Donna di successo

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-Quindi vuole che teniamo d’occhio tutti e quattro?-

-precisamente- risponde stancamente.

Sospira guardando distrattamente le fotografie dei tre uomini e della donna, bella, notevole decisamente, alzandosi in piedi, beve un sorso di caffè dalla tazza di coccio e tasta la sua giacca, sui fianchi, alla ricerca delle sigarette.

-d’accordo capo- risponde Ferdinando girando i tacchi, pronto ad uscire dall’ufficio. Si ferma sulla porta e si volta nuovamente verso il capo, il suo principale. Azzarda timidamente un complimento

-mi piacciono i capelli, signora-

Anita Rivali storce la bocca in una specie di sorriso amaro.

-giovanili, non trova?-

-non avrei mai detto una cosa del genere signora- risponde lui in imbarazzo.

Per qualche secondo Anita rimane immersa nel colore nero e nel profumo intenso del suo caffè caldo, consapevole di aver lanciato una frecciatina. Consapevole di essere vecchia.

-vorrei vedere quei cadaveri Ferdinando, voglio capire se si tratta di quattro stolti che hanno deciso di infognarsi in una guerra ai danesi che controllano le armi o se abbiamo davanti i pedoni di un’organizzazione che ci darà del filo da torcere. Avverta il medico legale-

-Certo signora. Scusi signora-

Indugia sulla porta.

-vada, cosa sta aspettando?- sbotta lei dopo appena un battito di ciglia.

Ferdinando esce rapidamente con la sua impettita e nevrotica camminata.

I capelli.

Anita rimane sola nel suo ufficio, le imponenti librerie ai lati della scrivania. Un lavoro di responsabilità.

Spia il proprio riflesso nel vetro delle finestre.

 

Com’è umiliante dover ammettere di non essere soddisfatti della propria vita.

Oppure semplicemente che nonostante si sia soddisfatti della propria esistenza si sia comunque costretti a frequentare un mondo che da noi si aspettava qualcosa di più. Che richiede sempre qualcosa di più.

La frustrazione dovuta alla consapevolezza di aver fatto tanti sforzi e aver sacrificato tanto per arrivare a quel punto e di non essere felice.

Non era quella la vita che aveva immaginato avrebbe vissuto alla sua età, e ora si era ridotta a tingere i suoi capelli pur di richiamare indietro qualche briciola di giovinezza.

Non era quella la vita che aveva immaginato per sé, ma lei, da sola, occupa per sé talmente tanto spazio che non può immaginare al suo fianco nessuno che non la impicci.

Se fosse un uomo probabilmente avrebbe fama d’avere un cuore di pietra, di essere un maturo dongiovanni, che non permette alle grazie delle giovani che seduce di interferire con il suo lavoro per il quale occorre sangue freddo e impenetrabile personalità.

Invece è la pecora nera della sua famiglia, una madre che continua a tormentarla con la trita argomentazione del matrimonio, un padre rincoglionito che non può apprezzare i suoi successi nella professione, e anche se potesse non lo farebbe, confuso dal fatto che le donne possano, nel mondo moderno ricoprire quegli incarichi.

Due sorelle minori, di cui una festeggiata come la dea della fertilità (tre figli ed uno in arrivo all’oggi) ad ogni festa comandata, occasioni nelle quali la famiglia si riunisce, e l’altra, la più giovane, sensuale e ammaliante, accompagnata sempre da un diverso cavaliere a ricordarle costantemente quanto lei sia inetta nel gioco della seduzione. E poi una zia zitella dall’opaca intelligenza che le presenta con la sola sua presenza, ogni volta, l‘immagine del futuro che finirà per vivere.

 

Un futuro di pensionamento, invidia, grigiume, solitudine e sangue amaro.

 

Si sforza di ricordarsi qual è il ruolo che ricopre in questa società.

La prima donna a capo dei servizi segreti del paese, salita a quel grado senza raccomandazioni.

Questo dovrebbe bastarle. Eppure non le basta. Non le era bastato a zittire sua madre quando, di fronte alla famiglia disgustosamente felice animata di intimità, complicità, di sua sorella le sussurrava nell’orecchio la domanda: quando ci regalerai un’immagine simile della nostra primogenita? Io e tuo padre aspettiamo il momento in cui ti metterai finalmente a posto.

Come se lei non si trovasse al suo posto.

Come se lei dovesse riempire, per essere al proprio posto nel mondo, il posto vuoto accanto a quello di un uomo di successo.

