il migliore dei mondi possibili: Disco Emotivo. Parte 1|1

Monet_dejeunersurlherbe

Dalla serie:

IL migliore dei mondi possibili.

Disco Emotivo, Parte 1.

1.

-vorresti fare l’amore con me?- le chiese.

-come faccio a fidarmi se non posso connettermi?-

-ma vorresti, è così?- chiese ancora lui.

-sei diverso da tutto quello che ho sempre voluto. E non posso vederti dentro- rispose cupamente.

un sapore amaro in bocca. un senso di vertigine. lo guardò, sentendosi come una bambina che critica l’operato di un adulto, e che del mondo non sa nulla. ma lui non guardava lei. guardava fuori, oltre i vetri alle finestre oltre le tende azzurro polvere, oltre la skyline dei palazzi. guardava verso quel qualcosa che la spaventava, di qualunque cosa si trattasse.

-beati coloro che credono senza vedere- le rispose.

2.

Gula frenò di botto. Le ruote della sua bicicletta fecero una sorta di molle gracidio mentre lei zompava sul sellino. Le guance accese e i capelli che come un nido le rimbalzavano sulla testa. La vela si allontanò veloce come era arrivata. Gula ansante trovò comunque sistema per raccattare fiato abbastanza (Ciakate non ci sarebbe mai riuscita, ne era certa) per inveirle dietro.

-le strisce idiota- gridò -ma non quelle di cocaina!-

rimase ferma con il fiato corto a grondare sudore. La maglietta blu aveva immense chiazze scure sul petto e sulla schiena.

-perchè ti arrabbi così?-

-perchè ho ragione. E ho caldo- sbuffo lei poggiando le mani sui fianchi -e perchè un cretino mi ha tagliato la strada con la sua bella vela veloce.. bè sai cosa?- riprese a gridare contro la strada deserta.

-te ne pentirai. In questa vita o in un’altra!- stava facendo la sbruffona rivolta all’orizzonte. Quell’immagine di Gula combaciava perfettamente con quella che Ciakate conservava di lei, della prima volta che l’aveva vista. Era meno sudata, forse, allora. Si sicuro. Meno sudata ma non meno su di giri, e non meno accesa d’energia. Era inverno. Ciakate era piegata sulle parole crociate, sul giornaletto che teneva sul bancone quando aveva sentito entrare un tornado da “la giostra del gusto”. Gula aveva aperto la porta del negozio e aveva fatto il suo ingresso carica di uno zaino che doveva pesare quanto lei. Non che fosse difficile. Era più o meno sui quaranta chili. Uno scheletrino, bassa, saltellante sempre. Con quella massa cotonosa e disordinata di capelli biondo rossiccio che le ballonzolavano in testa. Gli occhi sottili, castani e vivi. E sì, si doveva ammetterlo: la faccia di una sbruffona. Una che non sopporti a meno che non sia tua amica. E ora erano amiche. Malgrado tutto. Ormai da quel giorno, da quando Gula era venuta a lasciare le sue credenziali da “la giostra del gusto” erano passati due anni, Gula non si era dimostrata una persona più semplice di quanto non sembrasse al primo impatto. Era rimasta un colore stonato e inusuale che ferisce gli occhi.

Ciakate non era mai stata così. Ma amava quel genere di persone. Le ricordavano quanto si può prendere dalla vita. O una roba del genere.

-e tu?- le chiese Gula schermandosi gli occhi e volgendosi verso di lei -cos’è quest’apatia?-

non aspettò la risposta, riprese a pedale.

“perchè” chiese Ciakate a se stessa “apatica non è quello che sono sempre stata?”

i palazzi grigi si stagliavano imponenti contro il cielo di un azzurro impietoso, violento. La luce del sole feriva gli occhi. E Ciakate sentiva le gocce di sudore scivolarle veloci lungo le tempie e le guance, e il collo, fino ad andare ad inzupparle la maglietta. Gli stradoni tra i palazzi erano deserti. In giro non c’era nessuno, il silenzio faceva sembrare che fosse ancora più caldo. Ciakate sudava dappertutto, era letteralmente mandida, quella che le asciugava senza darle sollievo la pelle era comunque aria caldA. Pedalava stancamente sentiva che le forze le venivano meno, per la gran calura. Voltandosi verso Gula scoprì di non essere la sola ad aver bisogno di fermarsi. Anche l’amica era rossa in viso e lucida. E come lei ansimava.

Ciakate indicò a Gula uno spiazzo all’ombra, un cancello e il viottolo sterrato che si perdeva nel parco. Gula annuì ed entrambe cambiarono direzione filando come lontre sul pelo dell’acqua.

-Dio!- esclamò Ciakate mentre attraversavano al semaforo con le bici e si tuffavano finalmente nell’ombra -non potrei mai abitare qui, ma Desi come fa?- si guardò intorno. Rallentavano entrambe la corsa.

-perché?- chiese Gula.

