Donne che odiano le Donne.

09-HB_03_Puppe_1936

Apre gli occhi. Nella notte tutto è bagnato di sudore. Tra le lenzuola la pelle graffiata da polvere. E briciole. Briciole. È questo che raccoglie, raccatta, mette insieme. Le briciole della vita degli altri.

Affonda la testa nel cuscino. Fuori i rumori e il buio. Non avere il coraggio di guardare l’orologio. Lucida, umida. Pronta a immergersi di nuovo nel sonno che va a tratti. I sogni si mescolano alla realtà, leggeri come immagini. Pesanti, soffocanti, come onde di colla. E ticchetta piano nell’aria, l’orologio. Dalla cucina un tac dopo un tic. Un secondo dopo l’altro. Immagina la lancetta, e una marea di pecorelle che saltano uno steccato. Bianche pecore in un verde prato. La rossa lancetta dei secondi bacia una dopo l’altra le tacche nere del quadrante. A fianco, sagoma nera, nei suoi sogni, nella sua notte, un russare irregolare, che la aiuta a svegliarsi ogni volta. Gli tocca la spalla calda e asciutta. Pare quasi che tutto quel che sudi lei sia quel che lui non suda. La trama delle lenzuola. Cotone ruvido, chiaro, la avvolge, la soffoca. Lei si libera ed è tutt’uno con il piumone. E pizzica la pelle bagnata, tutta quella stoffa. Nella notte e nel buio, il telefono, su comodino si illumina. Un attimo alla volta le sue palpebre s’incollano, è un istante e già sogna di nuovo, sagome dal buio, dallo specchio, dai quadri sui muri.

Prendono vita, accompagnate da quel suono, le pareti: lui che russa, suono che gratta l’aria, la scuote, di secondo in secondo, la sveglia di nuovo. E lei allunga la mano, il braccio teso. La pelle lucida, la sua, di Lei. Nell’oscurità il ronzio delle zanzare, nella confusione del letto sfatto lei e lui, e lui che dorme. Prende il telefono. Legge il messaggio. Un altro uomo. Un’altro maschio. Pensa al sesso. Scopare, masturbarsi, toccarsi. Caldo, e umido. Vorrebbe muovere le mani. Scendere dal seno fino giù, carezzarsi. Ma non ha forze. Si rivolta tra le pezze, cambia guancia. Il cuscino è caldo morbido e bagnato. L’aria asciutta. I capelli appiccicati alla testa. E un filo di vento muove le tende. La nettezza urbana. Solo la notte. E poi gli uccellini. E lei che nel silenzio, chiude gli occhi s’addormenta si sveglia e si addormenta di nuovo. Incubi. Lei si agita, Lui si agita. Lei carezza il corpo di lui fino a che torna, di nuovo, tranquillo. E poi è quasi chiaro fuori. Non risponde al messaggio. Gli occhi sono piaghe nel viso, la mente pare spegnersi per un paio di secondi, quel che basta ad accendersi di nuovo. E poi nel silenzio rombante lo sente.

Mamma.

Finge di dormire, Lei. Così flebile, e indifeso, quel lamento.

Mamma.

Tutto il corpo le fa male. Si tira su a sedere. Sul comodino la roba da bere, accanto a Lei, Lui nudo presuntuosamente nudo, e calmo, e addormentato. E indifferente. Il cane, il miglior amico dell’uomo. La donna la sua migliore schiava.

Mamma.

Il pavimento. La polvere. E’ sveglia, passa per la cucina, andando dal bambino. Prende dell’acqua. È talmente piccolo. Gli occhi scuri. Sul letto, le lenzuola tirate fin sul naso, due occhi scuri luccicano nel buio. E quando la vede tutto il male, e la paura che ha dentro li lascia andare. E Lei li assorbe.

Come ogni volta, si sveglia di notte, per bere dell’acqua. Non può più dormire, aspetta il giorno. Un giorno sull’altro. Sdraiata in quel letto minuscolo. Il piccolo che subito si riaddormenta. Lei guarda il buio, poi l’alba.

