Calzini.

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Aveva un problema con i calzini. Un serissimo problema con i calzini, che gli si costantemente presentava ogni santa mattina, e che finiva per fargli fare tardi al lavoro. Aveva un problema con il trovare un paio di calzini perfettamente identici, la mattina, a sceglierne due identici tra i tanti simili che possedeva. Aveva un problema con i calzini, e sua moglie lo tradiva.

Questo, il fatto che sua moglie lo tradiva, gli creava tanto dolore, e spesso si interrogava sul da farsi in proposito. ma il da farsi era talmente complicato che non poteva evitare di perdersi semplicemente in elucubrazioni senza senso, giorno dopo giorno.  E pensava e pensava, rimandando così ad un tempo lontano, indefinito futuro nel quale avrebbe già avuto tutte le risposte, il momento di agire.

Lo sfiancava talmente il pensiero di sua moglie che lo tradiva che si trovava, sinceramente, al punto di lasciar perdere.

Era sul punto di lasciare perdere. Si svegliava ogni mattina con la testa piena di domande. Che non è una buona cosa. Quindi era sul punto di lasciare perdere. Era rimasto affascinato, incredibilmente, dal menefreghismo degli altri. Come facevano? Non lo sapeva. Lui non riusciva, non era mai riuscito. Eppure tutti se ne fregavano, e a loro non capitava nulla, lui invece che stava sempre a pensare ne aveva sempre una. E ora cominciava ad intuire che le due cose potevano essere connesse. L’aveva capita, lui, la situazione. Lei aveva un’altra persona. Cosa c’era da stare a pensare ancora? Un sacco di cose. Ecco. Mentre per gli altri si trattava di qualcosa di infinitamente semplice. Non nella prassi, è chiaro. Ma in teoria. Nelle decisioni da prendere a proposito, sul come affrontare la cosa, insomma. Doveva, se non altro, parlarle. Ma nemmeno questo riusciva a fare. Sotto la doccia si insaponava svogliatamente e pensava a questo, pensava di lasciar perdere. Parlare, cosa risolverebbe? D’altronde non parlarle non avrebbe risolto un bel nulla in ogni caso. A parte, certo, a parte il fatto che non avrebbe più dovuto star lì a pensare cosa dire.

Mica poco, pensava a cosa dire, se mai avesse deciso di parlare.

E cosa poteva poi, in fondo dire? Qualcosa come: “ok, io so tutto, tesoro, so tutto di te e lui, parliamone.” Questo avrebbe dovuto dire?

Questo e poi?

“parliamone” e poi?

Parlare di che?

Non c’era nulla di cui parlare.

C’era di che parlare eccome!

Santi numi!

Sceglieva calzini. Pescava dal cassetto dei calzini un calzino dopo l’altro, alla ricerca di una coppia. Finchè sua figlia era stata in casa i calzini glieli accoppiava lei, una volta alla settimana, sette coppie, e poi il lunedì, da capo. Ora sua figlia non abitava più con loro. E la mattina era un vero e proprio dramma, scegliere calzini. Sono le piccole cose che ti fanno capire che tutto è cambiato. Come i calzini. Infilava un calzino, quando pensava di aver trovato una coppia, e poi nel mettere l’altro si accorgeva che la lunghezza era differente. Possedeva moltissimi calzini, tutti scuri, tutti, più o meno, della stessa lunghezza. Tutti o blu scuro, grigio scuro, marrone scuro o neri.

Ma insomma! Come fa un calzino blu scuro quasi nero a distinguersi tanto da un calzino della stessa lunghezza nero? Come fanno due calzini dello stesso identico grigio scuro e della stessa lunghezza ad essere tessuti di una trama così differente da essere totalmente inaccostabili? Come fanno due calzini verde bottiglia a differire proprio di quei tre centimetri che ti impediscono di usarli insieme?

Eppure è così.

I calzini gli apparivano tutti uguali nel cassetto. Una matassa informe filamentosa di calzini di cotone, scuri budella secche. E poi quando li indossavi non ne trovavi due uguali. Quanto tempo perdeva al giorno a scegliere i calzini?

Sceglieva calzini, e con tre diversi calzini in mano sperava, sperava senza in realtà nessuna ragionevole speranza, sperava perciò disperatamente, ma comunque sperava perché non era un menefreghista, e quindi sperava di trovarne un quarto che somigliasse almeno vagamente ad uno dei tre che aveva già tirato fuori dal cassetto.

