Il Cimitero

 

La matematica dei ricordi è dispari. Ne va da se che i nostalgici sono anch’essi dispari. Non si appaiano o se lo fanno non combaciano perfettamente. Prima o poi si staccano e vengono giù.

Certi giorni mi sento dispari. Sono il becchino dei miei trascorsi, porto giù al campo il traditore e lo seppellisco. Lo seppellisco separatamente dagli altri, nessuna fossa comune. I ricordi non devono contaminarsi neanche da rimossi. Perciò non ascoltate una parola di ciò che dicono, non fidatevi quando di notte vi chiameranno, ululando assieme al vento.

Una notte di novembre, una di quelle in cui, grazie al plenilunio, puoi vedere il profilo delle nuvole inquieto trascinato via dalla tramontana, passavo con una vecchia bici arrugginita vicino al campo dei ricordi seppelliti.
Volevo far prima, volevo arrivare a casa prima per stare in silenzio, da solo, a prendere sonno.

Un mormorio sordo si alzò dalla terra e l’odore di erbacce si fece più deciso mentre le due ruote passavano attraverso il campo. Persino l’ombra della mia sagoma, dettata dalla luna s’inghiottì nei flutti indefiniti dell’oscurità della terra.
Adesso che sono più vecchio, che il mio cuore è più freddo posso dire che è una bugia il canto ammaliante delle voci andate, delle immagini cariche di malinconia che affollano i ricordi.

Ma quella sera vi rimasi impantanato fino alle ginocchia, vi rimasi invischiato quasi come avessi, nel tepore illusorio e cullante dei bei ricordi morti, messo istantanee radici.

Fu per una luce infondo, dal recinto, di qualcuno che venne a cercarmi che mi divincolai da quella morsa che preludeva la voragine. Qualcuno che sapeva dove sarei potuto perdermi e non vedendomi tornare venne a colpo sicuro a riscattarmi dai ricordi sepolti. Qualcuno che non apparteneva ancora a quel luogo. Ma che prima o poi ci sarebbe finito assieme al resto.
Questo pensavo mentre ringraziavo e mi toglievo la terra dai vestiti, la terra che avrebbe ricoperto la bocca, gli occhi, il naso e la gola di tutti, in ultimo o per primo me compreso.

Attorno a quel campo senza croci ma tracimante di vittime costruii un recinto e poi un cancelletto basso. Chiuso con una catena ed un lucchetto. Così che nessuno, prima di tutti me, potesse entrarci, neanche per sbaglio.
In quel campo stava un’intera stagione e per sempre sarebbe stata separata dalle altre. Ho cercato di dimenticare, di imparare a non guardare in quella direzione.

Poco tempo dopo con mia sorpresa mi accorsi che al centro del prato era cresciuto un piccolo cipresso. Allora decisi di derogare ai miei propositi per andare a vederlo da vicino. Giunto lì decisi di estirpare le erbacce che lo assediavano e mi misi a sedere sotto alla pianta. Sebbene un sottile strato di nebbia aleggiasse a pochi centimetri da terra, nessuna umidità mi entrò nelle ossa. Solo un leggero disagio d’esser colto di sorpresa da voci e presagi mi spinse ad andarmene anticipatamente.

Quel posto di notte rimaneva stregato, mi diceva una coppia, marito e moglie, che viveva lì vicino. Dai loro racconti avevo ricostruito le identità degli spettri che tormentavano le notti attorno al cimitero.

Mio nonno morto inseguiva il mio grande amore andato. Mia nonna paterna con la testa spaccata e una bottiglia di brandy cucinava in padella la testa del mio prof. di matematica. Mentre un astro enorme illuminava la notte per pochi istanti prima di dissolversi. Qualcuno che tenta di uccidersi con delle aspirine e un rumore di treno che parte.

Pregai la coppia di non raccontarmi mai piu i dettagli delle apparizioni. La mia insonnia era infatti peggiorata nonostante la cura del silenzio solitario. Non dormivo da molte notti.
Finché il brusio di quelle voci non mi fece perdere del tutto il senno. Il senno è anch’esso dispari. Erano le quattro di mattina e scalzo brandendo una tanica di benzina mi feci incontro al campo e lo attraversai in lungo e in largo guardando in faccia ogni singolo ricordo doloroso, ogni tenerezza stracciata, ogni amore appassito, ogni umiliazione e persona che non c’è più. Cosparsi di benzina il tutto e tutto me stesso. E mi diedi fuoco, ci diedi fuoco fino a che non ardemmo in un tutt’uno.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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