-non lo voglio questo bambino-

-è un po’ tardi per pensarci no?- aveva detto lui continuando a leggere.

-non è tardi. Posso ancora abortire-

-qual è il problema?-

-non c’è nessun problema. Solo, non so se voglio-

-non essere stupida tesoro- aveva detto sua madre – non vorrai invecchiare senza bambini, e pentirti di non averne avuti-

-lui non ha nemmeno un lavoro-

-lo hai tu un lavoro- aveva detto lui abbassando il giornale

-ma io..-

-io e tuo padre ti daremo una mano- sua madre, zuccherando il tè.

Grazie tante mamma.

La mattina vomita. Il seno le fa male. È capitato di nuovo. E lei non vuole non vuole non vuole un altro bambino.

-è una cosa bellissima- aveva detto sua madre

-mamma ti prego, non posso avere un altro figlio-

-tesoro non fare così. sei stata felice, poi, di averlo avuto no?-

In un certo senso.

La mattina vomita. E veste il bambino. E lo fa mangiare. E Lui fuma, dopo aver bevuto il caffè. E Lei rifà il letto apre le finestre, i vetri, e tira su le persiane. E piega i vestiti sulla sedia. E prepara lo zaino di suo figlio per la scuola. Sono in macchina. Parcheggia. Lo bacia, al bambino. Gli da una banana. In un minuto l’edificio ha divorato quella massa colorata e rumorosa. E lei là fuori. Con le altre mamme, le altre donne. Le lezioni alla scuola, dove insegna, durano tutta la giornata.

E deve fare la spesa.

Lei era libera, giovane, e bella. E la sua spensieratezza era una troppo troppo grave impertinenza. Lui, doveva aver pensato di doverla punire, di dover assolvere questo compito. Doveva punirla, Lei non poteva essere migliore di lui. Non doveva essere migliore di lui. Non poteva.

Lei era libera, giovane e bella. Lui l’aveva resa grassa, pesante e schiava. E vuota. Con quel bambino. Anche quella pancia era un’umiliazione. Era il segno che le aveva messo addosso, che tutti potevano vedere.

Quando è stata incinta la prima volta. Quella pancia gigantesca, pesante. Quella vita che la logora. Quella del bambino, quella che deve vivere lei.

Tutto il suo corpo era stato violentato. Pezzo a pezzo. Era sfinita dal sesso, e dal lavoro. E da Lui. I suoi seni s’erano gonfiati e allungati in due pere molli. Per quell’uomo. Per quel bambino. E Lui peloso e forte e intatto l’abbraccia, la notte, la sveglia. E Lei deve essere dolce. Deve essere buona. Deve essere stupida. E deve sentirsi fortunata.

-lui è proprio bravo. A me piace tanto-

aveva detto sua sorella.

-mi piace tuo marito.-

Lui lavora si e no.

-ti vuole talmente bene-

Con Lei già gravida Lui si aggrappava ai suoi seni e la stringeva tutta, e con la sua lingua le impediva di respirare.

Gravida. Di nuovo. Gravida. Come un’animale. Una vacca.

Lui la bacia quando legge, l’abbraccia e stringe. Le dice di avere fame. Come suo figlio. Come un bambino.  Tra una lezione e l’altra aspetta i suoi studenti, tra le mani la bottiglia dell’acqua. Tra le mani una pillola, tranquillanti.

-è davvero così, essere nate femmine?- aveva chiesto.

-cosa intendi dire?-

Sua sorella si era piegata sul passeggino. Lei era incinta ancora del primo figlio. Sua nipote, ancora piccolissima.

-non ti senti come se t’avessero ingannata? Come se ti stessero portando via qualcosa?-

-qualcosa cosa?-

aveva studiato. Aveva finito il liceo. L’università. Aveva master, e specializzazioni.

Lui l’aspetta a casa. Allora era ancora troppo presto per sapere, per capire cosa l’aspettava davvero, con Lui, in quella casa. Questo futuro la aspettava a casa ogni sera. Dopo il lavoro, dopo la spesa, dopo le doglie, dopo la cena, dopo la notte, dopo non aver dormito. Un’altra giornata. Un’altra gravidanza. Questo futuro, l’aspettava.

