempo prima che potesse anche solo immaginare di desiderare un’intubazione, la sua curiosità (era sempre stato un tratto del suo carattere) aveva preso ad affievolirsi. un giorno dopo l’altro, semplicemente, perdeva interesse. tutto, tutto quanto intorno a lei, quello di cui parlava la gente, quello che la gente faceva, e i viaggi, e il cibo, e la presenza di altre persone, tutto aveva perso colore ai suoi occhi. era diventata indifferente al mondo a coloro i quali lo abitavano. stava scivolando in una boca di fango. lontana da tutto il resto.

non aveva nessuna voglia di giocare agli indovinelli. aveva preso tra le mani il suo pad e l’aveva acceso. con la punta del dito aveva tracciato sulla superficie liscia qualche parola senza senso, e subito, come al solito, quelli linee erano scomparse dallo schermo, registrate dal pad e irrecuperabili. messe a sistema per comporre la sua persona-pad. irrecuperabili, parte ormai della banca dati alla quale si poteva accedere solo bucandosi con il cavo. cosa che lui, Publio, non avrebbe potuto fare mai.

l’appartamento odorava di fresco. quando l’aveva incontrato, quando era entrato in negozio, alla “giostra”, mai avrebbe pensato che si sarebbe ritrovata lì, seduta sul suo letto. lì, con la prova vivente che il vecchio mondo esisteva. lui era la prova vivente che senza disco e senza pad la vita è possibile.

aveva strizzato gli occhi e si era sdraiata sulla pancia. le pizzicava la lingua dalla voglia di chiederlo. sì, perchè con quella domanda (e con la storia della biscia) erano cominciate tutte le altre domande. non aveva voglia di giocare al gioco degli indovinelli. tutto di lei, tutto quel che credeva formasse la sua personalità, negli ultimi tempi s’era fatto opaco. anche la curiosità, anche il desiderio. per questo aveva fatto richiesta per l’intubazione.

i suoi sentimenti erano andati ad abbassarsi di volume. fino a restare muti. vuoti. il nome di un colore che prendono i tuoi dischi sulle tempie, e niente di più. niente che tu possa sentire.

però quella domanda era rimasta.contrariata si era dibattuta in se stessa, aveva combattuto come un pesce preso all’amo, contro la sua voglia, contro quella domanda, per evitare di porla a lui.

ma alla fine lo aveva fatto.

-e quelli di lì- aveva chiesto -cosa pensano della Cultura?-

era rimasto a guardarla negli occhi e poi aveva voltato la testa. sulla sua nuca la peluria era dritta.

-che è stato uno sterminio-

6.

Gula si asciugò via il sudore dalla fronte.

Si schiarì la voce.

-bene- disse. Poi deglutì. Ripetè: bene

Ciakate si sentì in imbarazzo per lei. poteva solo immaginare quello che avrebbe pensato Gula se lei le avesse raccontato tutto. tutto quello che era successo.

Gula conosceva, per così dire, PUblio. anche lei era a “la giostra del gusto” quel giorno. anzi, per la verità lui era venuto in negozio per lei, per riportarle la borsa. Gula aveva la capacità di lasciare tutto dappertutto. si sparpagliava in giro. così come i suoi capelli le facevano una corona di cotone attorno alla testa, e la sua esuberanza era come un’aura che proiettava intorno a sè, allo stesso modo colonizzava il mondo intero perdendo la sua roba, lasciandola in giro. anche lo sgabuzzino de “la giostra”, dove si cambiavano, gridava la sua presenza a tutto spiano.

come Publio era venuta in possesso della borsa non aveva poi molta importanza. insomma, “persa” per Gula significava “lasciata da qualche parte”.

quella mattina GUla era entrata a “la giostra”, fuori turno, piagnucolando per la sua perdita, e Ciakate le aveva risposto che probabilmente l’aveva lasciata lì, in negozio.

-controlla in magazzino- le aveva detto stancamente.

-non c’è- aveva risposto Gula con tono pericolosamente acuto.

-sarà a casa-

-no. ho passato la notte a cercarla. non c’è-

-sarà nella vela di Alpro-

-no- ora GUla era sull’attenti, le braccia conserte, piccata la guardava con severità, come se fosse stata colpa di Ciakate se lei aveva perso la borsa.

-allora in quella di Desi- aveva ipotizzato.

-l’ho chiamato. non c’è-

-Gula ti prego, non fare l’ostinata-

-sto vivendo una tragedia-

-se si trattasse di una tragedia gli operatori sarebbero già qui da un pezzo. senti, da quando ti conosco non fai altro che perdere e trovare cose. e parliamo di anni. la tua borsa sarà nel refrigeratore o in qualche altro posto improbabile- aveva concluso tornando allo schermo della cassa. “purtroppo non esistono stabilizzatori ematici per la distrazione” aveva pensato. Gula stava per ribattere ed era stato allora che con uno scampanellio della porta era entrato Publio.

-eccola lì!- aveva gridato GUla. in un salto era davanti a lui.

