‘Che se ne tornino a casa loro’. Conversazione sul pullman delle nove.

 

Che se ne tornino a casa loro. Vengono qui e spacciano, stuprano le ragazzine. Certo, ci sono anche quelli che lavorano: ci rubano il lavoro a noi.

Non capita di rado di udire questo tipo di conversazione. Io che prendo il pullman delle nove la sento quasi ogni mattina. L’ho sentita in bocca ad anziani signori, a operai, a giovani laureati.

Senza variazioni sul tema. Sempre la stessa, identica, articolata in quattro concetti principali che riportano alla tesi iniziale. Un falso sillogismo che mi fa rabbrividire, non solo per il razzismo e l’ignoranza, ma perché spia di una totale mancanza di logica nel ragionamento degli interlocutori. Sembra che non si rendano conto delle falle in cui cadono, il che mi dà da pensare. La domanda che mi si pone è: il pregiudizio è così forte da destituire l’umana capacità di pensiero? Potrei semplicemente ignorare queste conversazioni, ma è difficile ignorare un concetto quando questo ti si ripropone ogni giorno, pronunciato da decine di persone diverse.

Sento perciò l’esigenza di rispondere. Di spiegare che questo tipo di ragionamento, per una società, è fatale. Partiamo dalla prima considerazione, la battuta d’avvio: “Che se ne tornino a casa loro.” Questo assioma contiene già i tre errori concettuali di base: 1 Come si suppone che chi è arrivato a malapena vivo su un barcone, investendo per quel viaggio i risparmi di una vita, magari perdendo durante il tragitto un figlio, o la moglie, senza soldi e documenti, possa ‘tornare’? A logica, oltre ad essere un gesto completamente insensato, sarebbe anche impossibile nella pratica. Senza documenti forse si arriva, ma non si torna indietro. Non esistono, che io sappia, gommoni per clandestini che vogliono tornare in patria. 2 A casa. A casa è una bellissima parola, e sembrerebbe quasi allettante. Senonché molte delle persone che arrivano non vengono qui ‘da casa loro’. Vengono qui da paesi sottosviluppati, da situazioni di guerra, da regimi dittatoriali. Vengono qui sperando di salvarsi, di salvare le loro famiglie. L’Italia, questo paese che è nella merda fino al collo, per queste persone è una terra promessa. È una speranza. Queste persone credono nell’Italia molto più che noi italiani. Credono a una terra di possibilità, a una terra di futuro. Questa è gente pronta a rimboccarsi le maniche, gente che parte in cerca di fortuna proprio come gli italiani, non troppo tempo fa, partivano per l’America o la Germania. Oggi noi non crediamo nel nostro Paese. Sappiamo solo lamentarci e dare la colpa a qualcun altro, dimenticando che una volta eravamo noi a partire, a sognare qualcosa di diverso. Ci siamo scordati che cos’è la fame, e non lo capiamo più. 3 ‘Loro’. Terza falla logica in una sola frase. Non c’è ‘noi’ e ‘loro’. Farebbe bene a tutti ricordare che i confini tra gli Stati sono linee immaginarie. Immaginarie. IMMAGINARIE. Da un punto di vista logico l’unico confine umano è forse il mondo, e neanche: abbiamo camminato sulla luna. Non c’è ‘noi’ e ‘loro’. Siamo tutti esseri umani che lottano per sopravvivere. Siamo tutti il prodotto incolpevole delle nostre epoche e luoghi di nascita, e paghiamo senza meritarlo il prezzo di tali epoche e luoghi. Per alcuni, per chi viene da determinati Paesi, il prezzo è più alto che per altri. E noi, il grasso, ricco Occidente, dovremmo stare zitti e aiutare le persone che vengono da quei Paesi. Se c’è la guerra, là, se ci sono regimi, se c’è la fame, è per colpa nostra. Siamo noi i furbi che hanno pensato bene di ‘colonizzare’ mezzo mondo. Siamo noi i porci che a oggi producono le armi che stanno in mano ai bambini soldato. Siamo noi che, nella migliore delle ipotesi, ce ne freghiamo.

