Ma il comunismo è davvero morto?

Uno spettro si aggira ancora per l’Europa, anzi per il mondo intero.
Nel 2017! Anche se il comunismo non rappresenta più un blocco di potere nel gioco delle superpotenze è in realtà molto lontano dall’estinguersi.
Dopo la caduta del muro di Berlino sembra incredibile ma i numeri ci dicono esattamente l’opposto di quella che è la percezione individuale.

Lo sapete che ci sono ancora più di 120 milioni di comunisti iscritti al partito nel mondo?
Perfino nei posti dove meno ce lo aspetteremmo, come in Giappone dove i comunisti sono la quarta forza politica con 7 milioni di voti o negli Stati Uniti, dove esiste un partito attivo e funzionante.

Nella stessa patria del comunismo sovietico il Partito Comunista della Federazione Russa guidato sin dalla caduta dell’URSS da Gennadij Zjuganov conta oggi circa 570.000 iscritti in un paese di 157 milioni di abitanti.


Se è vero gli iscritti non corrispondono necessariamente ai voti c’è da dire che il partito, diretta filiazione del marxismo-leninismo e assolutamente contrario al revisionismo su Stalin, conta oggi 42 seggi alla Duma (il parlamento russo) e ha preso la bellezza di 7 milioni di voti alle elezioni del 2016, il 13,4% dei voti. E’ il secondo partito nel paese, il primo di opposizione a Putin e al suo partito piglia tutto.
Ma narrare al mondo che alla testa degli oppositori di Putin ci sono proprio i comunisti non suona bene per i cittadini occidentali, no?


Assai più scontata la situazione nella mono-partitica Cina in cui il Partito Comunista, su posizioni di revisionismo spinto in economia, di fatto è un partito centralista che adotta una politica liberista in campo economico e socialista nell’organizzazione del lavoro.
Con oltre 80 milioni di iscritti il partito che ha inventato il socialismo di mercato guida saldamente il paese che è di fatto una delle principali potenze mondiali.


Altro paese associato direttamente al comunismo è Cuba, dove gli eredi di Fidel governano la rivoluzione dagli anni ’60. Il PCC conta oltre 800.000 iscritti e contrariamente a quanto si pensa non è un partito presente alle elezioni politiche, nelle quali i candidati sono individuati dalle assemblee di quartiere, certo in coerenza con l’organizzazione socialista del paese.

In Venezuela, la situazione invece è assai diversa. Dopo quasi 20 anni di vittorie elettorali del PSUV, prima con Chavez e alle ultime elezioni con l’erede Maduro, il socialismo del XXI secolo è entrato in una fase di crisi e riformulazione. Ad ogni modo il PSUV, che oggi ha 5,7 milioni di iscritti, ha vinto le elezioni presidenziali del 2013 con il 50,66%, perdendo però le legislative del 2015.
Sulla scia si ricorda che anche la Bolivia è governata saldamente dalla sinistra guidata da Evo Morales, così come l’Ecuador che in continuità ha recentemente eletto il successore di Correa, Lenin Moreno.
In Argentina, nonostante la sconfitta nel 2015, i peronisti di sinistra hanno 12 milioni di voti, poche migliaia sotto il presidente di destra Macrì, mentre in Uruguay, dopo il celebre ex guerrigliero Pepe Mujica, continua la vittoria elettorale della sinistra radicale con quasi il 50% dei voti.

Altri piccoli stati a sinistra nel meso-america sono il Nicaragua, dove i guerriglieri sandinisti sono tornati recentemente al potere, la Dominica, Grenada.

Analizzando invece la situazione di altri grandi giganti demografici ci spostiamo in India, dove i comunisti complessivamente raccolgono circa 25 milioni di voti alle ultime elezioni, 10 seggi e il 4% dei voti e oltre 1 milione di iscritti attivi.

Sono invece 43 milioni, pari al 41% delle preferenze, i voti raccolti dal Partito dei Lavoratori di Lula e Dilma Rousseff in Brasile nel 2014. Gli iscritti attivi sono 1 milione e 400 mila.


