Il luogo dell’eterna sconfitta.

Il seguente racconto è ispirato alla lettura del racconto di un altro autore di questo sito,

Gabriele Neri,

che potete trovare a questo link:

http://www.battibit.org/bisboccia-alcolica-quintali-durina-e-cocci-di-vetro/

Gabriele ha abilmente descritto nel suo pezzo la provincia, geografica e mentale.

In questo raccontino di fantasia mi ci sono provata anche io, partendo dallo sfondo da lui descritto: stessa provincia, stessa piazza, personaggi equivalenti. Cosa succederebbe, mi sono chiesta, se nell’eterno ripetersi dello squallore, nel luogo insomma dell’eterna sconfitta, apparisse un giorno qualcosa di speciale, o meglio, qualcuno?

 

 

‘Hell is empty and all the devils are here.’

William Shakespeare

Nei luoghi dell’eterna sconfitta la sconfitta eterna si ripete.

 

Il ragazzo lungo disteso sui gradini della chiesa di Piazza dei Cavalieri era di un’eleganza merovingia. Forse erano le borchie appiccicate dappertutto a dare quell’effetto, forse il viso da reduce di guerra, o forse la posa – sembrava morto. Margherita si chiese se non fosse morto davvero. Si rivolse a Antonino detto Marcus, un brillante 110 e lode in Beni Culturali, che si era sbottonato la patta dei pantaloni e stava pisciando otto vodka lemon sulla parete della chiesa cinquecentesca di Santo Stefano: “Secondo te è morto?”

“Coma etilico,” rispose Marcus distrattamente, gettando un’occhiata al ragazzo riverso tra i vetri e il vomito. “Va’ a chiamare Spiel.” Spiel era il dottore degli ubriachi, centodieci anni fuoricorso a Medicina Generale, laurea ad honorem in Scienze della Sbronza Pesa. Era nel vicolo a farsi fare un pompino da una laureanda in Scienze Politiche che credeva nel femminismo e nella parità di genere. “Spero sia importante,” commentò venendo via. “Mi ero sorbito venti minuti di lezione sul diritto della donna ad autogestire la propria sessualità prima di arrivare al dunque.”

“Se è il genere di cosa che ti eccita, puoi guardarti un porno di Valentina Nappi quando torni a casa. Ora devi venire con me. C’è un tizio che sembra morto.”

“E allora? Ce n’è uno ogni notte.”

“Sì, ma questo è carino.”

Gli occhi di Spiel si accesero. “La principessa Merida esprime apprezzamento per un uomo? Va segnato sul calendario!” Era così che la chiamavano quasi tutti, Merida, come la principessa ribelle.

“Non fare il cretino. È solo carino.”

“Vediamo il principe azzurro.” Erano arrivati. Spiel si fece largo a gomitate tra gli ubriachi e si chinò sul ragazzo. “The doctor is here.” Disse. Il ragazzo era, effettivamente, molto bello e molto bianco. Gli sentì il polso, poi gli accostò l’orecchio alla bocca. Anche il viso di Spiel cambiò lentamente colore. “Mi dispiace.” Disse. “Non respira. Non c’è battito.”

“Sei sicuro?” Merida si chinò sul ragazzo e gli mise due dita sul polso, agitata.

“È morto.” Sentenziò Spiel, mentre il ragazzo apriva gli occhi.

 

“Sarai un fantastico medico, Spiel,” rise Marcus.

“Ve lo giuro, era morto!”

Merida si chinò sul ragazzo. “Stai bene?”

“Sono sulla Terra?” chiese il ragazzo. Poi svenne di nuovo.

Marcus rise ancora. “Tanto bene non sta.”

“Avrà preso qualche droga. Ci serve Ziggy. Dov’è?”

“Con questo caldo, scommetto che è già da papi a Forte dei Marmi.”

“No, l’ho sentito oggi. Era con Sahria nell’appartamento di sua madre.”

