Frantz – La recensione del Film (No Spoiler)

E’ in sala in questi giorni l’ultimo film di François Ozon, “Frantz“, fresco reduce dal Festival del Cinema di Venezia da cui ha raccolto il premio Mastroianni per la giovane attrice tedesca Paula Beer.

Il film è esempio di un cinema fieramente legato alla scuola nazionale di appartenenza, quella francese, tradizionale nella sua concezione artigianale e asciutta, deprivata di qualsiasi elemento di superficialità narrativa e dal canone commerciale che i film sentimentali si portano dietro e allo stesso tempo è lontano dal perdersi in astrazioni tali da lasciare alla libera interpretazione dello spettatore.

Frantz è un film giocato a cavallo su due frontiere dopo il primo conflitto mondiale, quella tedesca e quella francese. Un bianco e nero che si concede alle pennellate di colore che infiammano il ritorno alla vita dei personaggi dopo un quinquennio di brutalità che ha strappato alla vita l’oggetto di contesa e afflizione dei due protagonisti, il Frantz caduto al fronte e ora pianto dalla famiglia, dalla promessa sposa e da uno straniero giunto in Germania da Parigi per commemorarlo assieme ai cari di cui ha sino a quel momento solo immaginato la vita pregressa e i tormenti iniziati con la dipartita del giovane soldato.

Un film che oscilla tra la lingua tedesca della prima parte e il francese, tra l’esibizione di pruriti nazionalisti e divisioni ormai sprofondate nel più intimo sentire dei due popoli divisi dal Reno e che si riversano ancora violente nonostante il lutto ancora bruciante strazi le vite dei protagonisti in primo piano e del contesto tutto.

L’abbandono della propria realtà, il viaggio reciproco di Adrien (interpretato da Pierre Niney, giovane ma già membro della Comédie-Française di Parigi) e poi di Anna scopre gli orrori comuni, speculari, sofferti dalle due nazioni e dalle due comunità umane.

Il bianco e nero e l’ottima resa filologica dei costumi e degli ambienti (una rarità ormai in film con pretese storiche) avvolge il rapporto depressivo e traumatico dei postumi bellici nelle vite dei singoli. Un flirt costante con il suicidio per l’impossibilità ad un pieno ritorno alla vita in assenza di una reale leva su cui completare l’elaborazione del lutto.

Le parole di Verlaine e “Le Suicidé” di Manet sono una presenza che aleggia sull’umore del film di Ozon che, dopo “Giovane e Bella” del 2013, dimostra di saper stravolgere i suoi registri di film in film risultando uno dei registi maggiormente rappresentativi di un cinema non inquinato dal livellamento al ribasso e dalla deprivazione sensoriale nello spettatore causato dalla irrimediabile mercificazione della settima arte.

Il Trailer:

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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