Contatto interrotto

*Fotografia di Francesca Pucci

 

 

Le quattro e trentadue del mattino, due spunte. Fatto? Fatto.

È stata questione del fastidio di un attimo, sai. Faticherei a definirlo dolore, fatico persino ad accostargli un sentimento o anche soltanto una sensazione qualsiasi. Credimi, questo sfumare, diluirsi e poi naufragare di qualcosa che è stato mi ha resa terribilmente triste. Eppure, anche stanotte, mi ero accinta a provvedere, come da copione.


Le quattro del mattino, dicevo. Cauti ed infreddoliti – pensa, avevamo appena appena preso sonno – io e i miei riflessi emotivi ci siamo alzati silenziosamente, stancamente, sonnambuli. Svegliati da una vibrazione sottile, uno scalino in sogno. Solo poche lettere nella notte, un paio di sillabe sospese nell’etere: le mie.

Le quattro del mattino e ancora una volta chiami il mio nome con uno di quei gesti irragionevoli, atti di fede di cui solo gli ubriachi ed i martiri hanno la forza. Tu che del martire non hai mai avuto non solo le piaghe, ma nemmeno la spina dorsale. E dell’ubriaco neppure l’euforia, forse solo le mani bucate. Mi chiami come sempre, con la confidenza dell’amico, con la scientifica certezza del medico: ad un’azione una reazione, ad un tocco preciso un riflesso involontario, previsto.

Sei soltanto alla ricerca di un segnale. Nastro isolante alla mano, riallacci maldestro per qualche minuto i fili logori che ci uniscono e mi tendi una vecchia maschera da indossare: è così facile, in fondo, così automatico tornare per un attimo quella che ero, fosse anche solo per gioco. Eppure stanotte di nuovo te lo concedo. E cedo.

Ma la medicina non è una scienza esatta; i copioni, dovresti averlo capito, anche quelli si consumano. E i sentieri, un tempo trafficati di gesti affaccendati, carichi di pensieri, si riempiono di erbe cattive. I contatti si interrompono. L’altra metà del letto è tiepida ed io potrei, vorrei seguire quel richiamo, sincronizzare di nuovo i respiri, forse riprendere sonno. Non è educato da parte tua, svegliarmi così, nel cuore della notte, costringermi a scivolare fuori dalle coperte. Ma i fantasmi non sono universalmente noti per le loro buone maniere, come dire, per il loro savoir faire. E la mia messa vale bene una notte qualsiasi, anche se questa, lo sento, non è una notte come ce ne sono state tante altre: le trasmissioni sono sempre più confuse, disturbate. È da qualche tempo ormai che le guardo accartocciarsi su loro stesse, contorcersi e poi bruciare rapide i ponti, suggellando la scia della tua ritirata.

Ma torniamo alla nostra routine, amico mio, al mio rito. Metto su un caffè, come sempre. Mi accendo una sigaretta, un gesto insolito questo, fra lo svogliato e il metodico, di una teatralità garbata – concedimela – da lettrice di gialli. Ti aspetto nel buio della stanza, al lume alogeno dello schermo. E tu non ti fai certo attendere: gratti alla porta, impaziente di manifestarti.

Premo un tasto e puntualmente compari. Ci sei tu – c’eri tu, questa cosa del presente storico mi ha sempre mandata in confusione, adesso più che mai. Ci studiamo per un po’, in silenzio. Mi osservi spento, a un palmo dal mio viso. Ma dentro non resisti, te lo si legge persino nelle pieghe del volto schiacciato dai pixel: vuoi, devi parlare. E alla fine, frenetico, inizi a rovesciare un mare di parole.
Non vorrei, non lo vorrei affatto, te lo ripeto dalla prima volta in cui sei apparso qui, fra la scrivania e la poltrona, ma tu non mi ascolti. Del resto, siamo sempre stati così diversi io e te, nel particolare e nell’universale: solo l’intrecciarsi costante di questi fili invisibili, questa connessione, mescolava le nostre nature, le dissimulava. Tutto o nulla, bianco o nero, io. E tu? Tu il re del compromesso. Non è un caso se immaginiamo i poltergeist sempre in scala di grigi, come impressi su vecchie pellicole. Ma sto divagando, hai ragione. Avanti, ti ascolto, cosa mi racconti oggi? A cosa stai pensando?

Un paio d’aneddoti prima scialbi poi senza dubbio ingozzati di dettagli che li rendano divertenti sei stato a una mostra la ascolti ancora sì me lo precisi con malcelata soddisfazione quella canzone che era nostra e che ora è vostra forse tua forse di nessuno sei stato a fare una passeggiata al vecchio ponte quel ponte hai passato un esame la patente ritirata ti sei tagliato i capelli ti senti davvero molto bene hai perso due chili hai guadagnato un paio di amici ha nevicato adesso chiudi le camicie fino all’ultimo bottone la cravatta anche quando non lo richiedono le feste come ti diverti oh sì ti diverti tanto molto più di quando molto più..