“Chi è Sahria?”

“La tipa indiana.”

“Merida si interessa a un uomo e una tipa di Ziggy dura più di una notte? Oggi è il giorno dei miracoli.” Disse Spiel.

“Andiamo da Ziggy.” Ordinò Merida. “Voi due lo portate a braccia.”

“Senti lì che tono imperioso.” Commentò Spiel, eseguendo.

“Dio diede a Adamo la forza, fanciulli,” commentò Merida. “E a Eva il cervello.”

“Mi pareva che fosse stata Eva a cogliere la mela.”

“Certo. Era dotata di iniziativa propria, a differenza di quell’altro.”

“Veramente l’ha tentata Satana.”

Merida ammiccò. “Si vede che Satana era più interessante di Adamo.”

“Allora è vero che alle donne piacciono gli stronzi,” commentò Spiel.

 

“Alle donne piace chi pensa con la propria testa,” rispose Merida.

Spiel decise di chiuderla lì e tacque. Un botta e risposta con Merida poteva andare avanti per sempre. Non avrebbe mai smesso finché non avesse avuto l’ultima parola.

Fecero i cinquanta metri che li separavano dall’appartamento di Ziggy, vicino alla Torre del conte Ugolino. Merida suonò.

“Ziggy, apri subito.”

“Ciao Merida, buonasera anche a te.”

“Apri idiota, abbiamo un’emergenza.”

Il portone si aprì. Trascinarono il tipo svenuto nell’ascensore antiquato, che sferragliando li portò alla soglia dell’appartamento di Ziggy.

Sigismondo Venerosi Gaulard della Scala detto Ziggy venne ad aprire in tutto lo splendore dei pantaloni del pigiama Missoni di sua madre e del suo petto nudo. Era in infradito, con al collo un ciondolo ottenuto da una noce di cocco sul quale era intagliato un segno che Ziggy diceva essere un simbolo Maori da lui ‘visto’ durante un viaggio lisergico.

“Buonasera,” disse Ziggy.

“Il doc non capisce cos’ha preso per ridursi così.”

“Mettetelo sul tappeto.” Merida ammirava un po’ la maniera con cui Ziggy se ne fregava del valore delle cose. Un tappeto persiano da migliaia di euro e lui ci faceva adagiare un tossico senza pensarci due volte. Genio ribelle o semplicemente troppo ricco da preoccuparsi di qualsiasi cosa? Non l’aveva mai capito, forse tutte e due. Ziggy si chinò sul ragazzo e gli esaminò le narici.

“Polvere d’Angelo,” sentenziò.

“Principio attivo?” chiese Spiel, sempre curioso di queste branche della medicina.

“Fenciclidina. PCP. È a base di piperidina,” rispose Ziggy. “È strano, non si vedeva in giro da un pezzo. Ora va di più la ketamina.”

“Come funziona questa polvere d’angelo?”

“Se è liquida ci imbevi una sigaretta dentro e te la fumi, altrimenti la sniffi. Lui se l’è sniffata. E da un sacchetto pieno, direi.”

“Come fai a dirlo?”

“Ce ne ha ovunque. Persino tra i capelli.”

“Come facciamo a farlo riprendere?”

“Non lo so.”

Entrò Sahria. Stupenda, era scalza e indossava un vestito celeste, leggero. “Che succede qui?” chiese con il suo accento tra indiano e americano.

“Angel Dust.” Ziggy passò la mano tra i capelli del ragazzo, e ne cadde ancora polvere bianca.

“Hmm.” Commentò Sahria. Si chinò sul ragazzo, impose le mani e pronunciò qualche cosa in tamil. Non accadde assolutamente niente.

“Non capisco,” disse Sahria. “Hmmm… Eḻuntu, nīṅkaḷ yār, ampalappaṭuttiyirukkiṟatu…”

Il ragazzo aprì gli occhi di colpo e si agitò. Sahria gridò per lo spavento e corse via. Merida allungò una mano e sfiorò il polso al ragazzo, che si calmò inaspettatamente.

