Iðrast

-Hai presente quando il mondo ti crolla addosso?

-No, mai successo.

-Neanch’io, a me è crollato accanto, ho visto palazzi cadermi vicino come pile di carte ammassate a caso.

-Carte da gioco?

-Vedi la differenza non è lì. Ho paura di affrontarti, di farti mia, di essere me stesso quando siamo soli. La differenza sta nello scossone. Quella sensazione di terremoto propria di chi vibra sempre quando parla, di chi agita le mani per esprimere un concetto per nasconderlo, quel tremore. Non ho bisogno di scossoni se non me li motivate, avete preso a sufficienza e non avete dato il dovuto.

-Questa retorica stucchevole e immatura è ciò che spaventa le persone che ti circondano.

-Sarà per quello che non mi chiamano mai per uscire la sera?

-No, è per quello che ti cercano sempre, ricercano il loro essere inutili nei tuoi discorsi da sedicenne.

-Sai ho conosciuto una persona.

-Ti piaceva?

-Dai per scontato che ora non la conosca più?

-Do per scontato che tu non ne abbia preso il meglio.

-L’ho preso e l’ho perso.

-Quando?

-Quando ho perso di vista me stesso, ma sono passati mesi, che te ne parlo a fare?

-Me ne parli in funzione del tuo ego ebbro di ricordi

-Ricordi o lezioni? Ho imparato a sufficienza da capire quando le cose non vanno, la differenza, e qui torna la pila di carte che si dia il caso siano carte da gioco, come dicevi tu, la differenza, dicevo, sta nel come riusciamo a metterle una sull’altra, in diagonale, dritte, a portone.

-Portone?

-Sì, dai, quando penso a come mettere le carte da gioco e farne un castello, penso sempre a Stonehenge.

-Che cazzo stai dicendo?

-Retorica di merda. Non è un portone, vero, che cazzo è?

-Architravi, che cosa ne dovrei sapere io?

-Quelle! Hai presente? Ci provo sempre, nel solito identico modo, nella solita maniera, stessa posizione, parto sempre dalla solita carta, non cambio mai lato da dove cominciare.

-Sei monotono.

-Sono metodico. Comunque ho conosciuto questa persona, non è andata bene, per niente, anzi, poteva andare meglio. L’ho lasciata andare alla prima difficoltà, l’ho persa nel momento peggiore. Non ne esco, come posso fare?

-Hai il coraggio di chiederlo a me? Ti rendi conto che nei tuoi ricordi sei sempre dalla parte del torto?

-Non posso farne a meno.

-Sei sporco, di sensi di colpa, sporco di errori che credi di aver commesso, continui a parlare con fantasmi. E loro manco ci pensano a cosa fai.

-Adoro parlare con i fantasmi, questa vicinanza alla morte l’ha notata un mio amico anni fa. Mica sono riuscito a superarla sai?

-Come mai?

-Ne sono affascinato, da quando sono piccolo ho la curiosità di esplorare il dopo, fin da allora percepivo l’inutilità di questo passeggiare. Se fossi una persona ancora più annoiata direi che la vita è una lunga pista ciclabile senza bici e senza scarpe, piena di ciottoli e pietre appuntite.

-Spento nella tua morbosa voglia di fare il depresso, vivo nella morte, chi sei? Un prete non avrebbe risposta neanche a questo

-I preti non hanno risposta a niente nella vita, fondamentalmente perché non l’hanno ancora vissuta.

-Tu credi di averne?

-Io ho risposte per quel poco che spero di aver capito. Ciclicamente vengo smentito dalle casualità della vita. Ecco, dicevo, ho conosciuto una persona, mi ha fatto del bene e mi ha detto che ne ho fatto a lei, pensavo fosse una persona giusta, corretta, con le idee chiare, aveva più di quanto pensavo di avere io.

-E invece?

-Invece era persa nel suo essere pronta a vivere. Io non lo sono mai stato, mai lo sarò, non ho paura di morire, sono curioso di morire. Sono più vicino alla morte degli altri, e mi spavento ogni volta che percepisco l’euforia del vivere in qualcuno. Forse sbaglio, forse scappate perché ve ne accorgete prima che riesca a nasconderlo. Forse pensate che sia perso. Invece sbagliate. Corro verso quel momento, non voglio forzarlo, voglio solo accettarlo, farlo mio e vivere serenamente quel che resta.

-Stasera hai parlato di tempo perso, pensi ancora sia colpa mia?

-No forse ho sbagliato a non vedere oltre il mio ingombrante naso.

-Ancora colpa tua?

-Sì questa volta sì, senza ombra di dubbio, è il confine fra l’essere certi delle proprie colpe e di quelle degli altri. Non ne ho coscienza, solo una misera, fumosa consapevolezza.

-Eppure continui a parlarne con me.

-Giuro, questa è l’ultima volta. Comunque ti dicevo, ho conosciuto una persona.

Vittorio Ghinassi
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