Certo, aveva sempre esplorato, con voli bassi dell’immaginazione, la sua vita da adulta, quando ancora ragazzina era entrata nell’esercito, e poi nei corpi speciali e così via, fino a capitare in quell’ufficio per i successi conseguiti sul campo, e per l’acume dimostrato nei test, scalando rapidamente la gerarchia come un astro nascente attraversa ascendendo il cielo fino a piantarsi al centro di questo. A capo dei servizi segreti del paese.

Aveva immaginato una vita piena, e ricca, emozionante, soddisfacente.

E sì, aveva immaginato se stessa se non come una sirena dalle labbra tumide come la più piccina delle sue sorelle che già a tredici anni alla discoteca pomeridiana rubava cuori e prometteva baci a destra e a manca, almeno più simile alla mezzana, che ora guardava alla sua condizione di donna in carriera senza famiglia con pena e comprensivo (falso) affetto, dall’alto della sua superbia di fertile matrona dal grosso seno prominente, le mammelle allungate come melanzane per la continua pratica di allattamento a cui erano sottoposte, nei suoi vestiti casti, e profumati e che sembrava avere sempre in borsa una scatola di biscotti fatti in casa (la sua capacità come cuoca era una dote ambita dal tipo di persone che sua sorella frequentava) pronta a farne dono alle povere, sfortunate donne che avevano scelto il lavoro a discapito dell’immensa gioia che assicura la famiglia.

 

Quando sua sorella per prima si era sposata lei aveva perduto la possibilità del primato del matrimonio, e quando era rimasta incinta (sua sorella) Anita Rivali aveva compreso che la maternità non le apparteneva, come stato fisico che il corpo di donna può assumere. Non era fatta per fare figli, ed aveva abbandonato qualsiasi fantasia avesse mai potuto perdere tempo ad avere in proposito di bambini o simili.

 

-mi piacerebbe capire- dice ad alta voce, in piedi sulla piccola pedana, le labbra truccate a pochi centimetri dal microfono – mi piacerebbe capire dai vostri sguardi che credete nel vostro lavoro non meno di quanto ci creda io, mi piacerebbe vedere, giorno per giorno, durante questo anno che passeremo insieme- parlava ai collaboratori dell’ufficio, l’ufficio del quale lei era a capo, l’ufficio dal quale dirigevano ogni mossa dei servizi segreti –mi piacerebbe vedere il vostro impegno, e anche se so di avervi chiesto molto, gli anni passati, e anche se so di dovervi chiedere altrettanto l’anno a venire, così come ho constatato l’amore che dimostrate per il vostro paese nel costante impegno sul lavoro, so che potrò scoprire solamente vostri miglioramenti, nel futuro. La vostra passione mi dà la forza per dirigere questo ufficio nella maniera più adatta e autorevole..- Ferdinando in prima fila sembrava acceso quasi dall’emozione per il discorso che lui stesso aveva scritto per lei

-soprattutto voglio ringraziare tutti voi per aver preso parte alla festa annuale organizzata per il dipartimento.. a tutti buon divertimento-

scroscio di applausi, calo delle luci, musica, fine del carosello.

Aveva stretto un’infinità di mani importanti quella sera.

 

Questo avrebbe dovuto rendere i suoi genitori fieri di lei, le sue sorelle ammirate, sua zia allibita dal fatto che una donna sola avesse la possibilità non solo di rimpinzarsi di torta di carote fino a diventare una specie di leone marino spiaggiato, come lei, sua zia, ma anche di poter diventare una persona di indubbio successo.

Non era stato così, nulla aveva reso fieri i suoi genitori, la sua ultima promozione, la sua elezione a capo dei servizi segreti non aveva impressionato proprio nessuno, e forse avrebbe fatto davvero loro (alla sua famiglia) più effetto, se avesse annunciato che, al pranzo di Natale, avrebbe portato come piatto principale, anatra al marsala.

 

Più avvilente dell’opinione che di lei avevano i suoi genitori (il cui commento alla sua promozione era stato: eppure eri una donna così bella) era il senso di solitudine e isolamento che ella stessa non poteva fare a meno di provare, quando, immancabilmente, veniva presentata alle personalità che era solita frequentare superficialmente a causa della sua professione, sapeva che tutti gli occhi dai quali era indagata altro non facevano che febbrilmente cercarle a fianco o nei paraggi se non un marito almeno un compagno.

