Crisalide mai schiusa

“Ho provato con le lacrime più dolci, tristi e dense come rugiada.

Ho tentato di versarle sulla tua figura, sul tuo ricordo, per crearne una crisalide destinata a non schiudersi. La rugiada, seccando, ha ospitato altre lacrime, per formare un nuovo strato, atto a conservarti. Il dolore è stato la formalina. La malinconia ha sigillato il tutto.
Un tutto racchiuso nello scrigno che mi avrebbe logorato fino alla fine dei tempi.

 

Avrei raccolto tutte le foglie di gelso per conservare quel restava. L’alloro per profumarlo.

Crisantemi per rendere onore alle spoglie.
Però il tempo questo ci restituisce: riesumando cadaveri si recuperano ceneri. Ci ritroviamo a venerarle, ammirarle ed evocarle, senza poter riceverne benefici o conforto.”

 

Si allontana con la bici, sotto una pioggia lievissima, che le appanna a poco a poco gli occhiali.
No, non ha lacrime che bagnandole il viso si confondono bene con la pioggia, sarebbe davvero troppo banale, e se ne rendo conto. Ma pesta i pedali, con frenesia liberatoria. Si sente un corpo estraneo nell’esofago, come un uovo sodo che non va né su e né giù.
Il freddo le sta facendo perdere completamente coscienza del suo corpo, tranne che per il viso, digrignato, non per la rabbia ma per un’insofferenza che talvolta le da tregua. Ma non stanotte.
I dieci minuti che la separano da casa le sembrano troppo pochi, nonostante il freddo, la tarda ora, e il tempo che promette di aprire le sue cataratte a breve. Tornare significherebbe dare un nuovo giro all’orologio, fissare una sveglia, far scorrere il tempo, darsi prospettive, compiere ciò che si è prefissata.
Pedala.
C’è un posto però in cui lo scrigno bagnato dalle lacrime si è conservato immacolato. Lo sa. Un posto in cui è permesso ripercorrere i momenti sbagliati e modificarli, col senno di poi, con la coscienza della sofferenza che solo un adulto con mille rimpianti può avere. Uno scrigno lattiginoso e opaco a cui solo chi si è sufficientemente redendo può accedervi.

 

Pedala e sorpassa la via di casa.

 

E si perde nella notte.

Ma tu non lo senti il dolore che sento io quando ti vedo?
E’ tutto passato, ormai. E’ perduto.”
No, non è perduto. Ti aspetto nello scrigno.”

Federica Ulivieri

Federica Ulivieri

È nata nel lontano 13 settembre 1989 usando il primo vagito come un lamento, e da quel momento non ha più smesso di lamentarsi. Studia Storia Contemporanea a Pisa dove ha già conseguito la triennale; ogni tanto, allo scopo di allentare l'ansietà che la vita offre, scrive.
Federica Ulivieri

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È nata nel lontano 13 settembre 1989 usando il primo vagito come un lamento, e da quel momento non ha più smesso di lamentarsi. Studia Storia Contemporanea a Pisa dove ha già conseguito la triennale; ogni tanto, allo scopo di allentare l'ansietà che la vita offre, scrive.

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