Guardando verso il Tibet

Tibet

Ricordo molto bene quella mattina.
Avevo sei anni, e mia madre era in piedi davanti alla televisione. Tremava. Lasciò i piatti cadere per portarsi le mani alla bocca, poi cadde in ginocchio e cominciò a piangere.
Farfugliava qualcosa che non riuscivo a capire, e mi avvicinai a lei così come mio fratello e mia sorella, richiamati nella minuscola cucina dal rumore dei piatti rotti.
Mio fratello si irrigidì, mentre mia sorella mi trascinava in camera. Continuava a voltarsi indietro.
Erano tesi da qualche mese, e stavano solo aspettando. Non potevo immaginare a cosa, ero troppo piccola. Capii solo più tardi, quando arrivarono.
Mia madre mi aveva proibito di andare a scuola quel giorno, e rimanemmo tutto il pomeriggio in casa, aspettando che mio padre rientrasse.
Arrivò di corsa, puzzava ancora di polvere da sparo.
Aveva trovato lavoro in una fabbrica di fuochi d’artificio quasi un anno prima. Lavorava dodici ore al giorno, e lo stipendio era basso, ma ce la faceva a mantenere mia madre e gli studi miei e di mia sorella. Mio fratello aveva finito la scuola e lavorava come programmatore per mantenersi da solo all’Università.
Papà e mamma si misero subito a discutere su cosa sarebbe potuto succedere da li in avanti dopo ‘La notizia’.
Dopo qualche minuto mio padre aveva il terrore dipinto sul volto. Ordinò a mia madre di prendere lo stretto necessario, fare i bagagli e prepararsi ad uscire. Ovviamente io non capivo cosa stesse succedendo, ma dopo una mezzora nella quale ultimammo i preparativi suonarono al campanello.
Mia sorella mi prese per un braccio mentre andavo ad aprire e mi tirò a lei.
Ricordo ancora le ultime raccomandazioni di mio padre.
Lui e mio fratello andarono alla porta, ed aprirono.
Si misero a parlare nella nostra lingua madre, ed essendo ancora piccola non capii tutte le parole.
Tornarono da noi lasciando la porta aperta, con due uomini armati sulla soglia.
Avevo paura.
Ci abbracciarono una alla volta ed uscirono tra le lacrime di mia madre che piangeva compulsivamente, mentre mia sorella era come pietrificata.
Da quella sera non andammo più a scuola, e l’atmosfera era molto tesa.
Mia madre continuava a fare le proprie faccende, e mia sorella la aiutava mentre io stavo in camera mia a disegnare.
Disegnai molto in quel periodo.
Ricordo di aver disegnato la nostra famiglia al completo davanti alla nostra casa.
Nel disegno eravamo felici.
Avrei voluto che fosse davvero così, ma evidentemente era solo il desiderio di una bambina che il fato non avrebbe avverato, ma dell’epilogo parlerò più avanti.
Questo stallo durò per un anno circa, ma per quanto la miccia sia lunga, prima o poi la carica esplode.
‘La Notizia’ aveva scosso il mondo ed all’inizio venne tollerata, lasciando il da farsi a chi di dovere.
La Cina aveva deciso di incrementare il controllo sui propri cittadini, cosa che aveva fatto discutere. Il governo aveva decretato la fine del concetto di cittadinanza, estendendolo all’appartenenza etnica.
Chiunque presentasse tratti somatici e codice genetico approvato dal Centro di Legislazione Etnica sarebbe stato considerato cinese, quindi regolamentato direttamente dalle leggi statali.
Per questa ragione mio padre e mio fratello furono trasferiti in una caserma.
I maschi tra i sedici ed i sessant’anni avrebbero dovuto seguire un addestramento militare in loco.
Ciò turbò i governi ospiti, ma considerando che gran parte di questi ultimi presentavano già basi americane o russe sul proprio territorio, colsero l’occasione per trattare accordi di alleanza militare.
La transizione di adattamento alla doppia legislazione fu molto difficile, per l’incoerenza di alcune leggi. Così come la Cina sosteneva che le proprie leggi avessero priorità sulle altre, così i paesi ospiti dicevano la stessa cosa.
Stavamo tornando dal negozio di frutta e verdura quando la vedemmo correre in strada urlando, mentre un uomo fuori di se e rosso in viso la seguiva. Lui non stava correndo.
Poi alzò il braccio, e lasciò che a gridarle dietro fosse la sua pistola.
La lasciò li, in mezzo all’asfalto, e come se nulla fosse tornò in casa.
Mia madre mi portò via, mentre la gente spingeva per vedere chi fosse la ragazza.
Nessuno la soccorse.
Venne chiamato Omicidio d’Onore.
La ragazza era una giovane danese, accusata di fedifragia dal compagno cinese.