“Tu mi hai toccato,” disse a Merida con voce roca.

“Sì.”

Il ragazzo si toccò la gola. Ziggy, che ne sapeva qualcosa, sparì e tornò con un bicchiere d’acqua.

“Bevi,” disse. Il ragazzo guardò stupito il bicchiere d’acqua. Sembrava non sapere cosa farci. Spiel si avvicinò e gli appoggiò il bicchiere sulle labbra. Il ragazzo bevve con espressione meravigliata.

“Ho bevuto,” disse stupito. “Ho bevuto dell’acqua.”

“Sì,” rise Spiel.

Get him out!” gridò Sahria in preda al panico. “Get him out! Mandatelo via!”

Ziggy sollevò un sopracciglio. Non amava gli isterismi femminili e uno dei motivi per cui Sahria era durata tre giorni era che erano stati tre giorni senza scenate. “Qual è il problema?” chiese, scocciato.

“Lui non è… non era… umano.”

Il ragazzo la fissò. “Tu hai la Vista,” constatò. “Ancora, in questo secolo… non credevo.”

Sahria lo guardò stravolta. Dopodiché, senza neanche salutare o chiudere la porta, corse via dall’appartamento. Ziggy si limitò a sbuffare. Ne avrebbe trovata un’altra.

Il ragazzo tentò di mettersi seduto ma questo, evidentemente, fece male. Iniziò a ridere e a piangere insieme. “Non ci posso credere,” ripeteva. “Non ci posso credere.”

“Che cos’hai?” domandò Merida.

“Provo dolore.”

“Dove?”

“Non lo so.” Rise esagitato. “Ossa, tendini, muscoli, articolazioni… tutto l’apparato umano!”

Con un’unghia lunga e sporca si graffiò un braccio. Osservò estasiato il sangue che ne sgorgava.

“Che fai, sei matto?” Gridò Merida

“Questo è da TSO, Merida.” Sentenziò Spiel.

Gli occhi di Merida si illuminarono. Aveva un debole per i casi umani. Accendevano in lei un istinto, più che da crocerossina, da antropologa.

“Stai bene? Vuoi altra acqua? Hai fame?”

“Fame…” Il ragazzo rise. “Fame.”

“Ziggy, qualcosa da mangiare.” Ziggy si alzò prontamente. “Chi sei?”

“Sono il Figlio dell’Aurora.” Gli occhi del ragazzo scintillarono. “Il dio di questa epoca.”

Marcus si scompisciò dal ridere. “Voglio provarla anche io questa Angel Dust.”

“Il tuo nome,” precisò Merida.

“Ne ho avuti molti. Mi chiamavano… mi chiamavano Drago. Leone Ruggente, assassino…”

“Chi? Gli amici al bar del Ciambellino?” Intervenne Marcus sghignazzando.

Nel frattempo Ziggy tornò con degli avanzi di panini in un vassoio di Salza.

Il ragazzo prese uno dei panini e lo portò alla bocca con fare sacrale. Lentamente morse il pane, la maionese gli sporcò le labbra. Ebbe un’espressione di pura estasi. Allungò una mano e prese un altro panino. In pochi secondi tutti i panini erano spariti.

“Ancora,” disse.

“Alla faccia della chimica,” rise Ziggy. “Non ce n’è più. C’è della pizza fredda del Montino.”

La andò a prendere e gliela porse. Lo guardò divertito divorare gli avanzi di pizza.

Il ragazzo parlò con la bocca piena. “Questo è il Paradiso,” disse.

“Io sono Merida, loro sono Ziggy, Spiel e Marcus. Dicci un nome con cui possiamo chiamarti.”

Il ragazzo alzò i meravigliosi occhi blu su Merida. “Chiamatemi Enki,” disse.

 

“Chi sei?”

