Il Migliore dei Mondi Possibili. Agosto 1969 parte 4/2

leggi dal primo capitolo: Il migliore dei mondi possibili.

continua da: Agosto 1969 parte 4/1

-non riesco a capire- aveva detto Annick a suo padre –perché?- aveva chiesto guardandolo.

Aveva di fronte le immagini della persona che avrebbe dovuto accompagnare. Sembrava vecchia, stanca. Sembrava una maschera. Non sapeva come avesse potuto mantenersi senza dischi, ma non le dispiaceva che così fosse. I volti delle persone senza impianto erano tutti da interpretare. Non l’avrebbe ammesso ad alta voce, ma aveva spesso la sensazione che i dischi traessero in inganno, a volte.

-cosa intendi?- replicò suo padre.

-non so- si prese qualche istante per scorrere i polpastrelli sul pad di lavoro dove suo padre le aveva appena scaricato i file. Era accesa di curiosità, però qualcosa non quadrava.

-questa donna vuole andare al più famoso concerto che si sia mai tenuto nella storia del mondo, perché?

È stata riabilitata, si è sposata con uno di noi, uno importante- evitò di calcare il tono su questo –ha studiato la nostra storia, ha studiato quella che ha dovuto accettare come la sua storia, e adesso..-

“e adesso vuole andare negli anni settanta del novecento” pensò tra sé.

-quello che intendo dire è: lei crede che il concerto di Woodstock sia il momento più alto dell’umanità? Non ha un briciolo di senso. capirei se volesse tornare a casa. Se volesse rivedere il suo tempo, ma così..-

-crede che per Juli Touren sia la cosa migliore. crede sia il viaggio più idoneo per risvegliare il suo bisogno di vita una volta disintubata-

-è un po’ fuori luogo, non trovi?-

Anche lei aveva studiato la storia. E molto, molto da vicino. All’addestramento c’erano stati i test di logica, di empatia, e poi i viaggi. Viaggi nel tempo che l’avevano convinta che ci sono orrori ben peggiori dell’essere intubati. Che l’intubazione era una pratica sacrosanta, e che nessuno avrebbe dovuto mai provare a toccare quel diritto e dovere del cittadino di chiamarsi fuori dalla società prima di fare danni. La storia umana prima della Repubblica era costellata di massacri. Era una storia di autolesionismo incosciente e adolescenziale.

-perché si accanisce tanto su questi permessi? Perché vuole tornare indietro? A fare cosa?- chiese ancora.

-un tempo le relazioni umane erano di una profondità che adesso non conosciamo-

-lo so- rispose senza staccare gli occhi dallo schermo.

-e lei crede che a Juli potrebbe piacere-

-lo immagino-

“un tempo le relazioni umane”. Lo sapeva certo. Per questo le interessava tanto. Avrebbe avuto molto più senso se quella donna si fosse messa al servizio della scienza. Se avesse lasciato che i ricercatori studiassero i suoi processi mentali. Avrebbe avuto senso anche dopo il processo di integrazione perché qualcosa la mente lo conserva sempre. Al sicuro, nascosto, ma lo conserva.

Un volto senza dischi poteva sembrare qualcosa di immensamente innaturale. Durante l’addestramento, alla scuola, uno dei punti saldi del metodo d’insegnamento era quello di mantenere la plasticità del cervello. Lei era una superdotata, non poteva fare a meno di ammetterlo, né di sentirsene fiera. E più di questo era stata educata ad abituarsi alle incoerenze ad una velocità spaventosa, rispetto agli altri umani. Era una risorsa, ma si trattava di un’arma a doppio taglio. Era sempre pronta a mettere in discussione quale fosse la declinazione giusta del suo talento. Si rendeva conto che il servizio che poteva svolgere per la Repubblica lavorando attivamente nel settore dei viaggi specifici era immenso. Però erano altri i campi che la interessavano. Avrebbe desiderato fare ricerca. Poter testare le menti del passato. Prendere in considerazione uno studio riguardo al campo quasi inesplorato della coscienza animale. con le sue capacità empatiche avrebbe raggiunto ottimi risultati. Ma la ricerca non veniva mai assegnata a elementi come lei. la certezza era che lei non sarebbe mai andata in shock. e come sprecare una forza del genere nella ricerca?