Scesero dalle bici per varcare il cancello. Le investì il ronzio degli insetti che si faceva forte là dove i cespugli fitti costeggiavano la strada, però le investì anche un’improvvisa frescura. Il saettante frusciare delle lucertole che scappavano al loro passaggio..

-non lo so. Questo quartiere è quasi grottesco-

-sono case vecchie-

-sì, appunto. Quasi dell’età buia. Io ci ho fatto un viaggio- replicò Ciakate.

-un viaggio storico- precisò.

-li odio i viaggi storici-

-sì, alcuni. Comunque quella è un’epoca da brivido. Le persone erano talmente.. –

-comunque guarda che gli aumentano i livelli di integratori dell’umore sia nell’acqua che nell’aria-

disse GULa -ecco come fa Desi-

erano ancora in bici, ma procedevano lentamente sul viale, l’aria fresca era corroborante, Ciakate si guardò intorno alla ricerca di uno spiazzo, ma il viale andava invece andando ad immergersi in spazi quasi boscosi. Poco male, tanto pedalare non era più così atroce con quel fresco. Forse Gula aveva ragione riguardo all’aria. E ai livelli di endorifine e tutto il resto.

3.

Publio aveva le spalle larghe ma leggermente curve, quasi appesantite da una qualche colpa. si sedette sul letto. Ciakate rimase in piedi. chinò il capo.

-pavida- le disse lui. il tono era scherzoso, ma quell’offesa le sferzò in viso.

-sì, lo sono- disse debolmente.

vorresti fare l’amore con me?

sarebbe bastato dire sì.

sarebbe bastato quello. sentì nello stomaco serrarsi una stretta di fuoco. non era forse la verità?

e peggio, poteva forse credere che lui non sapesse cosa lei desiderava?

Lo guardò. lui sorrideva divertito.

-non è così grave. anche io sono un pavido.-

-no, non è vero-

-e tu che ne sai?-

lei scrollo capo e spalle, lui rise.

-che ne sai,- riprese -se non puoi connetterti, se non puoi vedermi in testa quelle lucine colorate che di me ti dovrebbero dire tutto?-

Ciakate boccheggiò. si sentì pervadere dalla frustrazione. quasi le prudevano le mani. già, che ne sapeva? sulle tempie di lui nessuna finestra sulle sue emozioni. nessun pad per bucarsi. e le storie del suo passato, e le sue espressioni, e il suo modo di toccarla.. che valore avevano se non si poteva bucare? se non poteva connettersi?

si sarebbe strappata la lingua a morsi pur di non dare quella risposta. ecco, almeno una cosa Ciakate di sè la sapeva, era orgogliosa come il peggiore degli asini. si sarebbe cavata gli occhi pur di non rispondere a quel modo. eppure per lui tanto si torceva il suo carattere che cavarsi gli occhi era un’atrocità da niente, per lei.

-che ne sai che..- stava ricominciando lui con quel tono beffardo che la riempiva di vergogna e eccitazione.

-lo sento- lo zittì -lo sento come sei-

4.

-non lo ha- confessò Ciakate debolmente.

-cosa?-

Gula voltò di scatto la testa verso Ciakate e non riuscì a nascondere la sua incredulità. Lei rimase in silenzio. La guardava supplichevole. Non riusciva nemmeno ad immaginare che tonalità potesse aver preso il suo disco emotivo.

sedute, nell’erba. sotto un cielo azzurro. tarda mattinata di mosche, e pai e zanzare, nel suore di quel parco. nel quertiere antico. non avrebbe voluto parlarne con GUla. di quella storia. di Publio, del disco. tamburellò le dita sul suo pad, che rispose con un debole lampeggiare.

lui, Publio, non aveva mai sentito il desiderio di bucarsi per connettersi a lei. per lui nemmeno avevano senso gli impulsi del suo disco. come si poteva spiegare quella relazione?

non stava chiedendo consiglio a Gula. cercava solo comprensione.

solo allora si rese conto che una roba del genere era incomprensibile.

-no, – ripetè come se anche lei ci stesse facendo i conti in quel momento -non ha la tavola onirica. Non ha nemmeno il disco emotivo-

Gula si scosse. Portò le dita ai piccoli dischi sulle tempie. Con una punta del polpastrello riusciva acoprirlo interamente. Per un istante a Ciakate parve di non sapere nulla di lei. La luce colorata sempre accesa era stata oscurata per un attimo. Poi riapparve quando Gula tirò via le dita. La guardò.

-e come fate a.. -gula si fermò a metà della frase. Non riusciva nemmeno a immaginare una situazione del genere. Non riusciva a figurarsi un rapporto con Alpro senza poter connettersi al suo inconscio. Senza che lui potesse connettersi a quello di lei.

-si insomma.. -proseguì dopo aver deglutito -come fate a conoscervi?- concluse con delicATEZZA. Era sgomenta ma non voleva ferire i sentimenti di CiAKATE.

Il suo disco emotivo tendeva all’imbarazzo.

Chi, del resto, non si sarebbe sentito imbarazzato a dover dare spiegazioni di una cosa di quel tipo?

continua con: Disco Emotivo, parte 1|2

 

 

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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