Il cinema e lo spettacolo nell’era dell’Aids

Pensavo che fosse stato scritto tutto sul cinema. Autori, tematiche, generi, musiche, scenografie, sceneggiature. Abilmente compassati in grandi volumi sulla storia del cinema o in dizionari affetti da elefantosi, avevo trovato ogni singolo elemento di composizione della settima arte. Rien ne va plus, dicevo. Studiavo la nouvelle vague, e mi maledicevo di essere nato nel 1984. Chissà, magari pensavo fra me e me, avrei potuto essere io uno fra i primi a scrivere della nouvelle vague, o piuttosto del neorealismo, o ancora degli albori del cinema muto. Ed invece, mi ritrovavo a guardare gli alberi spogli dell’autunno milanese, dalle finestre opache dell’Università degli studi di Milano, con il pensiero fisso a cosa avrei potuto trattare nella mia tesi di laurea specialistica. Avrei potuto trattare uno dei tanti argomenti già dibattuti sulla massa di carta stampata dedicata al cinema. Gioco facile, e senza patemi d’animo. In quella giornata autunnale, un mio professore di cinema stava parlando di melodrammi, più precisamente di cinema mèlo. Mariti strappati alle mogli dalla guerra, amanti osteggiati, consumo di droghe, alcolismo, tisi e…Aids. Il Professor Porro parlava con la sua solita tranquillità, di un cinema che non faceva sprecare fantascientifica adrenalina (come lui la definiva..). Il cinema mèlo, appunto. Mi fermai un momento, riflettendo sul pezzo della spiegazione che più mi aveva colpito. Quel breve cenno, fatto dal Professore, sui film che avevano come tema principale l’Aids. A dir la verità, citò il solo “Philadelphia”, esaminato nel suo libro, trasmesso più volte dalle televisioni di tutto il mondo ed insignito di molti premi. Ma la mia riflessione verteva solo su una domanda: “Quanto ed in che modo il mondo dello spettacolo ha rappresentato l’Aids?”. Il mio sforzo di meningi si fermava lì, a Tom Hanks, avvocato gay e malato in “Philadelphia”…

Alcuni mesi dopo…

Dal palconscenico di un teatro, ai passi danzanti, dietro ad una cinepresa o nelle parole di una musica, ho scoperto e raccolto in un libro tutto ciò che il mondo dello spettacolo ha fatto e detto sull’Aids. Il cinema ed il teatro hanno raccontato l’Aids, attraverso l’amore etero ed omosessuale, nella storie di madri e figli in lotta, di generazioni passate dalla libertà sessuale alla scoperta del male troppo rapidamente. La danza ha creato virtuosismi, ponendo i presupposti affinchè l’Hiv potesse essere anche danzata, in una sorta di rito liberatorio. Le telecamere dei documentaristi hanno ripreso corpi in lento declino, lacrime, visi e vite quasi terminate nei letti degli ospedali. Il mondo dello spettacolo ha scoperto che non vi è solo un semplice binomio con la malattia, bensì una sinergia forte che crea cultura. L’Aids è diventata cultura. Pensavo a Derek Jarman o a Cyril Collard che una volta scoperto il male dentro al loro corpo, hanno aumentato la loro produzione artistica. “Il male ci porterà via, ma il nostro impegno sarà ancora più deciso di fronte ad esso”, sembrava essere il loro pensiero predominante. Ed è così, attraverso questi passi che racconto la gestazione del libro:”Aids: le storie, i personaggi, i film”. Il primo scritto, edito in Italia, che raccoglie ed approfondisce la tematica della malattia, raccontata in vari modi dallo spettacolo. E’ in parte la voce della cultura, dello spettacolo, dell’arte, con cui in molti affermano perentoriamente:”non ci si mangia”, ma quantomeno ci si può diferndere.

Matteo Pieracci
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