L’uomo era tutelato dal ‘Codice d’Appartenenza’, mentre la ragazza dalle leggi internazionali.
Questo fatto creò scalpore, ma non fu l’unico. La situazione entrò in una spirale di criminalità.
Nessuno fece mai chiarezza su quali leggi sarebbero dovute vigere.
Nessun governo cercò di accordarsi con quello di Pechino.
Le piccole e grandi organizzazioni sfruttarono questo caos per far sprofondare nel caos le comunità di etnia mista, dove le diverse polizie non interagivano tra di loro.
Dopo quell’evento, mia madre cominciò ad aver paura a lasciarci uscire di casa. Temeva ripercussioni sulla nostra famiglia per l’appartenenza alla regolamentazione cinese.
La routine cambiò.
Mia sorella mi faceva lezioni la mattina, ed il pomeriggio guardavo la tv.
Imparai il cinese, perché il secondo decreto che approvarono fu che i cinesi dovessero parlare la propria lingua d’origine.
Un vicino di casa, un giorno, venne da noi.
Aveva all’incirca la mia stessa età, e ci chiese un po’ di latte. Mia madre gli offrì dei biscotti e giocammo un po’. Non ricordai il nome, e quando affacciata alla finestra lo vedevo passare, dicevo sempre a mamma che il ‘Lattaio’ ci stava salutando. E mia madre sorrideva.
Aveva un sorriso molto dolce.
Una notte fummo svegliate da nostra madre, coi bagagli pronti.
Uscimmo nella notte e ci dirigemmo a piedi verso il quartiere adiacente, senza capire cosa stesse succedendo.
La polizia cinese ci fermò, e ci intimò di tornare in patria.
Non capivo, e mia madre era tesa.
Il militare puntò il fucile verso mia madre, e cominciò a contare.
—Uno.—
—Agente, lei non capisce, questa è follia, ci faranno ammazzare tutti!—
—Due.—
—Le mie figlie, almeno loro! Le lasci andare, concedetele di vivere come persone normali!—
—Tre.—
—La prego ag…—
Quella frase non avrà mai una conclusione.
Quel soldato la spazzò via come la vita di mia madre.
Venimmo scortate a casa. Piansi per giorni. Mia sorella mi spiegò che il governo aveva dichiarato che ogni quartiere occupato da comunità composte in maggioranza da cinesi fosse da considerare territorio statale cinese, dove per entrare ed uscire bisognava favorire un documento d’identità o un campione di DNA assieme ad un documento che chiarisse le motivazioni dello spostamento.
Dichiarò addirittura l’ordinanza di evacuazione da parte dei non cinesi, e l’obbligo da parte dei cittadini di rimpatriare immediatamente presso l’insediamento cinese più vicino alla loro precedente abitazione.
Ho capito solo qualche anno dopo che mia madre avrebbe preferito vivere in clandestinità piuttosto che doverci crescere nel paese dal quale mio padre, lei e mio fratello in fasce erano fuggiti.
Passarono cinque anni.
Ero ormai adolescente, ed era difficile.
Continui tumulti, proteste e scontri tra polizia cinese, liberalisti e polizia estera dilagavano per le strade e presso i confini militarizzati dei quartieri.
Le giornate le passavo in modo diverso allora.
Guardavo la tv nazionale, l’unica consentita, su apparecchiatura cinese, l’unica reperibile, impossibile da manomettere. Andavo alla scuola nazionale dove si studiava secondo i criteri del Ministero dell’Istruzione cinese, facevo sport come dettava il Ministero della Salute, e la sera uscivo per andare al covo del gruppo, un ritrovo di aspiranti profughi presso le nazioni occupate.
Dicevano di aver preso accordi per consentirci lo status di prigionieri politici.
Dicevano.
Tentammo il colpo grosso, e riuscimmo a far saltare una caserma come diversivo, per poi espatriare da un varco che ci aprimmo mentre la polizia si affaccendava per trovare i colpevoli dell’attentato.
Mia sorella non venne, e fu un errore.
Arrivammo all’ambasciata americana, e ci condussero a parlare con un burocrate che fece tanti discorsi.
Troppi discorsi.
Come volevasi dimostrare, ci rimpatriarono per evitare ulteriori screzi. Sapevano che ci avrebbero condannato, ma evidentemente non gli importava.
L’avevamo fatta grossa. Un mese in cella d’isolamento.
Ci rilasciarono e ci misero dei collari elettronici con una piccola carica esplosiva. Se ci fossimo di nuovo allontanati dai percorsi prestabiliti, le nostre teste sarebbero schizzate sulla luna.
Seguì il panico.
Il governo cinese dichiarò che in nessuna residenza statale potessero risiedere più di una coppia di maggiorenni, ovvero diciottenni.
