Dauða

 

dauda

 

Tendendogli la mano sentì freddo, titubante provò ad allungarla fino al suo viso, era riuscita a baciarlo, perché non poteva toccarlo? Niente, scivolò oltre, nel momento in cui lasciò perdere tutto si dissolse, la stanza, il letto, lui. Era tornata indietro, le era stato concesso un momento? Il tempo di parlarci, il tempo di farsi anche solo vedere. Non poteva rispondergli ovviamente, l’unico senso attivo era la vista, lo percepiva parlare, non lo sentiva. Faceva finta di rispondergli, chissà cosa aveva capito. Riprese a camminare, destinazione avanti, ovunque, intorno il solito cielo sabbioso, tirava una dolce brezza in quel momento. Saltò da un masso all’altro, non con poco sforzo, apparente dato che lì tutto sembrava più difficile ma non correva rischio di cadere nel vuoto, e se anche ci fosse finita non sarebbe stato un grosso problema. Era stato bello rivederlo, anche se per poco, nel giro di poco sopraggiunse la disperazione. Sarebbe stata costretta a passare il resto dei giorni così? Nessuno con cui parlare, lui lontano, le scuse mai dette, un infinito biasimo in un limbo del colore del fumo e della sabbia. No, non poteva, non voleva, doveva fare qualcosa. Tese le dita fino a stirarsi i tendini, poi le richiuse fino a bucarsi i palmi con le unghie. Si ricordò di quando sanguinava, ora era una semplice cicatrice del dolore, ma fu sufficiente a trovare l’intuizione giusta. Cominciò a urlare, fortissimo, per quelle che sembrarono ore, tirando fiato ogni volta.

– Vi ho sentita, che avete da urlare?

– Perché mi hai riportato indietro?

– Tutto qua? Sapevate cosa dovevate fare, non siamo responsabili delle vostre mancanze. Siete stata poco attenta evidentemente.

– Sapevo che dovevo aggrapparmi a lui, ma non ci sono riuscita.

– Vedete è una questione di indole, a quanto pare non siete adatta a riprendervi ciò che è vostro.

– Come potevo riprendermelo? Era lì di fronte a me, mi parlava, ma non riuscivo neanche a toccarlo, credo di averlo baciato, ma ormai dubito anche di questo.

– Sentite, vi ho mandato là per misericordia, avevate poche speranze di riuscire, siete arrendevole, si nota bene, non possiamo cambiare caratteri e lungimiranza nelle persone. Siete qua per un motivo, un’ultima prova prima di scomparire, avete fallito e ora dovete accettarne le conseguen… un attimo, avete detto che vi ha parlato?

– Sì, non so cosa mi abbia detto, però credo che anche lui mi percepisse in qualche modo, sembrava così… irrequieto, non credo fosse una conversazione felice.

– Inetta!

A un tratto la brezza si trasformò in un vento molto violento, l’aria cambiò colore, tutto divenne di un ceruleo pesante. Dovette aggrapparsi a un masso per non venire trascinata via

– Avete fatto un grosso errore, ora dovrete rimediare, vi era stato detto di agire con cautela, stupida.

– Cosa dovrei fare ora? Non posso tornare là, peggiorerei le cose.

– Invece è quello che farete, e lo porterete qui.

– No, non farmelo fare per favore.

La voce sparì, il vento cessò all’improvviso, lei sorrise, cadde di nuovo.

Al risveglio lui era ancora lì, in piedi, nudo, accanto al letto. Fissava il vuoto. Non sapeva quanto tempo fosse passato. Le riecheggiavano frasi in testa, pensò fosse lo stordimento del viaggio, no era lui che canticchiava, “All in all, the clock is slow, six color pictures all in a row of a” si fermò. Tremando, si avvicinò a lui, girato di spalle, sapeva che questa volta non stava sognando, restò di spalle e la lasciò fare. Prese coraggio, lo cinse alla vita e lo abbracciò, sentì la mano di lui accarezzare le sue, lui rabbrividì di gioia.

– Perché sei tornata?

– Perché ho trovato il modo di stare ancora insieme.

Non sapeva se questa volta avesse capito, pensò solo a continuare ad abbracciarlo, a sentire che nel vuoto, alla fine del big bang, c’era solo la loro pelle.

– Farà male?

– Non lo so, non voglio più mentirti, voglio solo averti di nuovo con me.

– Fai quello che devi fare.

Glaciale uomo dalle grandi spalle, affrontava gli ultimi istanti della sua vita come se fossero i primi. Senza vezzi, cinque parole di consapevolezza, deciso a trovare qualcosa di meglio del grigiore.

Le mani di lei salirono lentamente fino a circondargli il collo, lo accarezzò, per un’ultima volta gli disse parole dolci nell’orecchio, lo baciò sulla nuca, tirandosi su sulle punte, e strinse. Forte, con tutta la forza che la morte stessa può avere. Fu veloce, lentamente lui si accasciò in terra mentre lei da dietro lo sosteneva, piangendo e continuando a parlargli. Mentre gli ultimi respiri si consumavano forzatamente, ma neanche troppo, lui sorrise, vedendola di nuovo, finalmente, e ritrovò il coraggio di piangere.

 

 

Vittorio Ghinassi
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