Il migliore dei mondi possibili -Disco emotivo- 1/9 fine primo episodio

Della serie: Il migliore dei mondi possibili

continua da: Disco Emotivo 1/8

26.

L’orina era schizzata dappertutto, tanto che Ciakate aveva qualche dubbio che ne fosse finita abbastanza nel bicchierino di plastica che reggeva tra la sua vagina e la tazza del cesso.

Ma era abbastanza.

Il contenitore tiepido è pieno fino a metà. Lo tiene tra le dita qualche istante. Come studiandolo, ma non pensa a nulla. Non prova repulsione, fascinazione, interesse. Cerca in sé qualcosa di simile. Sì, disgusto. O ansia. Ma.. nulla solo..

Concludi questa cosa, almeno la risolviamo una volta per tutte.

 

Le sfugge una soffocata e amara risata. Solo quella diamine di voce.

Apre la confezione della SIMA.cell e lascia cadere il tampone test,la piccola capsula bianca, nell’orina.

E siede. Non sente nulla, in quel preciso momento. nemmeno curiosità, non ha paura, non è emozionata.

L’utile e l’inutile, pensa sorridendo.

Eh già!

Dice la Biscia.

é forse lei, la serpe, si chiede adesso Ciakate quasi con stizza annoiata, che strizza i suoi sentimenti fino a farli scomparire?

27.

Erano trascorse settimane di niente. Settimane basso profilo, bassa temperatura. Settimane a bassa voce, si era assopito anche il caldo, ma loro non se ne erano accorti, né lei, Ciakate, né Publio. O forse Publio sì. ma solo perché lui sembrava essere in grado di notare sempre tutto. Di sentire tutto. Come un animale.

Anche le giornate si stavano accorciando? Gli uccelli, i nugoli stridenti, nebbie nere di sassi lanciati nell’azzurro si preparavano a migrare?

Per loro, per gli uccelli, e per gli animali,e per il tempo, le nuvole, il vento..

Le cose erano semplici.

Per lei, per Ciakate, settimane “di niente” di momenti che sfumano gli uni negli altri senza che tu te ne accorga erano come sensazione di sabbia sotto i piedi, che fine viene rapita dalle onde.

Come respirare.

Ciakate seppe che il tempo era trascorso solo dopo, e per caso, solo perché si fermò a pensare. Tutto un mondo, tutta una consistente fetta del mondo che lei conosceva sembrava completamente indifferente a tutte le beghe dell’umanità. A tutto quello che per gli esseri umani sembrava così incredibilmente importante. Una consistente fetta del mondo, troppo più imponente di quella che si considera la più importante, e che non aveva coscienza di quella che era stata la Cultura, il rimboscamento, i viaggi nel tempo, i dischi emotivi, la Repubblica. E per certi versi Ciakate si era identificata con quella fetta di realtà che si adegua, che prende come acqua di fiume la forma del letto. Domande avevano perso audio. C’erano, come vibrazioni, pronunciate da una bocca invisibile immersa nell’acqua. Solo un brivido, un istante in cui ti si accappona la pelle, e percepisci l’attrito, vago, da qualche parte. Ma poi il caldo è lenito da brezza bassa, alle caviglie. E dimentichi. Dimentichi di voler ascoltare. Dimentichi come si fa a prestare attenzione.

E vivi solamente.

Settimane di niente, durante le quali raramente si era rivolta al suo pad. Durante le quali non aveva più pensato ai dischi, agli integratori, alla Repubblica.

Settimane di niente, e Ciakate seppe che il tempo era trascorso solo dopo, e per caso. Fu come svegliarsi da un sonno profondo, intontita. Aprì gli occhi una mattina, nel bozzolo delle lenzuola, e al suo fianco la sagoma di Publio, il suo respiro. Un ritmo che le era diventato familiare, sempre più un giorno dopo l’altro, rumore di sottofondo al quale non si fa caso. Il peso del suo corpo che affossava il materasso. Ciakate si sedette sul letto sbattè le palpebre per scuotersi via di dosso il sonno, e quella sensazione di non essere stata lì, lì nella vita reale, per troppo tempo. Un peso, preciso, appuntito, nello stomaco. Andò a cercare la sua compagna di vita, la cercò in sé, nelle proprie orecchie nelle pieghe del sua cervello dove tanto spesso l’era andata a stanare per cacciarla via. Ma non trovò né la biscia né la sua voce. vivere solamente. Solo il suo corpo, il respiro di Publio, le pieghe delle lenzuola. Una mattina come le altre, senza domande. Provò a rimettersi a dormire ma non riuscì. Non sapeva di preciso cosa le avesse lasciato addosso quella strana sensazione che seppure per una vita l’aveva accompagnata aveva ultimamente quasi dimenticato.