Tutto il rispetto e la sincera ammirazione di cui godeva sul lavoro non facevano altro che riflettere la sua inettitudine sui rapporti umani, come se in quel campo, nel campo professionale, brillasse solo perché sfogava l’atroce frustrazione accumulata in quello privato.

-certo, sei a capo dei servizi segreti, ma parliamo di cose serie, frequenti qualcuno?-

 

Se non altro non aveva gatti, cosa che l’avrebbe resa l’immagine del fallimento. Se c’é qualcosa di peggio di una donna sola senza figli a cinquantaquattro anni è una donna sola senza figli con gatti. Rabbrividiva solo all’idea dell’opinione che avrebbe avuto di sé.

Era abbastanza assorta in queste riflessioni, faceva il punto della sua vita, intelligente abbastanza da sapere che il disagio che provava, ossia lo scarto tra la soddisfazione che avrebbe dovuto sentire e l’insoddisfazione che invece sentiva, non era frutto delle solite, irrazionali, noiose turbe umane e/o femminili in genere, ma il legittimo prodotto delle operazioni concluse attraverso le quali aveva condotto la sua vita. Che fosse sola e vecchia non si poteva negare.

Avrebbe dovuto dire matura?

 

Non sarebbe stato infinitamente più pungente? Imbarazzante?

 

Non poteva negare che, assieme alla posizione che aveva assunto, nei servizi segreti, una vita di allenamenti fisici le aveva anche permesso di conservare un corpo elastico, muscoli pronunciati sotto la pelle, un fisico che stentava a prendere grasso. La sua conformazione fisica, com’era normale, stava modificandosi.

Ma il suo corpo era tutt’altro che guasto, e sebbene di famiglia fossero donne abbondanti, i grandi sacrifici fatti in gioventù le impedivano ora, in vecchiaia, di assistere impotente all’afflosciarsi delle masse, e il suo fisico rimaneva asciutto, fasciato sensualmente, nonostante tutto, dagli abiti mascolini che portava.

 

Si era ridotta a tingersi i capelli quando per anni si era vietata quello sciocco frivolo capriccio che le pareva solo il tentativo di scimmiottare le ragazze sulle copertine dei giornali come se veramente in un mondo dove da quelle pagine patinate erano dettati i canoni di bellezza a cui adeguarsi si avesse davvero una possibilità di apparire appetibili dopo i ventinove anni. Impedirsi di invecchiare non era tra i suoi piani, e fino ai quarant’anni era andata fiera del suo aspetto navigato. Anche se intorno a lei sempre più donne trovavano amore, affetto, famiglia, e prendevano le sembianze di una placida, soddisfatta, quasi buddista grassa madonna con bambino, senza per questo essere meno stimate. Ma dove trovavano il tempo per accaparrarsi un uomo? Fare colpo?

 

Se avesse potuto comprare su internet un giovane marito russo l’avrebbe fatto.

 

Quel che poteva fare, invece, era stato iscriversi ad “Incontri”.

Dopo aver tinto i suoi lunghi capelli sale e pepe di un giovanile (aimè) e seducente mogano, che faceva assomigliare il suo volto, la sua carnagione rosea, a quello di una bambola grottesca. Le guance le si erano infiammate di vergogna fustigante quando aveva dovuto attraversare il portone del palazzo che ospitava gli uffici dei servizi segreti quella mattina, e c’era stato chi aveva inutilmente provato ad ignorare il cambiamento, donne (più giovani) che avevano, invece, sottolineato la cosa con commenti dal fasullo tono d’affetto e intimità, pronunciati a voce troppo altra che esprimevano tutti, velatamente, lo stesso concetto: che gioia che tu abbia finalmente deciso di reagire all’invecchiamento.

Come se facesse loro invidia essere in presenza di una donna che aveva deciso di non soffrire l’infernale pena di quella corsa contro il tempo, mentre loro giorno dopo giorno contavano rughe sempre più evidenti e capelli bianchi a decine.

-sono sempre il suo capo signorina- rispondeva Anita seria a chi tra quelle ragazze si spingeva troppo oltre. Avrebbe potuto farle tutte ammazzare e senza dover dare spiegazioni a nessuno, ma preferiva che i suoi sentimenti non determinassero le scelte professionali. E per parecchi era una fortuna che quella fosse la direttiva sulla quale si muoveva.