Il ragazzo fece un sorriso da lupo. “Chi ero, vuoi dire.”

“Chi… eri?”

“Ero il figlio negletto,” rispose Enki. “L’Avversario.”

“L’avversario di chi?”

“Di mio padre. È sempre il padre, no? Mi pare che ci foste arrivati anche voi. È passato da noi un omino nel 39 che faceva un gran parlare di questa sua scoperta dell’inconscio.”

“Da noi chi?”

“Noi. I caduti. Non sapete proprio niente,” rise Enki meravigliato. “È scomparsa dunque ogni fede, ogni paura in quest’epoca? Ero il prediletto, prima di cadere. Ma non mi bastava. Mi ribellai e con me altri compagni. Per questo fummo esiliati, gettati tra le braci. Il mio stesso fratello mi condannò.” Rise ancora. “Ho visto le vostre statuine e icone. Non ci assomigliano affatto. I miei fratelli su in Paradiso hanno spade e fuoco negli occhi esattamente come noi. Certo sono belli. A noi Dio tolse la bellezza, ci diede aspetto mostruoso per punirci, ma finché non si spegne un’idea, quella continuerà a bruciare, e la memoria della beltà passata indurrà sofferenza, ma anche orgoglio e ribellione. Le azioni di Dio sono una continua contraddizione.”

“Aspetta un attimo,” intervenne Marcus, tra il divertito e l’inquietato. “Stai dicendo che tu sei Satana?”

Enki sorrise. “Satana, sì, l’Avversario.”

Marcus scambiò un’occhiata con i suoi amici e scosse la testa. Questo stava proprio messo male. Merida se ne era trascinata dietro di tutti i tipi, alcolisti, tossici, bipolari, schizofrenici, persino un violento a cui avevano dovuto dare una lezione in sette, nonché un normalista depresso che si sfregiava da solo col cutter – ma un satanista no, satanisti non se n’era mai trascinati dietro, tra l’altro questo non era neanche un satanista, era uno convinto di essere Satana… da ricovero immediato, per come la pensava lui, senza passare dal via.

Merida lo guardava divertita. “E sei Satana, come mai sei qui?”

Enki guardò Ziggy e indicò il bicchiere. “Versami da bere,” comandò.

“Ehi ehi ehi frena,” rispose Ziggy. “Satana o non Satana, sei a casa mia e a casa mia si dice per favore.”

Per favore,” ripeté Enki come se lo sentisse per la prima volta. “Per favore.” Si fermò un istante. “Formule di cortesia in lingua umana italiana: per favore, grazie, prego, non c’è di che, salve, scusi, gentilissimo…” Si fermò ancora. “Avete un bell’elenco di parole inutili.”

Ziggy guardò Merida. “Se non chiede per favore lo sbatto fuori ora,” avvertì.

Enki rise. “Ognuno gode del suo piccolo potere. Per favore, scusate, eccellentissimo. Per favore, abbiate la compiacenza. Riverisco, illustrissimo.”

Ziggy spalancò gli occhi. “Mi prendi per il culo?”

“No. Anch’io ho preferito regnare all’Inferno che servire in Paradiso, come ha scritto un altro mio ospite.”

Merida si alzò e riempì il bicchiere di Enki.

Enki bevve.

“Ci starebbe un grazie, ora,” bofonchiò Ziggy.

Enki si girò a guardarlo. “Ho controllato sul vostro compendio di maniere più riconosciuto. È il Galateo, non è vero? Per i fiori, l’acqua e il fuoco non si ringrazia.”

“E quando avresti controllato?”

Enki si indicò la testa. “È tutto qui.”

“Sai il Galateo a memoria?”

“So a memoria tutte le scemenze che avete partorito da quando siete al mondo. Per rispondere alla tua domanda, mia bella rossa… c’è stato un Giudizio.”

“Che Giudizio?”