-tutti gli uomini sono così-

E Lui, nella sua ipocrisia, sembrava allora ancora talmente buono. Buono. Un padrone buono. Buono, e bisognoso. Di cure, di sicurezza. Di certezze. Lei era la madre che non l’avrebbe mai abbandonato. A Lui Lei serviva, e Lei l’aveva sempre servito. Come tuttele donne sempre hanno sempre servito gli uomini. Uomo bruno, superbo, violento. A cui tutto era dovuto. Che sorpresa amara doveva essere stata per Lui, sempre ammesso che se ne accorgesse, scoprirsi così poco progressista, dopotutto. Lei come ogni uomo era nata libera. Ma lui l’aveva resa schiava. E logora. Era nata libera. Come ogni uomo. O schiava. Come ogni donna. L’aveva, Lui, presa e prosciugata, consumata, corrosa e marcita. Da fuori. Comprimendola, e limitandola, offendendo tutto quel che era. E lei prima era qualcosa. Dopo, qualcos’altro. Era diventata quel che era stata fin dall’inizio.

Solo lui deve avere importanza. Il bene di una legittima esistenza. Lui soltanto. Le mani che le danno forma sono le mani di Dio. Lei senza Lui, non sarebbe mai esistita. Non era. Non è. Non sarebbe mai stata moglie. Non sarebbe mai stata madre. E una donna è una moglie, e una madre. Anche l’altro. L’altro uomo, era l’altro solo rispetto a Lui, l’uno. L’uomo. Il suo uomo. Il marito.

Lei, e la sua vita, gli appartenevano. Lei non era che una parte.

Punirla, per la sua indipendenza, per il suo entusiasmo. Per aver creduto a quella sciocca presunzione, di valer più che quel che Lui necessitava. E torcerla, e piegarla. E la sfruttava. Per ricordarle che la vita che crede d’avere non le appartiene. Che quel poco che ha le è concesso. Viene dopo. Lei, quel poco che ancora può credere d’essere, viene dopo. Dopo i suoi doveri.

Non aveva amiche. Perché le sue amiche non le servivano. A cosa le serve quel che c’è fuori dalla casa. Quel che non è il marito.

Non ha interessi, i suoi interessi, gli interessi che non sono il marito, sono inutili.

E poi, quel Dio demone mostruoso le si era infilato dentro. Da là fuori. Là da dove sottilmente dettava legge. Dentro. Manifesto in crampi al basso ventre. Allora sì, l’aveva resa donna sul serio. Dentro le si era andato a mettere. Il bambino.

-tesoro, finalmente sarai madre- sua madre.

-è il compimento della vita d’ogni donna-

-vedrai, ora per te cambierà ogni cosa, ora hai una famiglia tua- sua sorella.

-non desidererai altro che dedicarti a questo. Sarai madre, avrai una famiglia, per sempre-

Per sempre. Per tutta la vita non è sufficiente?

Sarai donna anche nel regno dei cieli.

-non lo voglio questo bambino-

-amore, non fare i capricci.- Lui.

I capricci.

-non è colpa sua- suo padre – sono gli ormoni-

È una donna. Sono gli ormoni. Una donna nemmeno fa i capricci. Ha gli ormoni.

Dentro, gli si era infilato Lui. Perché godere di Lei, usarla, pretenderla sempre e soprattutto solamente sua, non capricciosa, non era abbastanza. La voleva mangiare da dentro e con quel bambino rubarle il nutrimento dall’interno.

Ma prima, prima del bambino, la sua vita, Lui, già gliela stava portando via.

-no, non mi piacciono le tue amiche. Escono solo per farsi notare. Perché esci con loro? Si truccano troppo. Quando esci con loro ti trucchi troppo anche tu. Vogliono solo piacere alla gente. Perché esci con loro? Tu non hai bisogno di umiliarti così. Tu non sei sola.-

Andavano solo a divertirsi

-nei bar, nei pub. A farsi guardare dalla gente. Vestita così. Truccata così-

Voleva essere carina.