Ma sembravano sempre tutti diversi.

E allora, quando scopriva di essere in ritardo, in ritardo perché aveva passato un quarto d’ora buono a confrontare stupidi calzini tutti maledettamente simili fra di loro nella speranza di trovarne due uguali, allora si rendeva conto, più che mai, che sua figlia non era più in casa. E quando sua moglie entrava e lo trovava lì, umido e grassoccio, avvolto nell’accappatoio blu, con l’asciugamano giallo e ruvido sulla testa come un velo, con gli occhiali vagamente appannati, seduto sul letto circondato da una valanga di stronzissimi calzini tutti diversi, quando sua moglie entrava e lo trovava lì, che combatteva contro le cose che cambiano, disperato, nudo, nudo perché cominciava a vestirsi dai calzini, cominciava a vestirsi dal capo più difficile da scegliere, e sua moglie entrava la mattina, con i calzini ai piedi uguali, e lo trovava lì, lui alzava lo sguardo dai suoi calzini, e si chiedeva cosa dirle, si chiedeva come affrontare la cosa, se dirle: “ok, piantiamola con questa stronzata dei calzini, perché vai con un altro?”

E questo da quanto? La storia dei calzini andava avanti da una quantità di tempo imbarazzante. Da una vita. Aveva cinquantasette anni. E non riusciva a trovare due calzini uguali da quando aveva lasciato la casa dei suoi. Ma c’era stato un tempo in cui non gliene fregava molto. Aveva comprato un pacco di calzini tutti uguali, nel così detto mezzo del cammin di nostra vita, per risolvere il problema. Ma non appena si era arrischiato a farli passare per la lavatrice erano ritornati ad essere null’altro che un pacco di calzini tutti diversi. Con sua moglie le cose sarebbero andate nello stesso modo probabilmente, parlandole avrebbe avuto l’illusione di stare risolvendo il problema, poi le sue parole sarebbero passate per quella lavatrice che era il cervello di lei  (così credeva, che il cervello di lei fosse più simile ad una lavatrice, che ad altro, perché: che ne sapeva ormai, veramente,del  cervello di lei? E del funzionamento di una qualunque lavatrice? Appunto.) e di nuovo non avrebbe avuto altro tra le mani che una serie di pensieri scuri e tra loro indistinguibili.

Lasciare perdere? e come? Se avesse potuto dimenticare di sapere avrebbe lasciato perdere. anche lasciare perdere era, in verità molto difficile. Poteva guardarla la mattina, entrare in camera ben sveglia e bella (bella? Come poteva ormai capire se era bella o brutta? Lei sembrava solo lei, no? Sicuramente sveglia, ma bella? Se aveva un’amante doveva essere sicuramente, ovviamente, bella. A lui lei sembrava sua moglie e basta. Forse bella. Curata. Ma comunque la mattina sveglia. Terribilmente sveglia, rispetto a lui, e sicuramente con i calzini uguali.) entrare in camera, comunque sveglia, e piena di programmi per la giornata, e con i calzini uguali, perfettamente identici, e già (magari non bella ma) ben vestita, e pettinata, e truccata a volte, di mattina, alle otto di mattina, (ma come faceva?) poteva, in ogni caso, guardarla la mattina, e scordare quello che gli succedeva proprio sotto gli occhi, cioè che quella moglie bella (pare, si potrebbe dire, diciamolo per semplicità) e sveglia e con i calzini uguali che amorevolmente gli portava il caffè e gli tirava via dalla testa l’asciugamano giallo per rimetterlo al suo posto al bagno, e lo guardava dolcemente impazzire dietro a quegli sciocchi calzini senza chiedergli se voleva una mano, a scegliere i calzini, perché aveva forse paura di offenderlo, perché si trattava di un problema delicato e imbarazzante, quello dei calzini, per lui, e poteva guardarla, con la tazzina in mano, senza più in testa l’asciugamano, lui, umido, umido ma meno di prima, nell’accappatoio, distratto per un secondo dai calzini che lo circondavano, dal problema che gli stava facendo fare tardi come ogni mattina, guardarla e scordare che lei aveva un altro? Un’altra persona con cui faceva del sesso, forse l’amore, qualunque cosa questo voglia dire, magari senza protezioni, magari rischiando di rimanere incinta, magari rimanendo incinta e abortendo, (ma poteva ancora rimanere incinta sua moglie? Non sapeva più nemmeno questo.) abortendo una cosa molle e aliena che sarebbe cresciuta, se lei non avesse abortito, cresciuta nella pancia e fuori e che sarebbe diventata qualcuno, qualcuno come sua figlia, che sceglieva per lui, una volta alla settimana quei cazzo di calzini al posto suo.

