Ferroviaggio Aumentato

treni_7044

La sigla di apertura di un cartone animato giapponese è anche la sigla di apertura della mia giornata.
Mi strappa al pessimo sogno che stavo facendo, dove elefanti vampiri caricavano scolaresche per rifocillarsi.
Ovviamente anch’io ero uno scolaro.
Ovviamente anch’io correvo mentre piombavano giù dagli alberi.
Non sono abbastanza agile e mi prendono.
La mia Realtà Aumentata dev’essere difettosa ma il costo della revisione è proibitivo.
Quando quella proboscide gigante mi si attacca sul petto fa veramente male.
Il risveglio è un sudato saluto alla doccia, che mi sorride col suo sorriso bollente.
Si è di nuovo rotto il tubo dell’acqua fredda.
Una routine marrone, densa e fredda mi riporta alla lucidità, prendo la borsa ed infilo le scale.
Arrivo alla fermata del mezzo pubblico e mi accendo una sigaretta.
Primo tiro.
Secondo.
Il pullman arriva stranamente in orario, rovinandomi la perfetta combinazione di caffè e sigaretta.
Il prossimo è tra un paio d’ore e devo farmi un centinaio di chilometri per arrivare in facoltà.
Lo ferma una vecchia signora accanto a me, ed io la seguo.
Saluto un paio di visi noti in coma e mi accascio su una poltroncina, sedile, o come si chiamano quegli oggetti che hanno conosciuto troppo vandalismo adolescenziale per essere ancora riconoscibili.
Carico in banca di memoria una sfilza di canzoni che con una funzione di riproduzione casuale mi consente di astrarmi.
Mentre il cloud mi dowloada nel cervello un mix di musiche conosciute e non, mi rilasso, e scorgo la metafora evolutiva dell’uomo, che dal verde dei campi che sembrano non scorrere mai si immerge nel grigio frenetico di case che schizzano via come missili verso ed oltre la mia coda dell’occhio.
Il server va in crash e mi ritrovo ad ascoltare i commenti di una signora notevolmente attempata su quanto gli stranieri siano il male della società, mentre compiange dittatori del passato.
Mi interesso all’irritazione dell’autista, Enrique, portoricano di trentaquattro anni, lavoratore.
Tace, mentre la stretta delle sue mani sul volante mi da l’idea che stia visualizzando il collo dell’irrispettoso gallinaceo impomatato.
La mia è la penultima, e gongolo nel vedere una giovane madre prendere le difese degli stranieri.
Vorrei evitare di seguire i loro discorsi, ma la loro civile conversazione eclissa la radio, ed il server non ci pensa nemmeno a rimettersi online.
Poco male, riescono a concordare sul fatto che esistano delle differenze in ogni membro appartenente ad ogni cultura, e che non si può fare di tutta l’erba un fascio.
Devo essermi addormentato per tanto, devo essere giunto fino a Stoccolma.
Non sapevo che i premi Nobel per la pace si ritrovassero sui mezzi pubblici della mia cittadina.
Finalmente mi alzo, e mi dirigo verso il Valhallah, dove la scritta Stazione Centrale mi ricorda che come gli antichi guerrieri mi sarei ritrovato a combattere.
E così è.
Un’eternità espressa in finestre mi scorre sotto le dita. So di aver sbagliato a tentare di risparmiare tempo nel fare il biglietto, dove una macchinetta automatizzata mi chiede una dozzina di volte su quale treno andare a morire.
Pago e ritiro il biglietto, ovviamente ho fatto anche il ritorno, almeno non avrei dovuto ripercorrere la quest.
La ricompensa è nella consapevolezza che quel biglietto non mi verrà mai controllato, nonostante lo abbia timbrato, ma in genere funziona così.
E non provare a non obliterare, perché quel giorno non solo ti sarai scordato il biglietto, ma anche il portafogli e passerai una bella giornata in questura.
Ma non è il mio caso.
Sono una persona civile, in fondo.
Sul binario c’è tensione.
Chi fuma nervoso, chi si bacia, chi con sguardo torvo fa il check-in dei culi che affollano lo spazio che intercorre tra le linee colorate.
Io no.
Io voglio solo evitare di percorrere questi ultimi chilometri in piedi, con più di un’ora di viaggio è dannoso per la sanità mentale.
Sono più teso di Cesarini all’ingresso in campo.
Lui sa che deve segnare, e siamo al novantesimo. Io devo sedermi, possibilmente in modo comodo, su di un pezzo di plastica imbottita, ed ibernare le mie funzioni vitali finché il clock interno non mi ridia l’input.
Risparmio energetico, la chiave della salvezza.
Il treno ringhia verso di noi, ed il cuore sa che deve correre, o sarà la fine.
Mentre penso questo e mi sento una gazzella in ogni senso, la mia scheda video lagga, salta qualche frame e mi ritrovo la porta aperta esattamente davanti.
La gazzella che mi ha posseduto schiva borse, valige e yuppies, fugge in un piccolo scomparto con una luce che lampeggia invitando ad una crisi epilettica e si parcheggia a riposare su di un sedile a quattro posti, ancora vuoto.
Sceglie il migliore, quello che da verso la meta, posto finestrino.
Disattivo l’app ‘Corri o muori’, ed il cervello mi ringrazia, pensare da preda a volte aiuta, ma non è piacevole. Tantomeno di prima mattina.
Scarico sulle retine una serie di parole su sfondo bianco e non le capisco.
Non è un problema, il traduttore istantaneo mondo reale-coma mattutino entrerà in azione a breve.
Mi si intrama nella RA una serie di vicende che stanno incombendo su di un personaggio forse fittizio, che cerca di migliorarsi e crescere affrontando le asperità.