 

“Incontri”: trovate finalmente il partner di cui siete alla ricerca da tutta la vita, concedetevi il sogno di un amore perfetto. Scegliete la persona giusta, con cui condividere le vostre giornate e i vostri tramonti.

 

A questo si era ridotta?

 

Ferdinando era entrato nel suo ufficio come una furia facendole fare un salto tale sulla sedia che uno uguale non ne avrebbe fatto se avesse visto il diavolo in persona. Aveva ridotto a icona in un istante la finestra che aveva aperto sul suo computer.

Decisamente quello non era il luogo adatto per abbandonarsi alla più umiliante perversione che si stata da mente umana prodotta per sfruttare il dramma sociale a cui i single andavano incontro dopo i quarant’anni.

-scusi non ho bussato- aveva detto Ferdinando sentendosi improvvisamente un idiota, e quasi dimenticando l’urgenza che aveva di conferire con il capo.

-dal momento che sei qui credo ti ascolterò comunque – aveva risposto lei

-c’è stata una fuga di notizie- aveva ripreso, lui, il suo tono angosciato e la sua voce era tornata stridula e isterica. Fremeva come un topo –oggi pomeriggio il presidente ha indetto una conferenza stampa sulla bomba,-

-quale bomba- aveva chiesto lei senza interesse, l’ansia caratteriale di Ferdinando ingigantiva qualsiasi granello di polvere fino a renderlo insormontabile.

-la bomba signora-

-oh! Quella bomba..-

-esatto! pare che qualcuno abbia saputo che pare che noi ne sapessimo qualcosa, vogliono che lei partecipi ad una riunione preliminare oggi pomeriggio-

-noi non sappiamo un bel nulla di questa storia, chi ti ha faxato questo mare di fandonie? Perché non mi hanno chiamata?-

-esercito-

-chiamami il generale Beccai sulla sei, e il presidente sulla due, tra cinque minuti, chiama qualcuno dei giornali e inventati una cosa qualsiasi che possa far passare questa conferenza stampa in secondo piano..-

-qualcosa come?-

-ma che ne so?- aveva risposto innervosita, cosa l’avevano assunto a fare se il lavoro lo doveva fare tutto lei? aveva preso il capo tra le mani per riflettere senza congedare Ferdinando al quale quasi tremavano le gambe, sembrava un ghiacciolo sul suo stecchino instabile.

-una cellula delle brigate rosse che si è fatta risentire minacciando di far saltare il palazzo di giustizia..no, l’altare della patria e..-

-ma è vero?- aveva risposto quello sbiancando.

-ma no.. santo cielo, no, non sarei dietro la scrivania se questi problemini non li avessi risolti a tempo.. ma di cosa stiamo parlando poi? Sparisci e cerca di mangiare pesce, uova, non lo so, ora fuori-

-signora?-

-sì..-

-ci sarebbe un’altra cosa..-

-ebbene, ti ascolto..-

-è venuto fuori che il governo sta finanziando la Chimical Index Industries per risaldare il debito pubblico, il che significherebbe che..-

-e vogliono parlarne in conferenza stampa oggi?-

-potrebbe venire fuori che hanno arrestato al confine Giacomo Arte-

-allora chiama Cantiere, digli che deve farsi consegnare Arte dalla polizia, e comunica all’ufficio stampa del presidente che devono negare tutto, a questa storia ci pensiamo noi, d’accordo? Ora fammi parlare con il generale prima che mi ritrovi incastrata a quella riunione..-

-e c’è sua madre sulla quattro..-

-oh Santo cielo..-

 

Anita Rivali dopo aver attaccato con Beccai, con il presidente e con sua madre aveva tirato un vago, stanco e strozzato sospiro di sollievo chiedendosi quando quella giornata sarebbe finita.

 

Mogano, come si era lasciata convincere a scegliere quel colore?

La parrucchiera sembrava abbastanza convinta di quel che faceva mentre impastava i suoi capelli con quella mistura scura e fredda che le pesava sulla nuca. E ora i capelli stretti nella presa del fermaglio non sembravano nemmeno i suoi quando incontrava il suo riflesso negli specchi.

Gli specchi.

Sembravano riflettere sempre qualcosa di diverso da quel che si aspettava, ogni volta. Ogni volta che congedava Ferdinando, ogni volta che chiudeva una pratica o firmava un qualche rapporto che aveva stilato di una qualche missione, si sentiva soddisfatta, piena. Si sentiva compiuta, e poi incontrava i suoi occhi verde sporco in un qualche riflesso e tornava alla realtà del fatto che l’avidità di successo non si sarebbe mai esaurita, e quella stessa smania di vittorie l’aveva condotta al punto in cui era arrivata.

