Genova 2001 – 2014

carlo giuliani

Oggi sappiamo molte cose sulle giornate di Genova del luglio 2001. Sappiamo che c’erano dei cecchini della NATO appostati sui tetti della città, sappiamo che il Ministro degli Interni Scajola diede l’ordine di sparare e fare un morto, sappiamo che c’erano dei reparti infiltrati dalla polizia, che un gruppo di facinorosi fu spinto deliberatamente, a freddo, contro un corteo pacifico per spezzarlo e creare il panico (e quindi incidenti e disordini).

Sappiamo che l’assalto alla scuola Diaz fu giustificato con prove fabbricate dalla polizia stessa, che i manifestanti arrestati furono torturati in spregio ai diritti fondamentali dell’uomo. Sappiamo che fu usato sulla folla, dalla polizia, il gas lacrimogeno CS, vietato dalle convenzioni internazionali. Sappiamo che ci fu una strategia precisa delle forze dell’ordine, delle autorità, voluta e sperimentata per terrorizzare un movimento di proporzioni mondiali, eterogeneo, che metteva in discussione i capi saldi dell’ordine economico mondiale e delle sue superpotenze.

Sappiamo le carriere e le promozioni dei responsabili di questa sospenzione della democrazia: Scajola, l’ex capo della polizia De Gennaro, la fine di Mario Placanica, il carabiniere che sparò a Carlo Giuliani.

Lo sappiamo, possiamo saperlo tutti, grazie alle inchieste della magistratura e al di là delle verità accertate e istituzionali che ci raccontano che Carlo Giuliani è morto per un proiettile deviato da un sasso, lo sappiamo perchè collettivamente abbiamo ricostruito i pezzi di un puzzle. E perchè certe cose erano chiare ed evidenti anche mentre la storia si stava facendo.

Chi c’era lo sapeva anche all’epoca, sapeva che il prezzo di una mobilitazione così grande e gioiosa, potente e condivisa, per una causa giusta e popolare, poteva essere distrutta mediaticamente solo bagnando nel sangue la causa di chi chiedeva un mondo basato su un commercio equo, sull’abolizione del debito dei paesi emergenti, sulla ripartizione della ricchezza e l’accesso al sapere e alle materie prime da parte di tutti i popoli del mondo. Come si poteva dire di no a tutto questo? Come potevano i media e i politici continuare a dire che il Fondo Monetario e la Banca Mondiale potessero continuare impunemente a tenere lontani dall’acqua potabile e dai farmaci di base 3 miliardi di persone. Come si poteva giustificare che 8 capi di stato su 220 stati sovrani decidessero per tutto il mondo, in un organo – il G8 – che non era mai stato riconosciuto da nessuno?
Lo diceva persino Giovanni Paolo II, mentre noi laici e di sinistra storcevamo il naso alle parole sincere o meno di questi insoliti compagni di viaggio.
C’erano addirittura Cofferati, il leader del sindacato e Guccini. C’era Manu Chao e quell’imbecille di Jovanotti. Era popolare stare dalla parte dei poveri e dell’uguaglianza sociale.

Quel bagno di sangue che coinvolse indistintamente giovani, donne, anziani, disabili, giornalisti, medici, passanti che non partecipavano ai cortei, politici e funzionari, avvocati, disoccupati, migranti fu largamente preparato dalla stampa. L’allarme sulla minaccia dei disobbedienti, degli autonomi, dei centri sociali martellava giornali e telegiornali con mesi di anticipo. Quello che abbiamo visto in realtà fu una violenza di stato, quella che nei regimi scatta quando un movimento riesce inequivocabilmente a fare emergere una contraddizione ingiustificabile del Potere. E’ lo stesso trattamento che subiscono i manifestanti No-Tav della Val di Susa: criminalizzazione preventiva, divieto di manifestare, pestaggi durante le manifestazioni, repressione giudiziaria per distruggere le vite private degli attivisti con pesantissime condanne, ricerca di un morto o di un ferito grave per terrorizzare eventuali nuovi simpatizzanti.

Mentre i No Tav subiscono accuse assurde di terrorismo, molti dei superstiti delle manifestazioni contro il vertice del G8 di Genova sono ancora sotto processo per devastazione e saccheggio. La pena eventuale potrà essere, individualmente, fino a 30 anni di carcere. Ammettendo la devastazione e il saccheggio, dov’è la proporzione?
Perchè sono irriconoscibili e inidentificabili la gran parte dei poliziotti, dei carabinieri che si resero protagonisti di torture, sequestro di persona, sevizie, intimidazioni psicologiche, se non di danni gravi e permanenti delle persone che trattennero in stato di fermo, senza neanche autorizzazione della magistratura?
Ancora una volta su quella ferita morale e civile si somma l’uso della giustizia come vessazione del potere, una giustizia forte contro i deboli a garanzia dell’ordine.
Le condanne dei poliziotti della Diaz e dei vertici di comando sono un contentino inevitabile per mettere la parola fine su quella pagina in cui il nostro paese ribadì il suo volto, una volta ancora dopo gli anni ’70: una democrazia fino a quando non fate domande e non ponete rivendicazioni. Dopodiché ogni metodo è legittimo per mettervi a tacere.

Noi non mettiamo la parola fine. Non dobbiamo smettere di raccontare cosa è accaduto. Anzi non dobbiamo smettere di parlare di come ci siamo ritrovati, in tutto il mondo, in quegli anni, centinaia di migiaia uniti nelle differenze, ma determinati a rivendicare che attraverso pace e giustizia

Un Altro Mondo è Possibile

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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