Gli Argonauti di Gea

Gli Argonauti di Gea
Illustrazione originale di Riccardo Sampaolesi

Che meraviglia il porto di Rotterdam. Ci siete mai stati? Dovreste! Ci sono centinaia di luoghi che abbiamo toccato in giro per i mari con la Yug II, un vecchio scafo sovietico completamente riammodernato, e che dovreste vedere con i vostri occhi.

E pensare che questa straordinaria avventura è cominciata proprio quel mattino nel porto di Rotterdam, un 26 febbraio.
Sulla banchina sono affiorati dalla nebbia, uno alla volta, i protagonisti di questa vicenda che voglio raccontarvi con l’ausilio delle memorie che ho annotato sul mio diario di bordo.

Il primo ad arrivare fu Oleg Galkin, un omaccio sulla quarantina, marinaio russo di Kaliningrad. La sua esperienza del mare andava dai mercantili artici, alle piattaforme petrolifere, alle baleniere. Il nostro finanziatore lo aveva praticamente imposto, senza di lui e la sua esperienza non se ne faceva di niente.

Già, il nostro finanziatore fu l’ultimo a svelarsi. Prima di lui arrivarono con attrezzatura e bagagli la giovane Alizée Rolland, antropologa dell’università di Bordeaux; Jacopo Marinelli, un oceanologo e skipper esperto di Genova; Cariba Savante, un ex militare sudafricano che avrebbe dovuto garantire la nostra sicurezza e Shannon Quinn, una videomaker e documentarista irlandese.

E poi ovviamente c’ero io. Chi sono? Sean Fujiwara. Piacere. Che razza di nome sarebbe? Il risultato dell’unione tra una diplomatica scozzese e un pilota di rally giapponese. Sono l’autore del programma “WildLife” del canale satellitare Earth, probabilmente lo avete visto. Quello condotto dal tizio che sfida i coccodrilli a mani nude.

Questo viaggio attorno al mondo sarebbe stato il programma definitivo della mia carriera, me lo sentivo. Volevo essere a tutti i costi il nuovo Jacques Cousteau, ma in HD.

Ci presentammo amichevolmente su quella banchina, tra zaini, attrezzature e condense di vapore acqueo dalle nostre bocche. La Yug II era un ketch oceanico di 22 metri, a doppia vela, 10 nodi di navigazione e motore a 225 hp. La casa di questo gruppo di sette persone per i mesi a venire.

Mentre già si consumavano le prime sigarette nell’attesa, ci domandavamo dove fosse lui: Bertil Lindgren, il finanziatore di questa avventura, di questo format tv. Nessuno lo aveva mai visto di persona, ma avevamo già ricevuto in via anticipata parte dei nostri compensi. Bella carta da visita, sicuramente aveva facilitato la partenza di questo progetto.

Con nostra grande sorpresa una voce limpida e frizzante, che trasmetteva un che di allegria e entusiasmo adolescenziale ci chiamò dall’interno della Yug. Una testa canuta, con una montatura d’occhiali spessi spuntò dalla coperta della barca. Nessuno si aspettava che il grande Bertil fosse un ometto sui sessantacinque anni, basso, più arzillo vecchietto che navigato avventuriero. Si mosse con difficoltà verso i cavi d’acciaio che delimitavano il perimetro dello scafo.

Il pensiero di tutti credo fosse: ce la farà questo vecchietto a sostenere mesi di mare in giro per il mondo?
Salimmo a bordo e Bertil mi mise una mano sulla spalla. Una stretta forte che mi avvicino al suo volto, per dirmi in confidenza: “Giovanotto, qui tu sei la testa, io la banca. Vediamo di far fare a tutti un bel lavoro e divertirci”.

Oleg, come la sua storia suggeriva, era il meno loquace. Ma dispensava sorrisi a tutti mentre sembrava sbrigare da solo tutte le incombenze tecniche per la partenza. D’altra parte quello era il suo ruolo.

Shannon mostrava la costosa attrezzatura per le riprese ad Alizée a poppa, le uniche donne della spedizione avevano cercato subito di solidarizzare fra loro mentre l’inquietante Cariba ispezionava tutto, comprese le mosse di Jacopo, l’oceanografo, che già armeggiava con le vele, prontamente coadiuvato ad Oleg.

La lingua ufficiale dell’equipaggio era l’inglese, talvolta le conversazioni viravano sul francese.

Ero sottocoperta, dietro a Bertil Lindgren che mi mostrava i comfort della Yug, dopo il restyling effettuato in un non meglio precisato porto del mar Baltico. C’era di tutto, dalle stanzette con due posti letto ciascuna a castello, alla cucina, a due bagni efficentissimi e funzionali, ad una stanza che lui aveva già battezzato la “sala del consiglio”, un salotto coadiuvato da schermi con lo status del traffico marittimo, un planisfero elettronico con GPS cartografico e un collegamento satellitare dedicato che ci garantiva connettività a internet in qualasisi punto del pianeta. Radar e sistemi VHF per comunicazione nave-nave, un sistema di monitoraggio meteo e sopratutto una A.I. che ci faceva da pilota automatico.  Una cassaforte conteneva tutte le carte, i documenti, le autorizzazioni e le patenti che servivano al nostro viaggio. Incluso del contante in dollari. La stiva conteneva le scorte di acqua, carburante e vivande.

Proprio mentre scendevamo giù io e il buon vecchio Bertil, che aveva già incominciato a parlarmi di sua moglie, recentemente scomparsa, percepimmo che la Yug II era salpata da Rotterdam.

La prima tappa del nostro viaggio era l’Isola di Jersey, nel Canale della Manica.

Argonauti di Gea, Isola di Jersey, Racconto d'Avventura, equipaggio, spionaggio,
Continua qui, all’Isola di Jersey!
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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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