“Ho provato nuovamente a ribellarmi a Dio,” spiegò Enki. “Con alcuni compagni ci siamo inerpicati fino al Paradiso, abbiamo forzato le porte per liberare dei fratelli che giacevano in catene da molti secoli. Dio non l’ha presa molto bene. Ha studiato una nuova punizione per il suo figlio prediletto. Non credevo che sarebbe arrivato a tanto.” Enki si passò le mani fra i capelli. “E invece l’ha fatto.”

“Che cosa?” Merida aveva gli occhi che brillavano, segno davvero infausto nella semiologia delle sue cotte, come ben sapevano Spiel, Marcus e Ziggy.

“Mi ha reso umano. Gli angeli sono immortali, perciò non poteva uccidermi… e dunque mi ha reso mortale. Un membro della razza che più disprezzavo. Mi ha dato una vita umana… un battito di ciglia. È strano, in genere… Dio preferisce le punizioni eterne.”

“Be’,” commentò Merida sorridendo, “la vita è lunga qui. La provincia è il luogo dell’eterna sconfitta.”

 

Spiel si allontanò e Ziggy lo seguì in cucina.

“Mi dà il vomito,” disse Spiel. “Guarda come sbava dietro a quell’idiota.”

L’eterno amore eternamente non corrisposto di Spiel per Merida non era cosa nuova. Ziggy gli mise una mano sulla spalla. “Bro, devi andare oltre. Ho conosciuto una tipa a Cortina, una figa pazzesca, si fa fare di tutto…”

Spiel non ebbe tempo di replicare, poiché entrò Marcus. “Non capisco se ci è o ci fa,”

“Ci è,” disse Ziggy. “C’è rimasto. Questo ha il cervello completamente bruciato.”

“Ci fa,” disse Spiel. “È tutto uno spettacolino per Merida. E lei ci casca con tutte le scarpe.”

“Che gli dà corda è vero,” assentì Marcus. “È lì tutta presa che fa domande di teologia e gli terge la fronte.”

“Bello e squilibrato. Figurati se non lo raccattava lei.” Spiel era amareggiato, ma sapeva che non c’era molto da fare. Merida avrebbe perso la testa e sarebbe sparita dietro all’ennesimo idiota, poi lui l’avrebbe delusa e lei sarebbe tornata da loro. Il problema era che senza Merida non erano la banda. Quando Merida non c’era, loro erano solo tre stronzi a giro per il mondo, incapaci di fare altro che spaccarsi di canne e videogames. Merida aveva la magica capacità di fare succedere qualcosa persino in quel buco dimenticato da Dio che era Pisa. Tipo quando avevano scritto con i graffiti “Hai detto derbio?” sulla spalletta del ponte. Tutta la città si era lambiccata su quel “derbio” per mesi. Era stato divertente. In ogni caso, non c’era molto da fare. Bel tenebroso, un tranello micidiale. Ci sarebbe caduta dentro e ci sarebbe rimasta invischiata fino a farsi male.

 

Il bel tenebroso se ne stava ora sdraiato sul letto di Merida, al penultimo piano di una casa torre in via del Campano.

Dormiva. E nel sonno sembrava ancora più bello e tormentato. Merida lo guardò agitarsi, farfugliare cose incomprensibili. Pensò sovreccitata che dormire insieme a lui sarebbe stata una fantastica agonia. D’improvviso aprì gli occhi, disse: “Ero da un’altra parte!”

“Hai fatto un sogno,” rise Merida.

“È la prima volta in un’eternità.”

“Gli angeli non sognano?”

“Non ne hanno bisogno.”

“Che cosa hai sognato?”

“Il Paradiso. Era molto che non lo rivedevo così nettamente.”

Merida si alzò seduta sul letto. “Chi sei davvero?”

“Te l’ho detto. Sono il diavolo. Lucifero.”

“Seriamente,” disse Merida.

“Seriamente.”

“Non credo che esistano l’Inferno e il Paradiso.”