Il menefreghismo degli altri era un mistero affascinante e pazzesco per lui. Gli altri non stavano poi così tanto a pensare, si diceva, aveva addirittura visto, al lavoro, dove faceva sempre tardi, perché perdeva sempre tempo a scegliere i calzini, aveva visto lì al lavoro, colleghi con i calzini diversi, a volte. ma nessuno sembrava farci caso a parte lui. Ma se fosse arrivato al lavoro con i calzini diversi non avrebbe potuto far a meno di avere tutto il giorno paura di essere scoperto. Ma era così importante? Gli altri se ne fregavano. Sua moglie compresa. Sua moglie compresa se ne fregava, e non aveva avuto in fondo così paura di farsi scoprire se lui l’aveva scoperta. O forse sua moglie aveva avuto paura di essere scoperta anche lei ma poi se ne era fregata della paura di essere scoperta, cosa inimmaginabile per lui, che non solo non poteva fregarsene di indossare calzini diversi, ma tanto più gli appariva inconcepibile l’idea di fregarsene di avere paura di essere scoperto ad indossare calzini diversi al lavoro anche se, per lo meno, sarebbe arrivato in orario almeno una volta, e non avrebbe subito la sottile umiliazione di farsi trovare da sua moglie già vestita di tutto punto e sveglia e premurosa ancora nudo e senza calzini.

I colleghi di lavoro se ne fregavano di molte cose, lui lo sapeva, e spesso non lo capivano affatto. Lui si preoccupava troppo, pensava troppo, aveva troppa paura di troppe cose senza senso secondo loro. Sapeva che la miglior cosa da fare sarebbe stata parlare con la moglie a proposito di quella storia, quella storia, lei che faceva sesso con qualcun altro, magari senza protezioni, magari con il rischio di rimanere incinta, magari, se sua moglie ancora correva il rischio di rimanere incinta, correndo il rischio di rimanere incinta, magari appositamente, e magari rimanendoci, incinta, e poi forse abortendo. Avrebbe dovuto parlare con sua moglie di quella storia, ma non poteva e non riusciva. Sua moglie cosa avrebbe detto? Si sarebbe chiusa a riccio e avrebbe negato. Avrebbe magari chiesto come lui poteva aver pensato una cosa del genere dal momento che (avrebbe detto, perché avrebbe negato) non era vera. Avrebbe chiesto chi l’aveva calunniata. Già, e lui cosa avrebbe risposto?  Avrebbe detto che negare era inutile, che no si trattava del come ma del cosa. Ma avrebbe potuto dire una cosa del genere, una cosa come: “non si tratta del come ma del cosa, mia cara” avrebbe potuto dire questo umido grasso nudo e sconfitto da un branco di calzini impazziti con un asciugamano in testa come tutte le mattine?

Ma andiamo! Sarebbe stato ridicolo!

No.

Non si poteva proprio fare!

Non gli mancava certo il coraggio, di mattina, gli mancava la disposizione d’animo. Gli mancava, di mattina, la disposizione d’animo persino per scegliere una coppia ben assortita di calzini, figuriamoci se avrebbe potuto ergesi dritto e fiero e dire: “cara mia, cara mia.. non il come ma il cosa..” no, assolutamente no. Si sfila un calzino, irrimediabilmente diverso dal primo che ha infilato, e ne pesca un altro dal mucchio che ha sistemato alla sua destra, mentre lascia cadere il calzino appena sfilato alla sua sinistra, sulla pila dei calzini scartati.