-te l’avevo detto- aveva replicato Ciakate sollevando lo sguardo.

da quando aveva riavuto la borsa tra le mani Gula aveva preso a borbottare tra sè e non si era curata di null’altro. e da quando PUblio aveva incrociato gli occhi di Ciakate anche lui non sembrava interessato a nulla tranne che a lei.

-è sempre così- gli aveva detto Ciakate, riferendosi all’amica -per fortuna indossa il portapad anche quando dorme. altrimenti sarebbe davvero fregata-

-immagino- aveva replicato lui.

il ricordo che Gula aveva di Publio era molto vago. ma quando nel parco Ciakate le aveva parlato di lui, delle giornate che stavano trascorrendo insieme, GUla si era fatta attenta. qualcosa non le quadrava in quei discorsi.

-basati sul disco se non capisci le sue intenzioni- l’aveva interrotta.

-non lo ha- aveva risposto Ciakate secca.

e ora, tra loro, l’imbarazzo. aveva finalmente confessato quel segreto. e se ne era pentita immediatamente.

GUla si schiarì la voce nervosamente.

-non c’è bisogno che tu dica nulla- le disse Ciakate con fermezza.

-il tuo medico cosa ha detto?-

-non lo sa- rispose controvoglia. Gula ebbe esattamente la reazione che lei si aspettava.

-non glielo hai detto?-

strabuzzò gli occhi chiedendoglielo. Si fece tutta ritta all’improvviso. Ciakate le invidiava quella vitalità spontanea.

apatica, così l’aveva chiamata prima.

“e tu da quando sei così apatica?” le aveva chiesto.

Non lo sono sempre stata? Aveva pensato lei, ma era rimasta in silenzio.

Adolescenza aveva detto sua madre come per scusarsi. scusarsi della sua apatia.

adolescenza, aveva detto.

Sciocchezze.

sua madre che si scusava di fronte al medico dell’ADE che l’avrebbe seguita per la valutazione della sua richiesta.

sciocchezze… solo sciocchezze.

E guardando negli occhi (non alle luci sulle tempie, ma negli occhi) piccoli azzurri e scattanti del dottor H Ciakate aveva capito che anche lui sapeva che si trattava di sciocchezze. non era l’adolescenza, il suo problema.

“Da quando sono così apatica?” si chiese di nuovo, scordando per un istante la storia di Publio e del disco.

“da quando?” Pensò con un moto d’invida di fronte alla dilagante vitalità dell’amica.

“Da sempre.” Si rispose.

E frugando in se stessa seppe anche che era vero.

7.

il dottor H era il medico che le avevano assegnato all’Assistenza pubblica Disfunzioni Emotive. sapeva che non c’era verso di scampare a quella trafila per farsi scollegare. era consapevole che avrebbe dovuto sorbirsi le sedute all’ADE, e che ci sarebbe voluto tempo prima che la sua richiesta venisse accettata e che sua madre e suo padre avrebbero cercato di farla desistere.

il dottor H aveva fatto accomodare sua madre sul divano, e lei sulla poltrona. aveva cominciato con le domande, e si era sentito interrompere dalla madre di CIakate una, due, mille volte.

“adolescenza”, “pressione”, “non era un attacco”, “possiamo occuparcene”..

-devo chiederle di uscire, signora- l’aveva zittita spazientito quando il tempo della prima seduta volgeva ormai al termine. CIakate provò un misto di soddisfazione, sollievo e terrore vedendo sua madre arrossire, e nemmeno in grado di replicare lasciare la stanza chiudendosi la porta alle spalle.

erano rimasti soli. Ciakate sapeva che ci sarebbero state sedute di valutazione e che ci sarebbe voluto tempo. ma solo quando si era trovata da sola in quella stanza con il dottor H si era resa conto di cosa questo significasse.

-mi scusi per l’inconveniente- aveva detto indicando la porta -ma avevo terminato la pazienza.

-ora veniamo a noi- aveva esclamato poi guardandola. sembrava addirittura entusiasta.

-dunque, lei ha fatto richiesta per l’intubazione anche se i suoi genitori sono disposti ad occuparsi di lei. l’intubazione coatta è una pratica quasi obsoleta ormai, ma ad ogni modo. lei però ha altre scelte. ora non mi interessa per quale ragione ha questo desiderio. diciamoci una cosa, qui le credenziali cliniche le abbiamo eccome- sfogliava lo schermo con le dita -ci sono stati episodi che giustificano la sua richiesta. e io sono pronto a firmare i suoi moduli. ma non possiamo prescindere dal format con il quale portiamo a termine queste pratiche solitamente. quindi per il mio e il suo bene le chiederei di collaborare. lei è ben più che maggiorenne- ridacchiò pulendosi gli occhiali come se la questione lo divertisse -perciò non vedo nessuna ragione per la quale sua madre dovrebbe avere il diritto di intromettersi nei suoi affari, per quanto sono certo che lo fa in ottima fede. detto ciò vorrei chiarire un punto.-

Ciakate annuì, incerta. il dottor H, con il suo brio e la sua precisione, la metteva a disagio.