-non ti diverti abbastanza con me? Vuoi attirare l’attenzione? Non ti credevo così superficiale.-

Non ti credevo così superficiale. Così poco disposta ad immolarti senza troppe ribellioni alla religione alla quale il tuo genere ti ha destinata.

-non ho niente contro l’università, amore. Solo, non capisco né a che ti serva né dove tu abbia idea di trovare il tempo.-

-hai il tuo lavoro. Devi pensare alla casa, a me. Non ti piace pensare a me?-

-certo che voglio che tu sia indipendente. Lo sei già, mi piace che tu sia indipendente.-

-non hai bisogno di una vita fuori di qui. O forse sì? Forse questo non ti basta.-

Eppure lo ama. Eppure per Lui prova rabbia e disgusto. Dove finisce Lui, comincia Lei. Lui è la misura del suo mondo, Lui con i suoi tempi, le sue idee. Lui la tiene insieme tutta, la intrappola in sé stessa. Ecco, è quello spazio tutto quel che Lei può avere. Quello spazio tutto quel che può chiedere. Una religione. Briciole. Le briciole dell’esistenza dell’altro. Dell’uomo. Lui sotto la luce. Lui brillante e acuto, con tra le labbra le parole che le ha rubato di bocca. E poi quel bambino, quella gravidanza, la pelle che si tira dappertutto. La pancia che si gonfia, la pelle segnata dalle smagliature. I morsi, dopo, dopo che era nato, che il bambino le dava al seno. I capezzoli martoriati.

-come sei superba amore- Lui.

-sembra quasi che chiederti di pensare alla cena offenda la tua intelligenza. È così? Ti senti umiliata ad essere mia moglie? Ad avere un bambino? Ti senti talmente superiore a tutti gli altri.-

-certo che desidero che tu sia indipendente. Ma un lavoro già lo hai. Ti senti sprecata qui con noi? Con il bambino? Non ti diverti con noi?-

Il bambino.

Mamma.

Un lamento flebile nella notte.

-dovresti essere grata a tuo marito. – sua madre -Guardalo, è dolce, cucina per te-

Cucina per divertirsi.

Sono grata al mio padrone. In fin dei conti mi tratta bene.

Era superbia?

Era violenza?

-perché vai in giro vestita così? Non chiedermi come, lo sai cosa intendo-

-carina per chi? Truccata così, volevi essere carina per chi? Perché non pensi un po’ di più a quali sono le cose che devi fare, piuttosto che ad andare in giro conciata a quel modo?-

Torna a casa la sera, e loro la aspettano. Loro, che da soli non sanno, non possono fare niente.  Un altro bambino. Di nuovo le tette molli, doloranti, e la pancia che un giorno dopo l’altro si gonfia e riempie. E pesa, e la piega di più.

Dopo aver preparato la cena. Dopo aver messo a letto il bambino.

Loro due soli. In soggiorno. Il soggiorno pulito.

-che fai?- Lui.

Scriveva.

-scrivo-

-che carino-

-mi piacerebbe scrivere-

-come, libri per bambini? Potresti illustrarli, disegni bene-

-no, non libri per bambini. Libri per adulti-

-vuoi scrivere libri per adulti. E cosa scriveresti?- e sorride bonario, e comprensivo. Come un padre.

-le mie storie-

-e perché le tue storie meriterebbero di essere raccontate? Che carina che sei, vivi davvero nel mondo delle favole-

Le tue storie sono uguali a quelle di tutte le altre. La tua storia è uguale a quella di tutte le altre donne.

A letto. Nel letto. La notte la sveglia, la bacia, la accarezza. Gioca con i suoi capelli come se davvero gli appartenessero. Bacia la sua pelle. La desidera solo come vuole che sia.

Ma Lei non vive nel mondo delle favole. Lei era stata forte abbastanza, tanto da riuscire a fingere d’essere soggiogata da quell’amore. Forte tanto da finire con il credere d’esserne diventata dipendente sul serio.

-e per quale stupida ragione vorresti lasciarlo?- sua madre.