“Tu non ci credi, altri sì.”

“E con questo?”

“Tutto ciò che puoi figurarti esiste. Molte cose sono solo concetti, eppure esistono. Molte delle cose per cui morite e uccidete sono solo idee. La libertà, la giustizia, Dio. Esistono? Possono esistere? Ciò in cui credi esiste. Viene creato dal tuo ragionamento.”

“L’uomo ha creato Dio?”

“Che ha creato l’uomo.”

“E tu?”

“Servivo a movimentare il paradosso.”

“Perché?”

“La vostra mente è inquieta. È affamata di lotta, di conflitti. Se la storia si fosse fermata a un Dio perfetto e gioioso e una coppia di umani perfetti e gioiosi che se la spassano nel Giardino dell’Eden, l’avreste ritenuta una storia noiosa. Le storie non funzionano senza un antagonista.”

“E?”

“Io sono il migliore degli antagonisti. Sono il primo degli antagonisti. Senza di me non vi sareste mai accorti di Dio.”

Merida si sdraiò accanto a lui. “Raccontami dell’Eden.”

“Tentai Eva a rubare la mela. A andare oltre un mistero. A cercare un senso ulteriore.”

“Perché?”

“Volevo vedere se la razza umana era davvero inferiore come credevo.”

“Lo era?”

Enki esitò. “È stupido voler conoscere la verità?”

Merida rifletté, avvicinandosi un po’ a lui. “Dipende.”

“Un angelo ti risponderebbe che sì, è stupido. Solo Dio può conoscere tutto.”

“E il diavolo?” Merida era sempre più vicina.

“Il diavolo ti invita a cogliere la mela proibita.”

Lei gli guardò le labbra protese, e scelse il bacio.

 

Più tardi, tra le lenzuola sudate, Merida si volse verso Enki.

“Ti credo,” disse.

Non sapeva come le fosse uscito, né perché. Ma si annoiava e come in tutte le località di provincia, il diavolo e Dio rappresentavano un’efficace distrazione dal tedio quotidiano. Lo squilibrato raccattato in mezzo alla via voleva giocare all’allegoria? Giochiamo.

“Cosa fate per passare il tempo qui?” chiese Enki.

“Beviamo, ribeviamo e vomitiamo.” Scrollò le spalle Merida.

“Ok. Andiamo a farlo.”

Uscirono. Due passi e raggiunsero il locale simbolo di Pisa, dove gli studenti si smezzano grosse birre scadenti dal costo di un euro. Una vecchia grassa, truccata come una prostituta, con addosso un improbabile e scollatissimo vestito leopardato, troneggiava dietro il banchetto organizzato sul pavimento lurido, controllando che nessuno rubasse venti centesimi di birra e impedendo l’accesso al bagno a chiunque non le andasse a genio.

Enki la guardò e ridacchiò.

“È la proprietaria,” lo informò Merida.

“La conosco. È la forma umana del mio cane, Cerbero. In qualche modo dev’essere sfuggito dall’Inferno.”

Usciti fuori, sgomitarono tra la calca di studenti ubriachi fino a raggiungere piazza delle Vettovaglie. In un vicolo un giovane e benvestito laureando in Medicina e Chirurgia e uno spacciatore di coca tunisino pisciavano simmetrici, nella stessa identica posizione, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro. Una ragazzina in età prepuberale vomitava a quattro zampe, i tacchi di marca che si macchiavano dei liquami del vicolo e la gonna troppo corta che mostrava le mutandine marca DE PUTA MADRE. Una piccola processione festeggiava una laurea lanciando petardi e gridando “Dottore, dottore del buco del cul, vaffancul, vaffancul!” I petardi facevano dei botti e uno di loro accese una girandola che fece mezzo metro verso l’alto per poi ricadere a terra tristemente. “Il signore fece piovere sopra Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco,” commentò Enki. “Dove stiamo andando adesso?”

“Al Sud.”