Sola, vecchia, compatita dai suoi familiari. Il suo volto era stato animato da tratti marcati e gradevoli, un viso particolare ed espressivo, che non le aveva mai fatto provare la dolorosa sensazione del rigetto e disprezzo che le persone non sono in grado di astenersi dal manifestare, di fronte alla bruttezza.

Ora le linee del suo viso si erano come tirate, i segni delle ossa del volto erano più visibili, in piani, concavi e convessi che parevano aver perso coerenza. Non che fosse brutta, ora, e ancora si riconosceva come donna, e non come quelle maschere androgine che si diventa dopo una certa età.

Il fumo le aveva rovinato la pelle, che tuttavia non aveva perso il colorito sano, chiaro. Ma le guance erano cascanti. La pelle del collo molle. Le palpebre le erano come cadute sugli occhi. E l’incubo della vecchiaia la visitava tanto spesso di giorno quanto di notte. Eppure, era una donna sicura di sé. Ben conscia di avere alle spalle una carriera tale che avrebbe potuto fra impallidire chiunque, ma questo non era un punto a suo favore nel rapporto con l’altro sesso. Affatto.

 

Gli incontri organizzati da “Incontri” non erano andati nel migliore dei modi. Per questa ragione aveva deciso di tingere i capelli.

 

Per quanto fosse stato imbarazzante fare i conti con l’idea di ricevere inviti da uomini sulla sua casella di posta, come comunicati di lavoro (ma naturalmente su un diverso indirizzo), si era rassegnata a dover utilizzare quel canale pur di trovare qualcuno con cui condividere la sua vita, e che l’aiutasse a comporre un immagine di sé più conforme a quella che evidentemente avrebbe desiderato avere.

Qualcuno che le dormisse a fianco.

Non aveva tempo, da anni ormai, di dedicarsi a passatempi piacevoli che le permettessero di incontrare qualcuno con cui condividere interessi.

Bisognava pensare al paese, ai morti, alle relazioni internazionali, a quella diavolo di bomba atomica che spuntava un mese sì e l’altro pure sempre in un posto diverso del mondo, al presidente degli stati uniti sempre pronto a cercare di imbrigliare il loro stato in accordi alle spalle dell’O.N.U, ai paesi dell’est che tutti (tutti!) venivano a risolvere da lei i conti in sospeso tra famiglie, a una sfilza di nomi di agenti scomparsi nel mondo arabo, a una sfilza di agenti fuori controllo che avevano ampiamente dimostrato di essere dei venduti e poi erano spariti, ai rapporti con l’ufficio degli immobili statali che non faceva altro che spostare le loro filiali su e giù per il paese e la loro sede centrale in giro per la città, ai tagli sui fondi per la cancelleria e al fatto che si trovavano costretti a fregare l’esercito e le forze di polizia pur di portare a termine operazioni per quanto patetiche.

I poliziotti, soprattutto, e i giornalisti, guardavano troppa televisione, e ogni parola che le usciva di bocca la interpretavano come se si trovassero in un film americano di spionaggio, pronti ad essere sequestrati dai servizi segreti, pronti a gridare come tanti coristi paranoici, che loro, loro dei servizi segreti, e quindi Anita Rivali, sapevano tutto di questa o quella storia, che si trattava di una congiura, un complotto per rovesciare il governo come se quello, il governo, non fosse ben preparato a rovesciarsi da sé (e loro a raccogliere i pezzi), oppure di un colpo di stato.

 

Ebbene, Anita Rivali non aveva intenzioni di scusarsi con nessuno di quelli che credevano nei valori di una famiglia se, per pensare a tutte queste cose, aveva dovuto sacrificare parecchio del suo tempo. Non era nemmeno una di quelle che credeva ciecamente allo stato, al suo paese e via dicendo. Sapeva che c’erano equilibri che era bene venissero mantenuti a tutti costi, ma non andava in giro per la città vestita di nero e con un auricolare nell’orecchio che continuava a tastarsi con l’indice per verificare il canale di trasmissione, non mangiava i fax che arrivavano in ufficio dopo averli letti.

Forse dopo la sua morte qualcuno avrebbe scritto il film della sua vita romanzando anche i più noiosi quattro minuti di pausa sigaretta che fosse riuscito a ricamare, ma finché si trovava su questa terra, tutto quel che poteva dire di se stessa era che viveva per il suo lavoro, e nessuno di certo poteva smentirla.