Sedette in cucina nelle penombra delle persiane abbassate. Cercava di ricordare i propri sogni, per trovarvi magari una risposta a quell’ansia. Magari la voce della biscia. se l’aspettava, in un certo senso, dopo la sera prima. dopo quella puntura. ma il sibilo non si sentiva. e sogni.. non ne ricordava. Non ne scriveva da una decina di giorni almeno, poiché ne ricordava sempre meno particolari, e sempre più preferiva la realtà che viveva da sveglia, a quella onirica. Il Dottor H non aveva dato particolare importanza a questo cambiamento nelle preferenze di Ciakate, aveva forse commentato distrattamente con un interessante, o qualcosa del genere per poi passare oltre.

Oltre?

Ciakate si era risolta a parlare di Publio con il Dottor H, in maniera sempre più sincera. Gli aveva parlato anche di argomenti dei quali credeva non avrebbe mai parlato con nessuno. Come: i suoi genitori. I loro modi posati, decisioni sempre giuste. Sorrisi stirati, denti splendidi. Come i suoi, bianchi, grandi, dritti. Loro non erano nulla di particolare (“stupidi”, è vero che siamo stupidi? Questa era una domanda che le era rimasta in testa, alla quale non era sicura di aver avuto risposta) e in lei non vedevano nulla di particolare. Forse quella strada l’aveva condotta a desiderare di essere intubata. Forse sarebbe stato sufficiente avere avuto vicino qualcuno che si rendesse conto di quel che la biscia era stata per lei per..

Ma erano davvero utili quelle recriminazioni?

Si era fatta questa domanda. L’aveva posta a se stessa consapevolmente e non l’aveva percepita come l’insinuante sibilo della biscia, la serpe che cresceva in seno secondo un’espressione del Dottor H che l’aveva fatta sorridere e rabbrividire. Si era fatta questa domanda: davvero questo è utile?

Oppure, utile a che cosa?

La sera tornando a casa, dei suoi o di Publio, o nel suo appartamento (dove si fermava a dormire sempre meno spesso per la verità) le sembrava di trovare solo calore. Un sentimento sottile di accoglienza che ora lei era in grado di sentire. E alla sua mente rimaneva tempo per immaginare un futuro che appartenesse a lei, a Ciakate. Che fosse tutto suo. Libero dai sensi di colpa, dal senso del dovere, dalla frustrazione e dall’ombra della consapevolezza di essere una sopravvissuta. Momenti nei quali, con moto euforico aveva formulato il pensiero netto, chiarissimo che quella vita le apparteneva e che lei aveva il diritto di sprecarla se lo desiderava. Aveva il diritto di viverla come voleva. di perdere tempo. sbagliare. fermarsi a godere. fermarsi a chiudere a chiave le domande in un cassetto.

Publio aveva talento per la cucina, avevano trascorso molte serate a cucinare insieme e parlare dei continenti a cultura, e del rimboscamento, in dei termini che per Ciakate erano nuovi (tutta quella semplicità, per lei era nuova, tutta quella spontaneità e immediatezza le sembrava un nuovo mondo, un approdo sconosciuto). Publio le parlava della gente di lì, di come vivevano i pochi esseri umani sulle vecchie terre, di quello che avevano imparato del passato per forza di cose, per lasciare che il tempo presente scivolasse in avanti un po’ meno lentamente. Laggiù le persone seguivano come supervisori l’operato delle macchine, e per il resto del tempo si lasciavano ottenebrare dalla meraviglia che erano quelle zone dello spazio.