“Il punto cardinale?”

“Uno dei punti cardinali di questa città.”

Il Sud, come si scoprì, era un locale che vendeva liquori. Lei ordinò una noccioletta, lui un fuoco nero. Bevvero ancora e ancora. Erano brilli quando vennero via. Camminando, lei gli mise una mano sul pacco. Si fermarono in un chiostro deserto, lui la prese da dietro. Era eccitante farlo pensando che qualcuno potesse vedere. Poi lui si staccò.

“Provo qualcosa di strano,” le disse.

“Che cosa?”

“Come se fossi felice e insieme desiderassi morire.”

“Benvenuto in provincia.” Lei esitò. Poi: “Vieni con me, ti faccio vedere una cosa.”

Lo portò alle spallette. Salirono su e fissarono l’Arno. Lei gli indicò Ponte di Mezzo. “Una volta mi sono seduta lì, sul parapetto.”

“Davi le spalle al fiume?”

“No, lo guardavo fisso.”

“Perché? Volevi morire?”

“Volevo solo guardare la morte più da vicino.”

“Ti ha spaventata?”

“No. Ero ubriaca. E anche un po’ triste.”

“Che cos’è che ti ha fatto cambiare idea?”

“Il pensiero che non sarebbe cambiato niente. Proprio niente. Qui non cambia mai niente. Perché sei qui, Enki? Perché non a Roma, o un’altra grande città?”

“I miracoli, di norma, avvengono dove nessuno può vederli.”

E tu sei un miracolo, pensò Merida. Una meravigliosa distrazione. Un asso nella manica, da giostrarsi bene per non morire di noia. L’amore.

“Vuoi baciarmi, per favore?”

Lei pianse mentre si baciavano. Lui le accarezzò le guance con le mani.

Mentre la baciava, fissava l’acqua scura. Ecco il bacio di Eva cos’era davvero, quella mela, il Peccato Originale. Nient’altro che il desiderio di trovare un significato, di conoscere oltre, di essere mortale.

“L’Inferno in Terra ha molte forme, e tra queste c’è la provincia.”

Lei annuì piano. “Voglio portarti a vedere l’ultimo girone.”

Attraversarono il Corso. Deserto, con i negozi chiusi, aveva un che di spettrale.

“Quella è la stazione,” disse lei. “Guarda bene.”

Nel buio si distinguevano ombre, ceffi con aspetto da linciaggio, gesti furtivi di spaccio, la lama di un coltello che brillò per un attimo e poi scomparve.

“Chi sono?”

“Anime perse,” buttò lì lei. “E lì” disse indicando davanti a sé “ci sono i treni.”

“Cos’hanno i treni di infernale?”

“La speranza.” Disse lei guardando altrove. “La vedi meglio la mattina, quando sono pieni di gente. La gente sale su un treno per andare a studiare o lavorare o semplicemente per lasciarsi tutto alle spalle. Con la speranza di una vita migliore.”

“O si butta sotto al treno, con la speranza di una vita migliore.”

“Non hai idea di quanti ritardi fa Trenitalia per la gente che si butta sotto al treno.”

“E passa da un Inferno all’altro.”

“La speranza è il motore di ciò che chiamiamo vita,” commentò Merida. “Pensiamo di fare un viaggio unico e invece è lo stesso binario, per tutti.”

“Dalla nascita alla morte,” commentò lui con gli occhi brillanti. “E non vi eccita? L’idea di avere una vita sola!?”

“Ti eccita solo quando ti innamori,” rispose Merida, e sorrise.

 

 

Fecero l’amore in ogni angolo della città. Il corpo: era meraviglioso. Un altro universo da esplorare. Nel deserto, quali altre vette se non quelle del piacere? Era bello scalare le reciproche apoteosi. Merida dimenticava il contorno, lo stagno, per un attimo uscivano dalla realtà. Sesso e droga, per quali altri mezzi puoi uscire da te stesso e contemplare dall’alto il tuo corpo che gode e le tue labbra che sbavano? A dispetto dell’apparente prosaicità, era un’attività esaltante.