 

Sugli annunci di “Incontri”figurava come medico veterinario, il tipo di lavoro che, immaginava, fa una donna normale e sensibile. Alla voce “quello che mi piace fare” era rimasta piuttosto interdetta, ma alla fine, spiando i mensili dedicati al gentil sesso era riuscita a partorire un immagine di sé che le sembrava rispecchiare un tipo piacevole di donna.

Cercava di ritornare con la mente al momento in cui aveva abbandonato la via che i suoi genitori consideravano maestra per intraprendere la carriere nella quale non poteva fingere di non aver sfondato, riviveva gli anni del liceo alla ricerca di una qualche aspirazione che poteva aver avuto, ma non le era pervenuto gran che nonostante le notti insonni spese nel compito.

 

Il suo ultimo appuntamento al buio era stato talmente avvilente da lasciarla di cattivo umore per qualche mese, fatto che si era ripercosso notevolmente sullo stato emotivo di Ferdinando.

Si erano visti, lei e questo Adelmo Giovanardi in una piccola piazza medievale, seduti al tavolo di un caffè al quale si servivano anche aperitivi. La sua solitudine non le aveva certo precluso il piacere della frequentazione di buone enoteche e ristoranti e si era dimostrata valente nella scelta accurata di un vino dignitoso, dopodiché, ricalcando le menzogne che aveva avuto furba creatività nello scrivere sul sito per single, aveva occupato quello che considerava il suo spazio di conversazione con il racconto dettagliato e scritto, imparato a memoria, del suo immaginario viaggio avventuroso fatto in Thailandia l’anno precedente. Poi aveva taciuto, fingendo di ascoltare l’interlocutore sperando vivamente che non si scivolasse nell’urticante argomentazione degli orientamenti politici, poiché a causa del suo mestiere le riusciva molto difficile fingersi disinteressata a quel tipo di conversazione e non abbandonarsi ad una sorta di comizio che avrebbe senz’altro tradito il fatto che parlava di quelle situazioni con eccessiva cognizione di causa, cosa che, lo sapeva, avrebbe fatto dissolvere tutto il possibile coinvolgimento erotico che Adelmo avrebbe potuto trovarsi a provare di fronte alle linee del suo vestito. Era andata proprio come aveva temuto sarebbe andata.

 

-Che cosa devo fare con lei?- aveva chiesto ad uno dei suoi agenti.

-non capisco cosa intende-

-lei crede- aveva domandato Anita Rivali ad un collaboratore convocato per una faticosa ramanzina sui rapporti interpersonali dei dipendenti dei servizi segreti –lei crede veramente che incontrando la signorina Marchad una volta in Russia una volta in Francia e una volta in Messico, noi non avremmo notato il fatto che lei ha intrapreso una relazione con una donna?  Credeva forse di non essere controllato? Per non parlare del fatto che ha pagato i biglietti aerei di entrambi con la carta fornitale da noi..-

-dovrei essere in imbarazzo?-

-se davvero crede che questa donna possa riempirle la vita dia pure le sue dimissioni, le accetterò volentieri, e la liquidazione sarà sufficiente a darle tempo di inventarsi un qualsiasi altro mestiere che lei desideri fare nella vita-

-non ho nessuna intenzione di dimettermi-

-allora temo dovrà chiudere questa..-

-ma sta scherzando?-

non stava scherzando affatto Anita Rivali. I suoi agenti sul campo non potevano permettersi scappatelle romantiche in giro per il mondo, oltretutto le donne sono piaghe con le gambe e questo è fatto risaputo. Chi garantiva per quella venticinquenne dall’aspetto intrigante e dal carattere dolce ma non docile con la quale il suo agente era stato ripetutamente fotografato? Loro dovevano pur proteggersi in qualche modo, se si era scelto di vivere come soldati non si poteva tenere il piede in due scarpe più a lungo di qualche notte.

-la licenzio io, in questo caso- aveva risposto premendo il dito sull’interfono chiamando Ferdinando.

-devo ricordarle di quello di cui sono a conoscenza?-

-devo minacciarla di morte o lobotomia?-

-no- aveva risposto lui abbassando lo sguardo dopo aver valutato che no, non stava scherzando.

-allora la prego non mi faccia perdere tempo-

questione chiusa.