Un altro, magari uno dei suoi colleghi, oppure uno dei suoi amici dell’Aikido non avrebbe avuto nessun problema a fare quel discorso, in qualsiasi momento della giornata, senza stare a pensare ad asciugamani e calzini. Ma questo per la sola ragione che i suoi colleghi, e i suoi compagni dell’aikido non pensavano comunque, in ogni caso, ai calzini. Indipendentemente dai tradimenti delle mogli i suoi colleghi e i suoi compagni dell’aikido non perdevano tempo a pensare ai calzini. Lui non si era mai azzardato a far notare a quel tale o tal’altro, le poche volte che gli era capitato di vedere questo tale, o tal’altro, che portava calzini diversi. Probabilmente perché voleva evitare al tale di sentirsi profondamente in imbarazzo per il resto della giornata. Ma questo purtroppo lo costringeva a pensare a tutte le volte, da quando sua figlia se ne era andata di casa, in cui era andato in ufficio, senza saperlo, con i calzini diversi. Si trovava davanti al cassetto dei calzini la mattina e pensava che non poteva assolutamente in alcun caso essere così difficile fregarsene dei calzini che indossava, ma poi gli veniva alla mente la possibilità che tutti notassero i suoi sciocchi calzini diversi, e che nessuno gli dicesse nulla, per evitargli l’imbarazzo, ma che avrebbe comunque subito il giudizio di tutti, senza potersi difendere, perché nessuno gli avrebbe detto nulla. Se almeno gli avessero detto qualcosa lui avrebbe potuto mettere su un’espressione d’indifferenza, dire:”ah! Capirai, che vuoi che me ne importi dei calzini? Sono una persona troppo colta, intelligente, soddisfatta di me e del mio lavoro, troppo amata, rispettata, piena di interessi e hobby, e troppo premiata dalla mia vita affettiva e matrimoniale, esageratamente fortunata, meravigliosamente considerata da chi mi sta intorno, da chiunque mi sta intorno che è, in ogni caso, costretto -nel rispetto (ovviamente perché sono una persona anche attenta e sensibile e dolcemente accudente) della sua volontà- ad essere preda del mio irresistibile fascino e della mia simpatia per preoccuparmi veramente dei calzini che indosso, quindi che buffa cosa, aver indossato calzini diversi, non è niente più che buffo, che una persona come me attenta, curata, sana, profondamente sana, e piena di prospettive nonostante l’età, e sempre vestita con gusto, che cosa buffa che ad uno come me sia capitata una cosa così dolce, e irresistibilmente umana, e tenera, come aver confuso i calzini, e averne indossati due diversi tra loro, e ora sentirselo dire proprio dai suoi colleghi, che gli sono così affezionati, e sì, devoti, in un certo senso, e che così amorevolmente, per evitargli la sciocca e insensata vergogna di scoprire solo a casa di aver indossato i calzini diversi, mi hanno fatto notare questa buffa dolce e umana cosa”, avrebbe risposto questo, se almeno qualcuno gli avesse detto qualcosa, ma nessuno gli avrebbe detto nulla, proprio per –che controsenso e paradosso- non ferire la sua sensibilità e,  ma che fare, altrimenti? Andare in giro con un cartello sulla schiena con su scritto: “vi prego di informarmi per il mio bene se indosso calzini diversi?”

No. Proprio no.

Oltretutto, la strategia che prevedeva d’adottare, in caso, la strategia dell’indifferenza, sarebbe andata automaticamente a puttane.

Quindi ha sfilato dal vecchio piede peloso il calzino che ha appena provato che è, Cristo, accidenti, appena più scuro di quello che ha indossato per primo mettendolo sulla pila di calzini scartati a sinistra e prende un nuovo calzino da provare sulla pila di destra.

E sarebbe stata questa la disposizione d’animo con cui avrebbe dovuto affrontare l’argomento spinosissimo che avrebbe dovuto comunque affrontare, prima o poi, con la moglie? Mai, in quelle condizioni, sconfitto da una pila di calzini tutti sbagliati a destra e una pila di calzini tutti sbagliati a sinistra, mai avrebbe potuto dire cose come:”no, cara mia, non come ma cosa, non come l’ho saputo, ma cosa ho saputo.”

Mai. Quella, quella disposizione d’animo di sconfitta, totale sconfitta, molto molto obbligata sconfitta era più adatta ad un discorso opposto, quello cioè del: “ok, credo che dovremmo farla finita, io e te.” Questo avrebbe dovuto dire allora, la mattina? Sua moglie sarebbe entrata in camera, come tutte le mattine ben vestita ed anche truccata e gli avrebbe tirato via dalla testa l’asciugamano giallo e lui avrebbe dovuto dire: “è finita, cara”. Cara? Dire cara? Avrebbe dovuto dire cara?