Ma stasera, te l’ho detto, e diverso: la linea balbetta sempre più incerta ed io sono distratta, altrove. E tu ne sei visibilmente, se così si può dire, infastidito. Punti i piedi come puoi, ti ribelli: non ami certo cedere il passo, abbandonare il campo, abdicare al ruolo di protagonista. È la vanità, del resto, la qualità più spiccata dei fantasmi, quell’ostinazione così umana a voler continuare a esistere ad ogni costo, anche a metà.

Te lo confesso, non lo nego, no, ho anche io una parte in questa strana storia. I nostri primi incontri notturni avevano quel non-so-che, quel rotondo brivido esotico che mi stuzzicava, quasi si trattasse di spiare dal buco di una serratura, più che di un nostalgico amarcord. Possedere una cosa significa presto o tardi smettere di desiderarla; non possederla più la rende assai più interessante, suscettibile di una valutazione tecnica, intrigante. Ma si tratta di un’eccitazione povera, che trabocca in fretta nel grottesco. Ed io ora lo sento in modo netto, preciso, senza scampo: non riesco più neppure a fingerlo, questo interesse. E tu – dovevo immaginarlo – non ci stai, alzi la voce, cerchi, tentoni, le mie piaghe:

-Ti ricordi di quando ti ho coperta col mio impermeabile perché tu, testarda, nonostante il temporale volevi vedere il tuo mare d’inverno? Ti ricordi quando mi sei scivolata addosso nel cuore della notte, due dita fra le labbra, perché nessun suono, no, nessuno doveva sentirci e assordante sembrava, nel silenzio, il battito del tuo polso eccitato?

Muta, non rispondo. Non l’ho mai fatto, a dire la verità. Sono semplicemente rimasta ad ascoltarti, a guardarti. Ma questa notte ne sono certa, per la prima volta sono davvero una spettatrice. Come è potuto succedere? Non ho più memoria ormai, mi sei tristemente estraneo. Tutte le immagini di cui mi hai riempito gli occhi senza tregua, tutte le parole che mi ricordavano di ricordare, i cenni che mi suggerivano di non dimenticare, hanno fatto, alla fine, imprevedibilmente, tabula rasa di quell’io e te che chiamavamo noi.

Vita ai vivi, morte ai morti, è una legge biologica: presenza o assenza, contatto o distacco. Ma tu invece, capriccioso, volevi giocare ancora un po’, distendere quest’ultimo dito di marmellata su una fetta troppo grande. Ed è così che ogni residuo d’intensità si è perso e ha perso ogni sapore.
Raffinarsi assottiglia. I cavi, col tempo, si logorano: prima la membrana si screpola, poi si apre, alla fine il rame, vivo, si recide e muore. Sembrava solido, sembrava vero, sembravi qui ed era solo un’eco, un delay.


Le quattro e trentadue del mattino. Mi hai chiamata, poche sillabe galleggiano ancora sullo schermo, le mie, il mio nome. Accapo.
«Buonanotte, adesso davvero»
Due spunte. Fatto. È stato facile e triste, alla fine. Faticherei a definirlo dolore, piuttosto è stato qualcosa di simile al fastidio di un ago, una spina sottile.

Dicono che il mio nome significhi “amata da dio”, lo sai? “Bisogna vedere se questo amore è ricambiato, però” rispondo sempre io, col mio sorriso obliquo. La reciprocità, come la possibilità di un contatto reale, per me restano ancora un mistero.

12842479_10206313649865517_972995574_o

Elisa Orsi

Elisa Orsi

Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.
Elisa Orsi

Latest posts by Elisa Orsi (see all)

Lascia un commento!

Elisa Orsi

Elisa Orsi

Nata agli sgoccioli del mese di ottobre, preferisce ricordare il giorno del suo genetliaco per l'uscita di Never Mind The Bollocks, tralasciando spiacevoli marce su latine capitali. Amante degli accostamenti audaci è un pendolo irrequieto che oscilla secondo traiettorie improbabili, intersezioni inaspettate tra la poesia medievale e la cultura underground, tra storie dell'arte canonica e storie di vite qualunque. Non abbassa (quasi) mai la guardia: nel tempo diurno si occupa di letteratura italiana, di ascolto compulsivo di musica gravitante attorno all'universo punk rock, di epigrafi frenetiche su taccuini rossi; ha lavorato in radio, ha scritto per settimanali culturali, web zine e si è occupata dell'organizzazione di eventi letterari e musicali. Nel tempo notturno la potrete trovare nei peggiori bar a discutere di un disco o di un libro che l'ha fatta restare sveglia, anche stanotte.

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!