 

Questo era abituata a fare, questo sapeva fare e nient’altro. Come fingersi affascinata dalla personalità di un agente immobiliare di mezza età, appassionato di numismatica e battaglia navale?

Avrebbe forse dovuto rassegnarsi ad un compagno così cupamente privo di qualsiasi interesse? E per cosa? per il sesso? Non aveva nessun impulso sessuale, né voglia di farselo venire a forza pur di incastrare qualche poveretto nella parte del marito modello. Era sola. Terribilmente sola. Cercava disperatamente di inventare qualche battuta che la facesse sembrare spontanea. Cercava di assumere espressioni invitanti, finendo per sembrare solamente la caricatura di se stessa. Non c’era mai stato nessuno, nella sua vita?

C’era stato il suo lavoro. E qualche amante. Qualcuno, a Beirut. Qualcuno a Vienna. Qualcuno amato e dimenticato. Quella smania di condividere la propria esistenza con un uomo lei non l’aveva mai provata. Viveva la sua vita in maniera controllata. Era stata risparmiata dall’impellente desiderio di avere un figlio, una famiglia, il famoso demone dell’orologio biologico che fa sembrare qualsiasi donna la brutta copia scientifica di La Puppe di Hans Bellmer, un aggregato di picchi ormonali e capezzoli. Era stato un uomo per tutta la sua vita, un guerriero. E ora che era arrivata alla massima carica che poteva ottenere avrebbe desiderato godersi la pace di quel successo, la soddisfazione di una routine lavorativa della quale aveva il pieno controllo.

 

Invece ecco un altro messaggio di posta elettronica, e il mogano brillante dei suoi lunghi lisci capelli che già sbiadiva in sfumature pel di ratto.

 

Il funerale di suo padre era stato non peggiore di altri funerali ai quali si era trovata a partecipare. Solo, si trattava di suo padre, e il suo cuore era piuttosto scosso. Il tempo trascorreva sereno, e anno dopo anno continuava a salire fino in terrazza per la scala antincendio a fumare quando aveva qualche pausa dal suo lavoro. Sua madre aveva telefonato in ufficio, ma non le aveva permesso d’innervosirsi come di consueto, per questo, aveva soffocato le sue proteste con quella frase: tua padre è morto stanotte.

E lei, sposata o meno che fosse, a capo dei servizi segreti o della filiale di un Mac Donalds, era riuscita a dire solo: non è possibile.

-mi spiace tesoro. È morto nel sonno.-

-Dio mio mamma..- aveva sussurrato nella cornetta.

-ce la fai a liberarti per cena?-

-certo, vengo da te..-

-vengono anche Ilaria e Irene, con Giulio e i bambini, oh! Santo cielo..- era esplosa sua madre in singhiozzi..

-mamma, ti prego, non fare così..-

-è solo che.. avrebbe desiderato tanto essere nonno, sai?-

-papà era nonno..- aveva risposto Anita Rivali in un ringhio aggrottando le sopracciglia

-voleva essere nonno dei tuoi figli..- aveva risposto sua madre piangendo come una fontana.

Anita aveva attaccato il telefono.

 

-allora dimmi- le aveva chiesto tale Luigi Offidani –come può una donna bella come te finire a mettere annunci su Incontri?-

Anita aveva sorriso come sperava avrebbe sorriso una donna alla quale venga fatto un complimento. Non che non fosse lusingata dall’interesse di quell’uomo, ma sapeva bene di essere una bella donna (e non è mai abbastanza che lo si è sentito dire da altrui bocca) ma non vedeva come questo dovesse implicare necessariamente che non avrebbe avuto problemi, lei, a trovarsi un compagno, considerando il fatto che, nei fatti, la ricerca si stava rivelando infruttuosa e pateticamente ironica. Si asteneva dal condividere quel tipo di considerazioni, poiché immaginava discorsi su quel tono l’avrebbero fatta apparire vagamente aggressiva e indubbiamente poco simpatica. Aveva studiato, negli ultimi anni, preparandosi a quel tipo di appuntamenti, abbastanza giornali spazzatura e serie televisive da spere di dover rispondere: potrei farti la stessa domanda..

-bella e astuta, una donna con il tuo fascino deve per forza essere anche intelligente-

se ne era andata prima di ordinare.

 

Aveva chiuso la comunicazione con il ministro degli esteri e aveva chiamato Ferdinando nel suo ufficio, l’aveva fatto sedere e senza guardarlo aveva cominciato a parlare con pacatezza.