era ingrassata, più calma. come se un velo, incantevole, le fosse sceso sugli occhi, addolcendole il carattere. non era remissione. era qualcosa che somigliava alla serenità. qualcosa che non si spiegava e che non sentiva la necessità di spiegare a sè o agli altri. Forse all’ora del tramonto ancora qualche volta, un sentimento che somigliava alla malinconia si faceva sentire. Il Dottor H su questo invece aveva avuto molto da dire. Con il suo tono bonario ma saccente e presuntuoso le aveva esposto la storia del pensiero, la nascita delle cure psicoterapiche, le aveva parlato di Jung, della scoperta dell’inconscio e della psichiatria. E per Ciakate questo aveva avuto senso. forse quello il cambiamento maggiore verificatosi dopo la seduta che avevano dedicato a parlare dei pad, dei dischi e delle intubazioni. Forse agli occhi di Ciakate il senso c’era. Non era più un riflesso sfuggente che appariva e scompariva, e sfumava. Che finiva con il perdersi. C’era e basta. Logico. Lei non aveva più bisogno di cercarlo. Non lo disse al Dottor H, ma lui lo sapeva. Non poteva non rendersene conto. L’unica stranezza che tra di loro ancora Ciakate notava era quel modo che lui aveva di guardarla a volte. al termine dell’ora, stringendole la mano. Come se si aspettasse qualcosa da lei. che lei dicesse o facesse qualcosa oppure..

Davvero era utile per lei starci a pensare?

La domanda che rispondeva a tutte le altre.

Si svegliò una mattina, Publio nel bozzolo di lenzuola le dormiva accanto, il suo respiro regolare che per lei era ormai familiare, quel ritmo lento sembrava desiderare riassopirla, richiamarla al sonno. Ma lei si volle alzare. Sedette al tavolo della cucina. Cercava la voce della Biscia, in sé. Cercava di isolare quella paura nella pancia prima che si appiccicasse a tutte le interiora, come cancrena. Utile. Cosa era crollato in lei? una sorta di senso morale?

Da quando contava l’utile?

Era avvenuto qualcosa la sera prima, qualcosa che aveva bucato quella nuova vita come un ago buca la pelle. per questo si aspettava che la biscia bussasse alla sua porta.

Solo un pensiero.

Che, ne era certa, le apparteneva. Ma non per questo non l’aveva stupita. Publio era bravo con le parole. a detta sua con lei era semplice (“gli esseri umani sono stupidi, qui, sciocchi, come bambini”), lei si affidava alla voce degli altri, si lasciava cullare dall’immaginazione. Publio le parlava di boschi sterminati, di un mondo in cui si vedono le stelle, in cielo, chiarissime. Più che lì, nella Repubblica. L’aveva sentita irrigidirsi tra le sua braccia,  Ciakate si era voltata a guardarlo.

-cosa c’è?- aveva chiesto lui.

erano sul divano. Una grossa morbida frittella cobalto al centro della sala, e lei si era tirata su a sedere guardandosi intorno. Come se la risposta la stesse cercando sul piano della cucina.

-Ciakate, cosa c’è?-

era arrossita.

-niente-

-questo non è niente, sei saltata su come se ti avesse punta una vespa..-

-mi ha punta un pensiero-

-quale?-

aveva aspettato a rispondere. Aveva cercato di pensare. Ma era come se si fosse disabituata a farlo. Giorni, settimane, in cui la vita era andata avanti senza che lei si preoccupasse di capire.. cosa? aveva scordato anche cosa cercava di capire, e poi, seduta su quel divano, con Publio che le stringeva la spalla e lei che si guardava intorno alla ricerca di nemmeno sapeva cosa aveva sentito di nuovo qualcosa stridere.

Di nuovo.

Inaspettatamente.

Domande che avevano perso importanza avevano come fatto capolino da uno spiraglio della porta.

Aveva scelto di richiuderla.

-che stavi pensando Ciakate?-

-sono cambiata, vero?-

aveva chiesto. Entrambi sapevano di cosa stava parlando.

-sì-

-da quanto?-

-un paio di mesi, forse tre?-

-sì, forse. Pensavo.. solo mi è venuto in mente che sono felice. In qualche modo, in un modo che.. non sapevo esistesse. In un modo molto sereno.-

l’aveva guardato. Se Publio fosse nato nella Repubblica e non nelle terre a cultura sarebbe stato abituato a prestare più attenzione ai dischi di quanto non facesse con le parole. forse non sarebbe stato nemmeno parlare così tanto, e forse Ciakate non si sarebbe potuta permettere di mentire.