-non credi forse sia venuto anche per te il momento di sistemarti per sempre?-

Per sempre. Grazie tante mamma.

Ci sono madri che picchiano i loro figli. Tanto da fargli male, per poterli poi curare in santa pace. Per potersene poi occupare. Per darsi un senso. Un identità.

Ci sono mariti che battono tanto la psiche delle loro mogli, tanto quanto basta da renderle fragili, e isolate. Fragili e sole a sufficienza perché abbiano bisogno d’essere protette. È questo il loro senso. La loro identità.

Attorno, solo il vuoto. È vuoto quel che non è Lui. Nell’armadio, tra vestiti che ha scelto Lui solo vestiti che a Lui non piacciono. Vestiti che non deve indossare. Perché mai si è permessa di sceglierli. O sono invece vecchi. Sono di prima. Di prima che Lei, con Lui, come moglie, madre donna, venisse al mondo.

Lei è un giocattolo, una bambola, che lui può vestire e svestire e pettinare a suo piacimento. Una bambola. Un giocattolo, un contorno, un servizio, un’appendice, uno strumento, un ornamento. Quella che fa i letti, quella che prepara da mangiare, quella che fa la spesa, si occupa del bambino, la moglie da educare e punire, la moglie che deve ringraziare, e non sorridere troppo agli altri uomini, e non studiare, e non tardare. Non desiderare. E non rispondere davanti agli altri. Come tutte le altre donne.

Povero, povero marito. Chissà quanto meno si sarebbe sentito costretto ad essere violento, e crudele e sottile se non fosse stato uno degli sfortunati uomini venuti a compiersi dopo l’epoca del femminismo. Ora, dimostrare la supremazia maschile al mondo, a Lei, è una missione, una vocazione. È ora costretto a fingere, fingere al prezzo d’una frustrazione terribile, di accettare che uomini e donne siano, sulla carta almeno, uguali. Accettare che Lei, e non doveva, non doveva farlo, e non l’avrebbe fatto mai, costretto ad accettare che lei avrebbe davvero potuto rischiare di sentirsi lo stesso suo statuto. Di uomo.

A Lei era stato consentito studiare. Lei non gli era stata consegnata vergine. Sono concessioni che si fanno, messi alle strette. È costretto a reggere il gioco a tutte quelle femmine che si ostinano ottusamente a volersi, sulla carta almeno, uguali ai maschi. Là, nel concetto di parità dei sessi s’origina la confusione. Per quel motivo sua moglie va costantemente ricondotta alla ragione. Povero povero Lui, che sfortuna. Che dispendio di energie.

-ho fame- Lui

-preparati qualcosa, sto leggendo-

-Dio, sei sempre talmente pungente, se per una volta ti chiedo di cucinare ti devi comportare come se chissà che offesa storica ti si stesse facendo. Magari ai tuoi occhi non siamo nemmeno una coppia moderna. Che razza di madre sarai? Lo allatterai almeno questo bambino?-

Il bambino che ancora le era dentro già la prendeva a calci.

Incinta, ora, di nuovo. A Lui non era bastato portarle via tutto. La scuola, le amiche, il talento del canto. Il teatro. La dignità. Sputandoci sopra accuse offese e sentenze fino a rendere tutto del tutto inutilizzabile. Guasto. Guastato.

Non gli era bastato insinuarsi nella sua famiglia, adorato da sua madre, stimato da suo padre, padrino di sua nipote, amico di suo fratello. Non gli era bastato renderla perversamente sua allieva, figlia, serva, proprietà. E perversamente schiava di un altro piccolo uomo, suo figlio. Metterle quella cosa nella pancia e costringerla ad amarla crescerla e proteggerla. Costringerla a ringraziarlo. Un giorno sull’altro costretta dal mondo intero ad amare e essere grata a baciare e lasciarsi sbavare da chi la vessa e chi la divora.

Vorrebbe sparire. Ora, prima che quel nuovo bambino le rubi l’ultimo pezzo di sé.