Questo obbligò molte famiglie a separarsi, ridisegnando la geografia degli stati ospiti, che si trovavano schiacciati.
Ancora più schiacciati per la legge sull’obbligo di matrimonio. Appena usciti di casa i ragazzi avevano un mese per sposarsi, ed un anno per procreare.
Pena l’arresto e la detenzione.
Ovviamente dei trasgressori nessuno ebbe più notizie.
Arrivarono a casa lettere scritte al computer dove dichiaravano di aver trovato l’amore in una cittadina vicina.
Quest’ultima legge scatenò l’inferno.
I cittadini ospiti, sentendosi sempre più schiacciati, diventati esuli in patria, cominciarono un conflitto aperto, segretamente appoggiato dai governi.
Ci furono raid a sfondo razziale, omicidi, torture, infanticidi, sfregiamenti, attentati, addirittura la demolizione di alcuni condomini con dentro murati i residenti durante la notte.
Le frontiere ressero qualche settimana, poi fu il panico.
Entrarono una notte, e mi presero nel letto. Sentivo mia sorella gridare dalla stanza accanto.
Suo marito era rimasto ferito in uno scontro pochi giorni prima, ed era ancora in ospedale.
Le uccisero il figlio davanti agli occhi e la violentarono.
—Troppi musi gialli!—
Urlavano.
—Vedete di crepare, fottuti conigli!—
—Almeno così verrà fuori qualcosa di un colore meno invadente!—
Io non opposi resistenza, non avrei guadagnato nulla.
Mia sorella pianse anche dopo che se ne furono andati. Piangeva coperta di lividi e tagli sul corpo del figlio. Era un grido che spezza l’anima. Un grido che non si può dimenticare.
E non l’ho dimenticato.
Non andai da lei, ero troppo malmessa anche per camminare. Non ho mai avuto un gran fisico, e fu già abbastanza difficile riuscire a respirare dopo il pestaggio, dopo tutta quella notte.
Mia sorella non ce la fece.
La trovai la mattina seguente con un cappio al collo ed una lettera per me ed il marito.
Diceva che si scusava per non essere riuscita a salvare almeno loro figlio.
Diceva che si scusava per avermi abbandonato.
Ero sola.
Mio padre e mio fratello erano chissà dove, trasferiti in continuazione da una provincia all’altra.
Non spedivano lettere, non era consentito.
Li vidi l’ultima volta quando ci dissero che sarebbero stati trasferiti in un distretto del Senegal.
Erano passati sei anni.
La reazione del governo cinese fu immediata, e scatenò l’esercito nelle città, ordinando di uccidere ogni uomo che avessero visto. Ordinarono di lasciare in vita solo donne e bambine.
Tutto finì dopo due giorni.
L’America, la grande salvatrice di sempre, colei che senza nulla chiedere in cambio tese ancora la mano verso i più bisognosi.
Il fungo radioattivo si alzò sul cielo di Pechino, e non solo.
Di ciò che era stata la Cina non si salvò nulla. Fecero molta attenzione a radere al suolo ogni più piccola zona rurale di India e Cina.
Si scusarono con gli indiani rimasti chiamandoli vittime collaterali, ma tutti sapevamo che era un monito, per evitare al loro governo di prendere iniziative simili.
Bombardarono a tappeto ogni distretto, ogni provincia.
Poi cercarono i sopravvissuti.
Ci raschiarono via dalle macerie.
Ero in stato confusionale e disidratata, ma capii le notizie che passavano dal telegiornale.
I cinesi catalogati come morbo giallo cancellati. Estirpati. Sull’orlo dell’estinzione.
Dissero che la razza umana non si comporta così.
Dissero al mondo che in realtà eravamo una razza diversa e malvagia.
Una razza da tenere rinchiusa.
Ci somministrano sterilizzanti per tenere sotto controllo la popolazione, mentre dalla mia stanza di plastica trasparente e spoglia mi alzo e raggiungo la veranda, lasciando che i vincitori mi ammirino, rinchiusa con quello che loro mi avevano assegnato come compagno nella mia bolla di plexiglas, tra il recinto delle Tigri del Bengala e quello dei Macachi del Tibet, nel settore Animali Asiatici Aggressivi dello Zoo di New York.

Mattia Gabbriellini

Tecnico del suono, laureando in Musica e Nuove Tecnologie presso il Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze.
Ex cameraman e montatore A/V.
Scrittore della domenica, per passione.

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Tecnico del suono, laureando in Musica e Nuove Tecnologie presso il Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. Ex cameraman e montatore A/V. Scrittore della domenica, per passione.

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