-qui dobbiamo collaborare. io mi impegnerò a valutare lucidamente la sua richiesta di intubazione. ma il tempo che impiegherò per farlo dipende da lei. da lei sola. per domani vorrei che avesse la cortesia di riflettere su questo desiderio che è sorto in lei. in soldoni, le anticipo che domani le chiederò di spiegarmi perchè vuole farsi intubare, signorina. e vorrei che lo facesse accuratamente. e con questo direi è tutto-

aveva incrociato le dita e si era lasciato andare allo schienale della sua poltrona. la fissava senza dire nulla. CIakate aveva aspettato di essere congedata, ma lui non accennava a parlare. presto aveva scoperto che i silenzi alle sedute del dottor H, erano molto più soliti degli sproloqui.

-posso andare?- aveva chiesto.

-è libera- rispose lui -libera fino a domani-

Ciakate aveva aggrottato le sopracciglia. quella risposta in qualche modo l’aveva ferita. era già sulla porta quando lui l’aveva fermata con un: signorina.

-mi dica- aveva risposto lei voltandosi.

-cerchi di collaborare veramente, per favore. non ho intenzione di sprecare tempo. non mi porti risposte scontate-

CIakate annuì. si prese la soddisfazione di sbattersi la porta alle spalle il più rumorosamente possibile.

9.

lei e Gula ripercorsero il vialetto fino al cancello. il sudore si era asciugato loro addosso, e si erano riposate, ma non parlavano. a lei, a Ciakate, ora sembrava tutto cambiato. tutto diverso. aveva appuntamento all’ADE alle tredici e quaranta (i medici dell’assistenza pubblica probabilmente non pranzavano, ecco l’idea che si era fatta) e le rimaneva giusto il tempo di salutare Gula, e filare dal dottor H. ma sarebbe stata disposta a fare tardi. sarebbe stata disposta a tutto pur di lasciare l’amica con la certezza che tra loro nulla era cambiato. per assicurarsi che Gula non la giudicava per quello che le stava succedendo.

-dunque la composizione dell’aria..- provò a dire senza energia.

-già.. bè.. sai credo che sia l’unica soluzione possibile, o almeno.. insomma la migliore. come farebbero altrimenti? pensa a quanto sono diverse le nostre case, i nostri parchi. non è uno scherzo trovarsi a vivere qui. forse avrebbero dovuto ricostruire tutto da capo. secondo i canoni della Grande Coscienza. insomma! questa è tutto roba vecchia, non può non far star male..-

-i canoni della Grande Coscienza- ripetè Ciakate.

-ti dico una cosa sui viaggi Cia, – prese a Dire Gula con supponenza -in fin dei conti passata una certa età lasciano il tempo che trovano-

-che vuoi dire?-

-si ora.. lascia perdere tutte le visite obbligatorie della scuola. io parlo dei viaggi che fai per conto tuo. i programmi di scuola sono interessanti, ma il discorso è questo: non possiamo sapere come ci si sentiva no? prima dell’età buia, e prima della Cultura. quindi in fin dei conti è come guardare la tv. ok, vedi il passato, ma sei lì solo così.. come un sacchetto di plastica in mezzo a una strada. non puoi interagire con nulla. insomma, io se non potessi connettermi, se non potessi leggere i dischi emotivi non so proprio come potrei vivere. non avrebbe senso-

tacque. si rese conto di quel che aveva detto. gettò un’occhiata a Ciakate, timidamente.

-come pensi che fosse prima?-

-prima della Grande Coscienza?-

-sì, e prima della Cultura-

-il mondo era semplicemente più vasto-

erano ormai al cancello.

-e ora è meglio? con un mondo più piccolo?-

-Dio! non lo so. so che questo è il modo migliore. e lo sai anche tu. e tutte queste domande non hanno senso.-

GUla era già montata in bici. domande senza senso. proprio per quella ragione voleva essere intubata. proprio per quella ragione il fascino elettrizzante di una persona senza disco e senza pad la annientava. perchè era caduta nella trappola della domande senza senso.

strinse le labbra.

“e ti nascondi nei libri. e scrivi. e ti consumi come le sigarette che fumi.” era solo un verso antico che aveva letto di sfuggita a Parigi, nel 1985. le era rimasto impresso talmente che anche ora, a volte, le capitava di recitarlo.

forse solo questo di differente aveva il passato: i libri, allora avevano senso.

Ciakate lanciò un sguardo a Gula, triste e duro, e determinato. dov’era la sua mente? o anche solo, dove sarebbe voluta essere? presente al presente?

Gula la salutò con un cenno del capo e prese a pedalare lentamente. tra loro, lo sentiva, un velo di mestizia e sfiducia come una pellicola. non era certa che si sarebbe dissolto.

quando scomparve dietro l’angolo in fondo alla via Ciakate era ancora lì con il suo sguardo severo a bucare palazzi e cielo e ghiacciare il caldo che sembrava avesse divorato l’anima della città. già, ecco l’estate: città morta sudore zanzare. e lei lì, che si scopriva a provare rabbia.

continua con: Disco Emotivo. Parte 1/3

 

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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