Eppure Annick sapeva che se le ricerche non andavano avanti era perché venivano condotte dal elementi inconcludenti. Elementi non abbastanza dotati. C’era una componente creativa nella ricerca. Bisognava saper vedere qualcosa che nemmeno si stava cercando. Bisognava grattare fuori dai dati le conclusioni. Quel campo non le era precluso però Annick aveva la capacità e il dovere di mettere i suoi desideri da parte per il bene della Repubblica, e non esitava a farlo mai. ma questo non poteva significare accettare una missione senza chiedersi almeno che senso avesse. Soprattutto in un caso del genere. perché un elemento del passato, dei primi del novecento, aveva passato anni ad integrarsi e stabilizzare i propri livelli sopravvivendo allo shock temporale per poi richiedere un viaggio nel 1970? Perché quella donna aveva deciso, come prima azione in assoluto a livelli emotivi standard, di avviare le pratiche per recuperare dall’intubazione una sua amica?

Cosa che, Annick non aveva dubbi su questo, avrebbe causato di certo una precipitazione dei livelli emotivi.

Già, le relazioni tra le persone erano di tutt’altra profondità un tempo.

-non ti fidi di lei?- chiese suo padre.

-vorrei conoscerla, tutto qui. Credi che sia pronta veramente?-

-mi è sembrata determinata. Non abbiamo ragione per dire no-

-mi stai nascondendo qualcosa?- Annick aveva guardato suo padre. Non si aspettava una risposta. Non si aspettava niente. Le sembrava solo appropriato proteggersi. Quella domanda era “fare il possibile” perché non ci fossero imprevisti. Ma lei non prendeva integratori aggiuntivi. Gli imprevisti erano qualcosa che conosceva molto bene. La sua emotività era libera e se aveva imparato a gestire quella sarebbe stata in grado di affrontare qualsiasi imprevisto. Eppure la risposta che le diede suo padre non le piacque affatto.

-se lo facessi sarebbe per il tuo bene- le disse.

Annick aveva appena 17 anni, era pacata, e la sua psiche immensamente ricettiva. Aveva terminato l’addestramento l’anno prima, e dopo dieci anni lontana da casa adesso si doveva confrontare con suo padre, che era anche il suo capo, e l’uomo al quale doveva il proprio talento. Non era cresciuta con suo fratello, e ora ne riconosceva i limiti, e lo stesso valeva per sua madre. Surì era una donna meravigliosa ma era solo una donna del presente. dischi emotivi, pad, piattezza emotiva, tutto il pacchetto al completo. Suo padre era diverso. L’aveva sempre saputo. Ma durante quell’anno l’aveva sperimentato e lei aveva l’anima della ricercatrice, nessuno glielo avrebbe tolto dalla testa. Proprio per questa ragione, proprio perché era dotata della componente creativa della personalità che secondo lei doveva caratterizzare un ricercatore, aveva visto in quella richiesta e nel fatto che suo padre l’avesse accettata e avesse scelto lei come accompagnatrice qualcosa che non stava cercando affatto.

L’inconscio si esprime in molte forme. Suo padre desiderava che lei accettasse quella missione perché le nascondeva qualcosa e perché voleva che lei lo scoprisse.

-non ti fidi di me?- le chiese lui a bruciapelo.

Questo la fece sussultare. Non esisteva pad che potesse leggerti nella mente. Ma c’era qualcosa negli esseri umani dotati che valeva mille pad e mille dischi. Era quella materia impalpabile che la Repubblica cercava di replicare dopo essersi data tanta pena di eliminare. L’empatia. O l’istinto. Quella cosa che permetteva agli esseri umani di leggersi la mente a vicenda. Aveva attinenza con l’inconscio collettivo, certo. Le ricerche della Repubblica orbitavano vicino al segreto dell’enigma ma non lo coglievano. E l’avrebbe potuto cogliere, lo sapeva. Se avesse potuto prendere l’indirizzo di ricerca l’avrebbe potuto cogliere, ma non era ancora il suo momento. ad ogni modo era in virtù di quella “forza”, di quella “materia”, di quella cosa che suo padre le aveva fatto quella domanda. L’aveva sentito.