Forse, perché capiamo, dovremmo attraversare il mare vestiti di stracci con i nostri figli e toccare la terra per miracolo. Forse dovremmo non mangiare da giorni, non sapere come sfamare i nostri bambini. Allora forse capiremmo che il minimo che ci aspetteremmo dall’umanità sarebbe non dico una mano tesa, ma perlomeno di non trovare ostilità e odio. Di non trovare clown con cravatte verdi e facce diarroiche che vomitano stronzate razziste seduti nel Parlamento del Paese in cui abbiamo tanto sperato.

Di non trovare masse di persone disposte a ripetere discorsi di questo genere. A votare simili teste di cazzo. A permettere che facciano parte della politica. Ancora oggi! Ancora oggi, dopo Majdanek…

Siamo esseri umani. Dovremmo riconoscerci l’un l’altro come tali. Dovremmo accoglierci gli uni con gli altri a braccia aperte.

 

Passiamo alla seconda considerazione ‘Vengono qui e spacciano, stuprano le ragazzine.’

Certo, alcuni spacciano. Alcuni violentano le ragazzine. Anche alcuni italiani spacciano, anche alcuni italiani violentano le ragazzine. Spesso, tra l’altro, sono ragazzine immigrate, minorenni schiave che qualche simpatico e italianissimo pappone ha costretto in mezzo a una strada. Ma in ogni caso, un semplice, basico, ragionamento. Temiamo potenziali crimini da parte degli immigrati? Ragione in più per renderli cittadini italiani. Come tali, dotati di documenti. Reperibili. Perseguibili per legge. Con i diritti e i doveri di qualunque italiano. Tenuti a rispettare la legge e a comportarsi in maniera onesta. Tenuti a dichiarare reddito, pagare le tasse. L’Italia ha solo da guadagnare. Moltissime delle persone che arrivano non sognano di spacciare. Sono persone che vogliono lavorare. Persone che vogliono mantenere la propria famiglia. Moltissime sono donne che vengono in Italia a fare le badanti per mantenere i propri bambini, mentre magari nel proprio Paese sono laureate. Vengono perché non c’è lavoro nel loro paese, forse perché qualche altro Stato oggi benestante in passato ha fatto razzia di tutto ciò che ha trovato nella loro terra. Vengono qui proprio come noi giovani italiani, che ce ne andiamo all’estero perché non c’è lavoro per noi in Italia.

 

E qui smontiamo la terza considerazione: ‘ci rubano il lavoro a noi’. No, non ci rubano il lavoro a noi. Intanto, non esiste nessun ‘noi’ se non quello cumulativo umano. Poi, non si ‘ruba’ il lavoro. Lo si ottiene, e se si è clandestini, privi di qualifiche e documenti, lo si ottiene con grande impegno. Con impegno dieci volte superiore a quello di un cittadino italiano qualificato che non esita a farsi raccomandare. Se queste persone fossero regolarizzate, se fossero cittadini, porterebbero un enorme contributo economico allo Stato italiano.

Il nostro Paese è alla frutta, per come la penso io. Questo perché noi meravigliosi cittadini italiani siamo politicamente analfabeti, e abbiamo lasciato che il degrado si impadronisse dei nostri organi politici. Puttanieri, mafiosi e mentecatti di ogni genere guidano la Nazione verso il baratro, arroccandosi come avvoltoi a ‘difendere’ questo ameno luogo a metà tra fogna e bordello che ormai il giardino d’Europa è diventato dall’unica speranza che rimane mentre noi giovani schifati mettiamo da parte gli spiccioli per un biglietto aereo di sola andata: questi stranieri sognatori che ancora credono nell’Italia.

Voglio citare una poesia di Martin Niemöller:
Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano. 
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici. 
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi. 
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista. 
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno a protestare.

L’indifferenza è il peggiore dei crimini.

Foto del 24-10-14 alle 02.31

*illustrazione di Ursula Ferrara

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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