Le vicende mi coinvolgono fino ad un avvenimento fortunoso.
Una voce che sembrano dolci corde di viola strofinate da un archetto di seta mi si rivolge, chiedendomi se gli altri posti fossero occupati.
Ovviamente non ingombro così tanto, e lascio che si sieda diagonalmente rispetto a me.
Posto corridoio, guardando verso il luogo di partenza.
Continuiamo cordialmente ad ignorarci, finché un maleodorante ammasso di grasso rancido, spiacevole cocktail tra uomo in carriera e dialettica da sommelier di concime, mi si materializza a fianco, e con lui una vecchia vestita da quindicenne.
Mi danno fastidio, tra la vista e l’olfatto non so quale senso mi stia odiando di più.
La giovane scorre, li lascia sedere, ed ora siamo davanti.
Sto per andarmene, quando il suo sguardo implorante mi convince a cercare su internet come riuscire a farsi venire un raffreddore in cinque secondi.
Il server musicale è in crash, riesco ad intasare la buffer-size dei driver dell’olfatto, cosa che mi da la speranza di arrivare a fine giornata.
Non avendo voglia di mettermi a parlare, e tantomeno ascoltare i due stupratori del senso di decenza, attivo la RA, e la lascio a briglia sciolta.
Quella si concentra, mi da immagini di un elefante vampiro che mentre guarda altrove mi cerca le arterie con la proboscide, e mentre sorrido all’idea che forse non mi sono ancora svegliato, la RA si concentra sulla ragazzina rugosa, dandomi l’immagine meravigliosa di una Barbie Cariatide vestita da poppante mentre va a ballare a qualche rave-party col fine di adescare minorenni.
La mia RA deve essere stata programmata da una persona orribile.
Grazie persona orribile, tu non lo sai, ma mi doni quotidiani amplessi visivi, dandomi la possibilità di contemplare ed amplificare il mio senso di osservazione.
Devio dal delirio di immagini improbabili che mi scorrono nella corteccia e switcho preset grafico.
Mi concentro sulla ragazza, che si sta obbligando a guardare fuori del finestrino, e suppongo immagini una spiaggia deserta in luglio, dove poter stare in pace, con una distanza minima da elementi umani adiacenti di circa un paio di chilometri.
Recepisco il suo desiderio di fuga. Sa che stiamo pensando la stessa cosa, ed il motore si attiva.
La prendo per mano, mi alzo e la trascino via, fermiamo il treno, saltiamo fuori poco prima del ponte, ed atterriamo sulla spiaggia dei suoi sogni, dove ci salutiamo e ci incamminiamo verso direzioni divergenti.
Sbatto le palpebre e torno sul sedile in una posizione scomoda, visto l’ingombro notevole dei gomiti del vampiro.
Lei è ancora li, e decido di intraprendere una conversazione, per coprire il ciarliero rumore di fondo dei simpatici consedilieri.
Estrapolo un argomento possibile di cui poter parlare.
Le rivolgo la parola, lei mi risponde e proseguiamo, saltando di argomento in argomento, e come argonauti seguiamo il nostro Nemo, il senso profondo del perché quella situazione si è evoluta.
La nostra bandiera è l’educazione alla civiltà, l’evitare di mandare a cagare i due improbabili massacratori di genitali.
Ci addentriamo in acque note ed ignote, e qualcosa scatta.
La ragazza si comincia a svestire, mi chiama a se con canto di sirena.
Mi riscopro Ulisse, forse anche lui pendolare d’altri tempi, e capisco la stesura di James a riguardo.
Sono tentato ed in ritardo.
La situazione mi sta sfuggendo di mano, il mio cervello è al confino, e suppongo abbia intenzione di rimanervi, poco male.
Lo sguardo della ragazza è quello di una tigre, e mi sento a Mompracem. Ho davanti un tesoro col sesamo già dischiuso.
Ma il mio desiderio è avverso, e Sherazade non è la mia interlocutrice. Mi ucciderà nel momento in cui la mia attenzione cambierà sfera d’interesse.
Vorrei dirle che non ho appetito, per far freddare la pietanza che mi serve su di un piatto d’argento.
Perché dovrei farlo in fondo? Perché rifiutare?
Elido i voli pindarici e torno alla vita, il resto del viaggio è speso nel bagno fuori servizio del vagone adiacente, in estremo esercizio di contorsione, evidentemente fa yoga, e più avanti a questa domanda mi risponderà di chiamarsi Siddhartha, e mi porterà nel Nirvana.
Una voce spezzata dalle interferenze mi annuncia la fermata.
Salvo nella memoria il filmato concessomi dalla RA, verrai archiviato nella cartella momenti di noia per essere poi dimenticato.
Mi accingo ad uscire, mimo un saluto e bisbiglio un grazie alla giovane per quello che non è successo fuori dalla mia testa, ed il suo sguardo interrogativo mi strappa un sorriso.
Questa è la firma della mia Realtà Aumentata, quell’applicazione innata che alcuni chiamano impropriamente Fantasia.

Mattia Gabbriellini

Tecnico del suono, laureando in Musica e Nuove Tecnologie presso il Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze.
Ex cameraman e montatore A/V.
Scrittore della domenica, per passione.

Latest posts by Mattia Gabbriellini (see all)

Lascia un commento!

Mattia Gabbriellini

Tecnico del suono, laureando in Musica e Nuove Tecnologie presso il Conservatorio Luigi Cherubini di Firenze. Ex cameraman e montatore A/V. Scrittore della domenica, per passione.

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!