La mattina successiva sedeva al tavolo della cucina, e si rendeva conto di essere impaziente di recarsi dal Dottor H, per parlare di Publio. Più a fondo. Sì, l’aveva punta un pensiero. Ora sola, poteva permettersi di guardarlo in faccia, e farci i conti. Seduta al tavolo della cucina, le persiane abbassate, silenzio tanto denso che sentiva anche il respiro di Publio, che riposava nell’altra stanza. Quello che aveva pensato, realizzato? Scoperto dentro sé, era che in fin dei conti una parte di lei credeva che quello che era successo fosse bene. Quel sacrificio non aveva forse regalato a tutti loro la possibilità di vivere in un mondo di aria vera, respirabile? Ora la superficie del mondo era per la maggior parte disabitata dall’uomo. risorse energetiche a zero impatto ambientale erano le uniche possibili. Non esistevano guerre, piani di distruzione, minacce all’umanità e all’ecosistema. C’era stato un tempo in cui gli umani crescevano piccoli di tutte le specie per poi massacrarli e mangiarli. Un tempo in cui al posto delle vele c’erano le macchine. Non c’erano i pad, è vero. E gli esseri umani erano una decina di miliardi al mondo. Ma come sarebbe finita se la repubblica non avesse attuato il programma?

Il prezzo era il lutto cosmico. E a Publio non poteva dirlo, non sul serio. Nemmeno con se stessa riusciva ad ammettere che forse quello, quel sacrificio, quello che avevano fatto, era stato utile. La migliore soluzione possibile. Questo il pensiero che l’aveva punta quando la sera precedente tra la braccia di Publio cercava di immaginare le terre d’Europa.

Sentì allora la voce. Mentre ragionava con se stessa.

Mentre Publio dormiva, nell’altra stanza. La voce della Biscia.

Non ti è sfuggito qualcosa Ciakate?

Non mi sei mancata affatto.

Non era questa la domanda.

Ma era vero. Quel sibilo, seppure aveva sempre il suo fascino non le era mancato, per nulla.

Allora? La punzecchiò.

Ciakate cercò di fare mente locale. Una cosa l’aveva compresa, alla fine: non aveva nessuna scelta, nessuna possibilità né di combattere né di difendersi, né voglia di resistere. Se la biscia aveva deciso di fare la sua apparizione nel cervello di Ciakate non c’era modo di scacciarla.

Oltretutto magari ho qualcosa da dirti, qualcosa che non vuoi sentire, e che però direi è bene che tu sappia, no? Non ti è sfuggito qualcosa mentre stavi lì a crogiolarti nella tua compassione per tutte le creature morte e vive di questo pianeta?

Ciakate si era portata indice e pollice alla radice del naso.

qualcosa che ti riguarda.

chiuse gli occhi.

da quanto non hai il tuo ciclo, Ciakate?

Non avrebbe mai voluto dare alla Biscia la soddisfazione d’avere il sussulto che ebbe suo malgrado. Aprì gli occhi e per un istante prima di averli completamente schiusi ebbe vivida l’impressione che l’avrebbe trovata lì, davanti a sé, a ridere come le pareva di sentirla ridere. Publio cambiò rumorosamente posizione, e lei ebbe un sobbalzo. Infilò goffamente la gonna e uscì di casa, ma

Ma non c’è modo Ciakate, la rincorse la Biscia, Non c’è modo di scappare da me Ciakate, le disse, noi siamo insieme. Lo sai.

 

 

28.

Lo so, si dice ora lei. mentre aspetta in compagnia di se stessa, e della biscia come sempre, nel bagno del suo appartamento che il colore del tampone cambi.

Tamburella con le dita sul piano del lavandino. La capsula da bianca diventa rosa. Ciakate chiude gli occhi. inspira con il naso. Ma quando li apre una manciata di istanti dopo quella capsula rosa è ancora lì. Immersa della sua orina che deve essere bella carica di betahgc.

Come ho fatto a non accorgermene?

Perché non mi hai ascoltata.

Non sei stanca di startene lì a sputarmi nelle orecchie risposte che non mi interessano?

Ma è così Ciakate, le dice, non mi hai ascoltata, ti sei disinteressata di me. Credevi che le mie risposte, le mie domande, che tutto, tutto quello che faccio per te fosse inutile.

 

Non lo è, e non lo è mai stato.

Disco emotivo, FINE I EPISODIO.

continua con: 2. Paradosso abominevole

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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