Sua moglie gli era infinitamente cara, quindi probabilmente sì, nell’ammettere la sconfitta, di mattina, perfettamente in linea con la sua disposizione d’animo, avrebbe dovuto parlare il più sinceramente possibile e chiamarla cara, mia cara, dirle, perché a lui sua moglie era infinitamente cara, anche la mattina, quando lei entrava, pronta, e allegra, e truccata, e lo umiliava vagamente a lui, che ancora non era, maledizione, riuscito a scegliere i calzini per la giornata, e gli tirava via dalla testa l’asciugamano, e gli porgeva il caffè, e lui la sentiva così cara allora, così infinitamente cara che desiderava, appunto, poterla solo guardare in viso e vedere sua moglie, la moglie a lui tanto cara che lo stava vagamente ma amorevolmente umiliando nell’entrare così terribilmente pronta in camera quando lui era ancora nudo e sconfitto.

Per questo no, non poteva assolutamente lasciare perdere. indiscutibilmente non poteva semplicemente lasciar perdere. perché, da quando aveva saputo del tradimento, la mattina quando la moglie entrava in camera con il caffè non gli era poi così cara, non era poi così sua moglie, era una donna estranea, della quale non sapeva l’età, della quale il funzionamento del cervello gli ricordava quello di una lavatrice, e che gli sfilava dalla testa l’asciugamano giallo umiliandolo un pochino, ma non tanto, solamente un pochino, e che allora lui guardava sconfitto da una massa scura di pazzi calzini, e chiedeva a sé stesso ma posso veramente lasciare perdere? posso continuare a guardarla, la mattina, e scordare quello che sta accadendo intorno a me, accanto a me, in me?

Assolutamente non poteva scordare quello che stava accadendo. E così, profondamente sconfitto, terribilmente sconfitto, con la tazza di caffè in mano tornava ai suoi calzini e meditava, sul fatto che lasciar perdere era impossibile, e sul fatto che allora doveva semplicemente sfruttare la sua disposizione d’animo di sconfitta, terribile sconfitta e dire a lei, a lei che gli era tanto cara, dirle: “bene, basta, è finita.” Senza chiedere, senza parlare. Solo ammettere, ammettere di sapere, e tentare il tutto per tutto, perché a quel punto se lei avesse detto sì, se lei, la sua cara, cara moglie avesse detto sì, è vero, è finita, ecco, a quel punto sarebbe finita sul serio, e forse per sempre e ma.. che altro modo aveva senza parlare e quindi evitandosi di decidere cosa dire, di affrontare la cosa se non ammettere, ammettere di sapere e pregarla così di rispondergli, semplicemente, dicendogle che quello che lei voleva fare, scordando, lei, la sua cara moglie, scordando per un attimo quello che aveva fatto, quindi, non chiederle di parlare analizzare, ricordare, ma solo di dimenticare per una attimo lì con lui, nudo e già sconfitto, già pronto ad adattarsi ad ogni decisione di lei, scordando (lei) quello che aveva già (sempre lei), purtroppo e irrimediabilmente fatto dicendole che quel che lei voleva fare era quel che lui voleva fare, chiederle solo di decidere cosa invece voleva, ora, con lui, e per lui, che comunque non si sarebbe opposto in ogni caso –in quanto già sconfitto- fare.

E si fosse pentita, se avesse  provato rimorso, se avesse pianto, se si fosse di colpo resa conto che quel che davvero in quel momento, con lui, da lui e per lei stessa, e allo stesso tempo con lui, se si fosse resa conto che quel che davvero desiderava non era altro che continuare, dimenticare lei per prima il tradimento, e se gli avesse chiesto di dimenticare tutto, allora non sarebbe finito un bel nulla, allora ogni cosa sarebbe andata avanti, se lui avesse deciso, nella sua disposizione d’animo sconfitta di dirle solamente cara, ogni cosa è finita, tra noi, piantiamola, se lui avesse detto questo senza provare a parlare, senza dirle io so tutto ergendosi in un modo che in quella disposizione d’animo mattutina gli sarebbe riuscito impossibile, allora forse, se lui avesse ammesso che sì, poteva significare, se lei, la sua cara moglie sceglieva questo, poteva significare che la loro storia era veramente finita, allora ogni momento insieme si sarebbe disintegrato, nei suoi ricordi. Se lei lo voleva.