-il telegiornale dell’una darà le drammatica notizia che sette giornalisti sono stati sequestrati in Irak, seguivano le nostre trattative. Sono rimasti uccisi due nostri agenti in contatto con gli americani.-

-Immagino che ci verrà chiesto di insabbiare la cosa.-

-purtroppo, se vengono fuori le informazioni raccolte dai quei giornalisti potremmo avere dei problemi-

-vuole che le chiami l’esercito signora?-

-vorrei anche che organizzasse i funerali-

-certo. Signora, non le ho ancora fatto le mie condoglianze per suo padre-

Anita Rivali aveva sorriso con gratitudine al suo segretario. Aveva preso tra le mani il pacchetto di Wiston.

-la ringrazio Ferdinando, è morto dolcemente-

-le passo il capitano Nebbiosi sulla uno-

-grazie-

 

Giuliano Tommasi era venuto a prenderla all’angolo tra la stazione e via Chiarugi. La macchina profumava talmente di pino e spezie che Anita non si era azzardata ad accendere una sigaretta. Il lago luccicava, increspato da una brezza placida che le scombinava i capelli in maniera decisamente irritante.

-mia moglie è venuta a mancare quattro anni fa, e solo ora mi sento pronto a frequentare altre donne. Capisco che non è il modo migliore per cominciare a conoscersi ma..- taceva all’improvviso imbarazzato.

-deve essere stato terribile- aveva detto lei con delicatezza.

-comunque avrebbe desiderato che mi rifacessi una vita- aveva detto lui. e aveva cominciato a piangere.

 

-mamma, mi spiace, capisco quanto tu ti senta sola, ma non puoi venire a stare da me. No, nemmeno per qualche settimana-

Ferdinando era entrato nell’ufficio silenziosamente e le aveva appoggiato sulla scrivania quattro fogli protocollo, stesi in bell’ordine. Puntando il telecomando contro il condizionatore le aveva leggermente alzato la temperatura della stanza. Grazie, aveva mimato lei con le labbra.

-no mamma, ti assicuro che non piango affatto nel letto di notte- aveva detto poi nella cornetta –ora devo andare scusa..-

in un piagnucolio di incomprensibili tirate su con il naso e mugugni e pianto sommesso sua madre le aveva fatto promettere che l’avrebbe avvisata se fosse scoppiata la terza guerra mondiale.

 

Avevano passato un discreto finesettimana a Parigi. Lui aveva quarantacinque anni. Non era stata costretta ad inventarsi nessun personaggio, perché lui lavorava per il governo, lì, in Francia e l’ammirava per il suo lavoro e per la sua posizione. Si era dimenticata di se stessa, per quei due giorni, e ora, la mattina di lunedì rivestendosi nella stanza d’albergo e radunando le sue poche cose in ordine nella valigia blu oltremare si era resa conto che forse quella era la relazione più intima che in tutti quegli anni era riuscita a tirare su.

Dopo aver bevuto un sorso di caffè nero, mentre lui con il piatto in mano seduto sul letto mangiava le sue uova gli aveva chiesto di punto in bianco: tu mi sposeresti?

-siamo sinceri- aveva risposto lui con convinzione –sono anni che cerco di incastrarti, Anita. Sei tu che non mi sposeresti..-

 

-cosa fa questa sera Ferdinando?- aveva chiesto stancamente Anita Rivali al suo segretario.

-vuole invitarmi a bere qualcosa?-

-una cosa del genere, è esatto-

-niente più incontri?-

aveva chiesto lui con un luccichio furbo negli occhi. Anita era violentemente arrossita.

-mi scusi- aveva detto Ferdinando imbarazzato –non era mia intenzione, l’ho scoperto per caso.. comunque.. mi perdoni, sarei lusingato, ma ho già una persona-

-una persona?-

-un compagno-

-oh-

erano rimasti in silenzio qualche minuto. Uno davanti all’altra.

-posso permettermi signora?-

-mi dica Ferdinando, mi sento già talmente in imbarazzo che non puoi peggiorare certo la situazione-

-lei è speciale. Non merita l’orrore della banalità del matrimonio-

l’aveva guardato

-forse hai ragione- era riuscita a dire in un soffio.

-io credo di sì-

Ferdinando si era voltato verso la porta e la voce di Anita Rivali l’aveva fermato dopo appena un paio di passi.

-grazie- gli aveva detto.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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