I due Marò Cabaret

[Una fan fiction su due Marò, ambientata in un mondo ipotetico senza alcun collegamento con la realtà]

Nel blu umido soffocante l’unico colore è il fascio di luce che dalle loro spalle va a evidenziare il grado di un soldato indiano, al di là delle sbarre. L’unico suono è il rumore del ventilatore sulla scrivania del piantone.

Marco guarda Santo, in canottiera, spoglio dell’uniforme e dei gradi, seduto accanto a lui in cella. Il mento del commilitone punta al basso e dal labbro leggermente dischiuso  esce un filo di bava che, una volta esteso abbastanza, il soldato si diverte a risucchiare in bocca.

“Ma che schifio stai a fa’, a’ Santino!”

“Mi esercito, lasciami”

“Ti eserciti per cosa?”

“Mi esercito a fare l’impedito. Se mi fingo mongoloide mi rimandano in Italia”

“Non è che ti fingi, sei già un mongoloide”

“No, non hai capito. Mi invento una patologgia, mi faccio fare un certificato dall’ambasciata e mi processano in Italia”

“Ma che dici? E mi lasci qui da solo… bello spirito di cameratismo”

“A’ Camerata!” Santino, si prende una pausa per deglutire il catarro con cui stava giocando “Tengo famiglia a Macerata!”

I due vengono interrotti dalla guardia indiana che batte forte con manganello sulle sbarre. Un uomo in completo è arrivato con dei documenti. E’ un funzionario dell’ambasciata italiana.

“Marco, Santo. State bene? Spero di sì, perché…” Fa il funzionario

“No, io in realtà non mi sento bbene”. Lo interrompe Santo.

Marco, l’altro militare, si prende la parte superiore del naso con pollice e indice mentre strizza gli occhi e parzialmente si copre il volto per la vergogna.

“Santo Torretta, che ha? Ha bisogno di un medico? Perché non l’ha chiesto?”

“Dottò, mettiamola così: io non ho studiato, però mi sono fatto due calcoli. Diciamo che mi è insorta una malattia grave, all’improvviso”

“All’improvviso?” Sottolinea secco l’inviato dell’ambasciatore.

“Sì, mo’ vediamo come. Diciamo che ho bisogno di cure mediche specialistiche. Che non posso stare alle prigioni indiane e che devo tornare in Italia. Ma non come il permesso di Natale, che poi ci avete rimandato qua dopo la Befana. Io mi metto a disposizione per il processo in patria, eh inteso. Però così facendo magari siamo sicuri che non mi scappi niente di inopportuno col giudice indiano”.

“Ma che fa, ricatta? Ma lei è un pazzo, si ricordi la divisa che indossa!” Sconcertato, l’uomo si guarda in canottiera, pantaloncini e ciabatte da doccia.

“Eh ma qui lo sa anche lei che ci sono in ballo più della reputazione dell’Italia e di due uomini. Non dimentichiamo anche la reputazione dell’Ambasciatore, certe cose è meglio rimangano un segreto tra la Marina e l’Ambasciata. O volete costringermi a ricordare al giudice quando dovevamo accompagnarlo in scorta al bordello pieno di ragazzini, lì in città?”

“Lei è un parassita! Si meriterebbe di marcire qui in attesa dell’esecuzione!”.

Quella stessa notte il sonno di Marco, intento a sognare sua moglie in cose su cui è meglio soprassedere, è interrotto da un trambusto. Santo trema sulla sua branda e improvvisamente precipita dal letto a castello continuando le convulsioni sul pavimento. Le guardie entrano precipitosamente, fanno venire una barella e lo trasportano via.

“Appena lo sanno al comando, vengono a rompergli il culo” Pensa Marco, mentre il connazionale viene portato via, con una vistosa perdita di bava dalla bocca.

Trovare un medico indiano reperibile è un’impresa a quell’ora della notte. Poi infine ne arriva uno, attorno alle 3 e mezzo. Fatti i primi accertamenti, raccomanda una TAC e rimanda il paziente nella sua cella.

Neanche il tempo di star tranquilli che dall’ambasciata italiana mandano subito un medico che insiste per vedere il marò. Ripercorre tutte le visite da capo, una seconda volta.

Gli indiani sono pronti a fare il cambio della guardia all’alba quando il medico italiano, invece di convenire con il collega indiano sull’ovvio, cioè che Santo Torretta non ha nulla di niente, chiede un ricovero d’urgenza e si appella ad un articolo degli accordi bilaterali di cooperazione Italia – India.

L’ambasciatore in persona fa improvvisamente capolino nella prigione per assicurarsi che il marò venga trasferito d’urgenza e che il protocollo diplomatico venga applicato.

Marco segue le operazioni di soccorso del compagno di cella allibito, poi, trovandosi a pochi passi dall’ambasciatore gli fa sottovoce:

“Guardi che anche io la accompagnavo al bordello”

“Ma non mi rompa i coglioni anche lei, torni a dormire” Lo spintona via il rappresentante italiano.

L’indomani Marco è al telefono con la moglie, quando dalla tv dell’area libera dei detenuti un notiziario indiano mostra le immagini di Santo Torretta, scortato da due militari italiani che si imbarca su un volo per Roma, con sguardo vacuo e un evidente rigagnolo di bava dalla bocca.

Nel servizio si riconoscono le parole in italiano dell’ambasciatore: “L’Italia è fermamente intenzionata a riportare a casa i due marò, a sottrarli a una detenzione ingiusta e pesante, date le scarse condizioni igieniche delle strutture e le dure prove fisiche a cui sono sottoposti i nostri eroi ingiustamente accusati. Il malore che ha colpito il nostro Santo è la prova che la posizione italiana, di processare per conto dell’India i nostri due soldati in Italia, è giusta e sacrosanta. Per un reato che fermamente crediamo non abbiano neanche commesso. Adesso contiamo di portare a casa anche l’altro nostro eroe, il marò Marco Cascone”

 

L’eco di quelle parole risuonava nelle orecchie di Marco, che dopo ore di elucubrazioni era giunto anche lui ad una strategia per uscirne. All’ingresso delle docce della prigione, quella sera, si infilò il tubetto del deodorante su per il culo e iniziò a gridare forte, in cerca d’aiuto. Pronto a denunciare uno stupro.

E ancora, nei secoli, trionfa l’ingegnosità del popolo italiano.

 

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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