Gli Argonauti di Gea – Mare Aperto

mer iroise

Gli Argonauti di Gea
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Il secondo giorno di navigazione capimmo che non sarebbe stata una passeggiata.

Per quanto la Yug fosse ben attrezzata per affrontare acque agitate, la maggior parte del tempo la passavamo a danzare in balia delle oscillazioni. Con Jersey, il canale della Manica alle spalle e molti buoni propositi di sfruttare quanto più possibile la vela, ci ritrovavamo a navigare a motore per le avverse condizioni del mare.

“Tranquilli, qui è sempre così”. Furono le uniche parole dette da Oleg Galkin nelle due ore sulle giostre del primo Oceano Atlantico.

Marinelli ogni tanto metteva il capo fuori per dare uno sguardo alle condizioni del tempo.

Vedevamo girare la punta della Francia, dagli oblò. La penisola di Crozon, Brest, la Bretagna. Il Mar d’Iroise non fu tenero con il nostro passaggio. Questo tratto di mare è perennemente turbato da maree portentose e dal confluire dei venti freddi dell’Atlantico con la barriera continentale. Le acque hanno un dislivello costiero di cinque metri da una marea all’altra.

“Le onde normali qui sono alte 2-3 metri, sempre”. Disse Marinelli con la chioma di capelli biondo scuro e la barbetta incolta completamente zuppa di acqua salmastra e pioggia..

L’ozio e l’inattività stavano logorando Shannon e Alizée. Avremmo cominciato le riprese solo giunti alle Isole Azzorre, materiale per il primo episodio della trasmissione che stavamo realizzando.
Alizée era a lavoro sulle interviste alla comunità di pescatori e cercava di distogliersi dal suo mal di mare conversando con Bertil, che a discapito dell’età e della salute era ben abituato alla situazione, avendo girato in lungo e in largo per gran parte della sua vita.

Ci attendevano sei lunghi giorni nell’Atlantico aperto, dalla punta nord occidentale della Francia, giù per la costa Ovest del Portogallo fino alle uniche isole tropicali del vecchio continente. Un’avventura costellata da soste dense e brevi nei nostri approdi e lunghe e interminabili pause a contemplare un orizzonte sempre uguale, quello del mare.

Il primo giorno trascorse facilmente. Ognuno si dedicava alle sue attività preferite. Bertil, l’italiano e Oleg si occupavano della navigazione, del mantenimento della rotta e di monitorare le condizioni atmosferiche con una certa regolarità. Ma per il resto del tempo si rivelarono degli ottimi scacchisti, specialmente Oleg con il quale ho trascorso un paio d’ore serali, quando il mare era calmo. Il Bourbon non sembrava aiutare la sua loquacità ma si rivelò un degno avversario, battendomi con astuzia.

La vera sorpresa fu Cariba, la guardia del corpo. Sembrava una bestia della savana in gabbia. Un leone in mare, fuori contesto, profondamente a disagio. Ma una volta superata la tempesta, verso sera, spuntò fuori dalla stanza che condivideva con Oleg e suonò “Rocket Man” di Elton John. Chi l’avrebbe mai detto che il volto più inquietante della Yug avesse un talento – e che talento – musicale?

Il secondo giorno di navigazione eravamo sempre a largo delle coste francesi. E la noia cominciò lentamente a salire. Era il primo di marzo, strappammo via la pagina di febbraio dal calendarietto nella “stanza del consiglio”.

Stavo lavorando al Pc allo screenplay della prima puntata, davanti avevo sullo schermo di navigazione l’immagine della nostra posizione satellitare e le coordinate geografiche. Profondo blu, profonda malinconia. Uscire a guardare fuori il mare piatto e uguale in tutte le direzioni.

Poi una breve interruzione del segnale GPS, l’immagine tornò subito.

“Venite a vedere! Presto! Ehi! Salite su!”. Shannon ci chiamava dall’esterno.

Cariba Savante salì fuori con il vecchio Lindgren. C’era un enorme Albatross appollaiato vicino alle antenne di ricezione dello scafo.

Alizée gli stava facendo un set fotografico che simultaneamente stava per finire su Facebook. Shannon lo stava già riprendendo da un po’

“Non postate nulla sui vostri profili, questo è il vissuto, il lato imprevedibile dell’avventura.” Dissi d’impulso. “Su questo genere di cose voglio costruire la narrazione del viaggio nel programma”

Bertil mi guardava soddisfatto, più compiaciuto che per l’animale. Marinelli andò su Wikipedia a cercare delle informazioni specifiche sugli Albatross, elementi utili a commento del filmato.

Mi resi conto che stavamo tutti digitalizzando questa esperienza nel tempo stesso in cui accadeva, mentre il maestoso gabbiano stava mangiando alcuni pesci rimasti intrappolati sullo scafo la notte precedente, durante la tempesta.

Fu un pensiero che mi trascinai per il resto della navigazione verso le Azzorre, quello relativo al significato e ai modi del nostro viaggio. Ci spostavamo per il mondo a registrare su dei supporti immagini e luoghi suggestivi, come annotazioni fredde da arricchire con un linguaggio caldo ma artificiale, romanzato, non aderente, pensato in un secondo momento per legare situazioni, emozioni legate ad eventi che avrebbero potuto accadere sconnessi, imprevisti e senza un filo logico. Ma pur in grado di avere ognuno, di per se, un’emozione nel momento in cui si manifestano. Un’emozione che non saremmo mai stati in grado di raccontare e di trasmettere.

Rischiando noi stessi, non solo di non saper dire del nostro viaggio, ma di non viverlo in prima persona.

Altri quattro giorni di oceano in cui nessun altro evento seppe distogliermi da questo ragionamento.

[CONTINUA!]

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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