Esistono poi altri paesi ad economia statale, il più celebre e famigerato è la Corea del Nord, uscita indenne con la Cina dalla fine della guerra fredda. Il socialismo di questo paese segue la dinastia ereditaria dei Kim dalla sua fondazione ed è impossibile fornire numeri e statistiche sull’andamento di iscritti e processo elettorale essendo tutto il funzionamento della società strettamente collegato alla militanza nel partito.
Sappiamo ad esempio che nel 2014 si sono tenute le elezioni politiche in cui 80 seggi su 687 sono andati all’opposizione: 50 ai socialdemocratici, 22 al partito Chondiosta Chongu e 3 alle associazioni religiose.

Altra Repubblica socialista è il Vietnam, vittorioso e riunificato dopo la sconfitta degli USA nel 1973. Da allora il paese è governato dal partito comunista – che secondo la costituzione del 1992 è guida del paese – sulla scia di quanto avviene in Cina, con sistema monopartitico. Lì gli aderenti al partito sono 4,4 milioni.

Il Vietnam è una mosca bianca nella penisola indocinese, dove, dopo le purghe anticomuniste negli anni ’60 che portarono all’uccisione di oltre mezzo milione di comunisti, non esistono più partiti politici di tale orientamento né in Malesia né in Indonesia.

Bisogna andare nel più capitalista dei paese asiatici per scoprire, con grande sorpresa, che è il Giappone a mobilitare un numero significativo di voti a sinistra, seppur in un paese immobile da 60 in governi di conservatori.


Nel 2014 il Partito comunista giapponese si è piazzato quarto con 7 milioni di voti e il 13,3% delle preferenze aumentando drasticamente la sua presenza in parlamento e i suoi iscritti sono saliti a 320.000, un numero sorprendente per un paese che continua a rimanere saldamente nelle mani dei conservatori e in un regime di capitalismo selvaggio.


Diversissima invece la situazione in Africa dove dopo la fine degli anni ’80 i comunisti sono diventati una rarità.
Già assenti in pratica in tutto il mondo arabo di oggi (salvo in Tunisia dove raccolgono il 3% dei voti e in Algeria l’1,3%), compaiono timidamenti in Camerun dove contano 3 seggi sui 180 dell’assemblea nazionale.
In Etiopia invece governano saldamente, alle contestatissime elezioni del 2014 il Fronte Rivoluzionario Democratico del Partito del Popolo (nome in pompa magna) conquista 500 seggi su 547 senza chiari numeri su votanti e percentuali.
Nella Repubblica Democratica del Congo invece è il sinistrorso Kabila, formalmente un indipendente, a vincere le ultime elezioni nel 2011 con il 48% dei voti e 8,8 milioni di preferenze.
In Angola, ex colonia portoghese aiutata nella guerra di liberazione da Cuba, gli eredi dell’indipendenza ormai sempre più alla deriva verso la socialdemocrazia piuttosto che il socialismo puro governano il paese con oltre il 70% dei voti.

E in Occidente?


Beh, in Occidente non esiste più qualcosa di direttamente assimilabile al marxismo leninismo.
A parte, paradossalmente, il Partito Comunista Americano, una piccola organizzazione di 5000 iscritti che sopravvive dal 1919 nella pancia del gigante.
In Europa invece tra nuove sinistre senza identità chiara, scissioni e spostamenti a sinistra saltuari, dal Labour inglese a Syriza in Grecia la situazione è fluida. Nel parlamento Europeo la sinistra radicale è tutt’altro che testimonianza grazie ai buoni risultati in Grecia, Spagna e Portogallo. Alle ultime politiche francesi il radicale Melenchon ha portato i consensi al 19% senza però scalfire il duopolio presente ovunque di destra vs estrema destra.
Proprio nella patria dove nacque il marxismo la Linke tedesca è saldamente solo terzo o quarto partito.
Ma da qui a veder sorgere di nuovo il sole dell’avvenire manca ancora parecchio, chi ha la fobia dei comunisti può dormire sogni tranquilli.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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