-una cosa sei tu. Un’altra è la Repubblica e un’altra ancora è il mio lavoro-

-sei molto giovane per avere dei dubbi-

-se questo è un test lo passerò papà-

-già-

-ma non è un test-

-no, non è un test-

Annick tamburellò con le dita sul tavolo. Certo che non si trattava di un test. Ma di sicuro era una prova. Era questo il problema della curiosità: entrava in collisione con la realtà del paradosso. Rimaneva una domanda, nebulosa, vaga. Il paradosso incasinava tutto. E le persone curiose, curiose come lo era lei, non lo sopportavano. Prima di una prova non sai mai se riuscirai, e quando poteva essere sicura la Repubblica di metterti alla prova? Il loro era un mondo costruito sul paradosso, in ultima analisi, sempre soggetto al dubbio e nessuno pretendeva che il dubbio interiore fosse risolto. L’addestramento consisteva nell’accettarlo. Sarebbe stato crudele costringere una coscienza ad abbandonare il dubbio, o ad affidarsi per spossatezza. Per disperazione. La verità era che ogni prova era un test e che la vera scuola iniziava quando finiva l’addestramento. Quello che dava alla Repubblica della Grande Coscienza la certezza che non ci sarebbero stati tradimenti era che mostrava esplicitamente quello che l’umanità era stata prima che cominciasse il movimento della Nevo, e durante gli atti di ribellione alla supremazia della specie umana sul pianeta terra.

Erano quattro bambini. Solo quattro di tutta la popolazione ad aver avuto accesso all’addestramento, e questo dimostrava che il sistema funzionava. I bambini dotati, o coloro i quali dimostravano davvero precocemente attrito con le normali procedure venivano educati in strutture specifiche che avevano il compito di renderli parte del sistema di controllo che operava perennemente perché la pressione del paradosso non sfaldasse la Repubblica. Il fatto che di bambini del genere ce ne fossero pochi era la prova che agli esseri umani era sempre meno percepibile il paradosso di fondo.

E coloro i quali ancora lo percepivano o sembravano percepirlo lo accoglievano e lavoravano per contenerlo. Un sistema perfetto.

Chi più di loro che avevano attraversato l’inferno del passato potevano dubitare del fatto che contasse solo la sopravvivenza della Repubblica?

Certo, si fidava di suo padre. Ma anche lui era un superdotato e non aveva ricevuto né l’educazione che era toccata ad Annick né gli insegnamenti che le erano stati impartiti. Lei si fidava di lui, ma lui si fidava di se stesso?

O aveva la certezza di conoscere se stesso?

le ci era voluta una immensa forza di volontà per contattare il proprio subconscio e rendersi partecipe delle pulsioni che lo agitavano, delle realtà costituite dall’inconscio collettivo. Il frutto del lavoro di anni non si poteva acquisire con gli integratori. Era una persona curiosa. E forse non era una persona saggia, non ancora. ma aveva vissuto molto più di suo padre, sua madre e suo fratello messi insieme. Aveva imparato ad accollarsi il fardello di un’emotività fuori controllo, ad aprire e chiudere la propria sensibilità al mondo esterno e ad ascoltare quello che veniva da dentro. I messaggi arcani. Suo padre no. Gli adulti non hanno una psiche così malleabile. E nemmeno per tutti i bambini vale lo stesso addestramento. Su quattro solamente due erano stati considerati, al termine del percorso, idonei al lavoro. Lei, Annick, e Penelope. I maschi sono sempre più fragili.

Annick chiuse gli occhi e disse: ora mi devi lasciare sola. Lo sentì allontanarsi a passi rapidi, fuori della stanza e in corridoio. Lei si rifugiò in quel posto sicuro dentro si sé dove risiedeva la sfera intima, il grano di sabbia che non era soggetto a disgregazione mai. lì non aveva nessuna necessità di riflettere, o decidere, o ascoltare. Quella era la bolla senza tempo, senza spazio. Il luogo dove i paradossi convivevano senza suscitare nessuna curiosità. Rimase qualche ora con gli occhi chiusi, seduta nella sua stanza, alla scrivania, e al contempo in se stessa. Quando aprì gli occhi fuori era già buio. sfiorò il proprio pad personale con le dita e quello rispose con un barlume di luce calda rapido e opaco.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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