Lui era esaltato dal sesso. Lo chiamava amore.

Sudato per l’orgasmo, le ciocche aggrovigliate, il sorriso raggiante, sollevava la testa da vortici di lenzuola per dirle, sorpreso dal suo stesso sentimento: “Io ti amo, Merida.”

E Merida rispondeva: “Anch’io”, perché non c’è altra risposta ammissibile all’io-ti-amo.

Era una bolla di gioia fuori da ogni schema spazio-temporale.

Come ogni cosa bella, non poteva durare.

 

 

Erano le cinque e quaranta del mattino e Spiel e Marcus erano a casa di Ziggy a giocare a Left 4 Dead. La cosa davvero bella del videogioco era che non prevedeva molta strategia, dovevi solamente sparare agli zombie, che erano grossi e goffi, e non ti penalizzava più di tanto se colpivi un membro della tua squadra. Il videogioco perfetto da giocare da gonfi. Erano a qualcosa come la sesta canna nel giro di quattro ore quando il cellulare di Spiel squillò.

Riconobbe Merida dai singhiozzi.

“Ehi, ehi, calmati, non capisco un cazzo, che succede?”

“Vieni in piazza dei Cavalieri.”

Scesero. Il freddo della notte li sorprese. Era un martedì, non c’era molta gente. Merida era inginocchiata dietro la statua di Ulisse Dini, cui qualcuno aveva infilato una bottiglia di birra vuota in mano. Brinda con noi, Ulisse, pensò Spiel distrattamente, brinda al ritorno di Merida.

Enki era steso per terra, in una posizione assai scomoda. Le labbra blu, il viso bianco, gli occhi aperti. Un’aureola di polverina bianca tutt’attorno a lui.

“È morto!?” singhiozzò Merida.

Spiel si chinò, esitò. Ziggy prese un pizzico di polvere tra l’indice e il pollice. “Overdose.” Sentenziò con voce tombale.

Spiel annuì. “Dobbiamo chiamare la polizia,” disse e compose il numero sul proprio cellulare.

Merida fissò il corpo.

Avevi ragione tu su Dio, pensò. Eri un miracolo, eri dannato, ed eri mortale.

Le lacrime di Merida erano calde e la sua mano tastava quella di lui, senza nessun effetto.

Era un miracolo e se n’era andato così, come se ne va un tossico. Su un gradino sporco di vomito e piscio, nella terra di mezzo tra notte e mattino, nell’indifferenza generale. Senza chiamare, emettere un suono, un respiro. La polizia arrivò prima di chiunque altro. Merida li osservò spostare il corpo, rispondendo alle domande in modo automatico, con la mente altrove.

Ci avrebbe fatto davvero caso qualcuno? Forse Canale 50, per dieci secondi di tg locale. Era un tizio sconosciuto a tutti. Una morte senza gloria, una notiziola che passa di bocca in bocca assieme a un commento sul degrado sociale. Poi, dopo qualche giorno, viene assorbita, metabolizzata, scordata, si passa a parlare del clima, dei cambiamenti dell’andamento stagionale.

La provincia non si sconvolge mai per la sconfitta.

 

Merida non l’avrebbe mai saputo, ma nello stesso momento, in un’altra città di provincia, apparve un ragazzo sui gradini di una chiesa. Era di un’eleganza merovingia. Forse erano le borchie appiccicate dappertutto a dare quell’effetto, o forse la posa – sembrava morto. Qualcuno si chinò su di lui, lui aprì gli occhi, scosse i capelli impolverati.

Volse all’interlocutore il suo viso da reduce di guerra e domandò: “Sono sulla Terra?”

 

Nei luoghi dell’eterna sconfitta la sconfitta eterna si ripete.

 

 

 

 

 

 

 

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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