Sparire. Semplicemente smettere di esistere. Tanto non è esistita mai. Forse, qualche anno appena. Ma troppo tempo addietro perché possa ricordarlo.

Lava i piatti in cui lui ha mangiato e le pentole in cui per lui ha cucinato. E sopra di lei la notte lo sente ansimare. Si sente riempire di quel liquido caldo, stilla via dal pene di Lui, gonfio, fiotto a fiotto le spruzza dentro quanto di più maschile vi è al mondo. Lo sperma. L’ha ingoiato a litri quello sperma, mentre Lui le teneva la testa. Lui con quello sperma le ha sporcato la pancia, e i capelli e la faccia. L’ha inondata e soprafatta. Per ricordarle volta dopo volta quel che Lei, da sola, non potrà produrre mai. Il seme. Ricordarle quello che le manca. Quello che a questo mondo è davvero importante. Ricordarle che il suo bel viso, di Lei, ha solo una funzione, quella di stimolarlo a quella produzione, lo sperma, il sangue dei popoli. Il soffio di Dio. E Lei è terreno fertile. Non bella, funzionale. Terra. Un campo. Una proprietà. Quei peli ispidi e neri che le rimangono in gola. Lui che la colma di dolciastro appiccicoso calore, inietta in Lei prepotente la sua virilità cattiva, usurpatrice, indifferente. E l’abbraccia poi, comprensivo, ipocrita come se le stesse facendo un favore. Come magnanimamente la ringraziasse per i suoi doveri, perdonasse per le sue mancanze.

Se questa donna è un uomo.

Lo osserva. Lui nella sua maglietta chiara, sudato nel caldo della stagione. Beve, davanti al televisore. Le lascia con indifferenza lavare i piatti dopo cena. Mettere a letto il bambino, stirare. Lo osserva. Sa che può dirlo. Sa che lei sarebbe forte abbastanza da dirlo, da farlo. Salvare la sua pelle bianca, ancora viva, da quella zozzura mortifera. Salvare il suo ventre ancora non troppo compromesso da quel seme, da quel nuovo bambino. Salvare i suoi capelli da quella stretta primitiva, le sue guance, i suoi seni i suoi fianchi dai quei baci e quei morsi. Sa che può dirlo:

-vado a comprare le sigarette.-

E sparire.

Scomparsa, invisibile. Come è sempre stata. Nel buio nella notte. Lo spazio che occupa è una sua concessione. Trovare un’amica, un parente. Tornare sé stessa. Tornare ad essere un uomo, tornare ad essere un essere umano. Lo guarda, seduto in poltrona. I giochi del bambino tra i piedi. Fuma.

Sa che può farlo. Sa che può dirlo.

Sa di poter sparire, andare e non tornare mai più.

-vado a comprare le sigarette.-

Ma non lo dice. Non lo fa. Perché è una donna. Perché le piace. Morire poco a poco. Piegarsi a quel potere subdolo, e silenzioso e viscerale. Essere la sua vittima ogni notte. Piangere nel silenzio e nel buio della camera di suo figlio. Vivere tranciata dalle ombre con le quali l’immensa luce dell’uomo definisce il suo volto. Le piace essere punita, quando sbaglia, umiliata di fronte agli altri. Le piace che l’aria sua, di Lui, perché tutto appartiene a Lui, l’aria attorno a quel poco posto che le è concesso al mondo bruci la pelle come una colpa.

La madonna grata e stuprata da un Dio signore violento, costretta a subire il martirio del figlio è la donna in ogni donna.

Sa che può farlo, sa che può dirlo. Sa di poter scappare. Ma è una donna.

Aspetta un altro bambino.

Finisce di lavare i piatti. Raccoglie i giocattoli del bambino da terra, ricorda a se stessa quanto li ama, suo marito, suo figlio.

Quanto ama quell’uomo.

Quell’uomo.

Suo marito.

Nel letto, lo aspetta, nel buio. Sola, sveglia. Carezza il suo ombelico. il nuovo bambino.

Supplica Dio:

Ti prego. Fa che non sia una femmina.

 

 

 

 

Chiara Silvani

chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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