Allora forse lui avrebbe dovuto davvero, come forse avrebbero fatto quei suoi colleghi dotati di quel misterioso affascinante menefreghismo che lui tanto invidiava, dire semplicemente questo, seguendo senza pensare la sua disposizione d’animo mattutina di profonda sconfitta.

Almeno sarebbe stata una scelta. Una soluzione. Un’evoluzione. Un qualche cosa. Una cosa qualsiasi!

I suoi colleghi e i suoi compagni dell’aikido. Forse avrebbe dovuto fare proprio e semplicemente questo invece di chiedersi tutte le mattine sotto la doccia, prima di impelagarsi nella scelta umiliante e vergognosamente impossibile dei calzini, se fosse sensato  parlare, parlarle, alla sua cara moglie, parlare e affrontare la questione direttamente, senza starci tanto a pensare, parlarle e affrontare la questione direttamente e attivamente, non da uomo sconfitto, come si trovava ad essere poi, sempre la mattina, ma poi, dopo la doccia, nel suo accappatoio, sul letto, seduto, profondamente incastrato nella scelta dei calzini.

Sfilando un calzino e pescandone un altro da infilare riflette su questo mestamente, tristemente, nella sua disposizione d’animo di sconfitta, e pensa al fatto che, che si decida di far questo o far quello non può, più, assolutamente, continuare a rimandare il momento in cui agire, aspettando di avere già pronto cosa dire, perché era impossibile pensare veramente di lasciare perdere, non era possibile lasciare perdere, e non era possibile continuare a rimandare, e continuava nonostante fosse una situazione pessima e triste, e mesta, a rimandare, ed erano passati ormai già tre anni da quando aveva scoperto che la sua cara moglie, la moglie dolcissima, che la mattina entrava tutta pronta nella camera, dopo essere stata al bar a fare colazione, entrava nella camera e gli porgeva il caffè, e gli tirava via l’asciugamano giallo dalla testa, e a volte, solo a volte, solo qualche volta, quando la moglie superava la paura di imbarazzarlo, sedeva accanto a lui, la cara moglie, e pescava due calzini, a caso, dalla pila di destra, e li guardava attentamente per qualche secondo, sotto la luce, sotto il fascio di luce della lampada che tenevano sul comodino del marito e poi sorrideva e ne rimetteva uno sulla pila di sinistra e porgendogli l’altro diceva:”ecco tieni, questo è uguale a quello che hai addosso” e lui, allora, non sentiva più umiliazione, ma solo una piccola, calda gratitudine, e prendeva il calzino dalle sue mani, dalle mani della cara moglie, quelle volte in cui lei tornata dal bar sedeva accanto a lui e superava la paura di imbarazzarlo, erano passati già tre anni da quando aveva scoperto che questa moglie a cui era grato, che aveva il cervello che funzionava come una lavatrice, lo tradiva. Poteva continuare a rimandare?

No.

Non poteva continuare a rimandare aspettando che giungesse finalmente il giorno in cui avrebbe avuto tutte le risposte, anche perché aveva già aspettato tanto, e se in tre anni quel giorno ancora non era arrivato era lecito allora pensare che quel giorno non sarebbe arrivato mai. E se avesse parlato alla moglie, parlato, cercato di capire le sue ragioni, cercato di capire le ragioni di quella relazione extraconiugale, che a lui faceva tanto male al cuore, se avesse parlato con la moglie e cercato di capire se per caso lei non fosse rimasta davvero incinta, se poi avesse abortito, e cercato di capire se lei potesse ancora rimanere incinta, o cercato di capire, parlandole, se per caso quella relazione extraconiugale non fosse dovuta al fatto che loro due, insieme, facevano sesso veramente poco spesso, o che fosse forse dovuta al fatto che loro due insieme facevano, in realtà solamente l’amore, qualunque cosa questo voglia dire,  e magari se avesse parlato con la moglie e cercato di capire se per caso lei non avesse sentito un lieve cambiamento nell’amore, profondo, in realtà, perché la moglie gli era così cara, nell’amore che sentiva di ricevere dal marito quando,(perché magari l’aveva sentito ecco, anche se secondo lui nulla nel loro rapporto era cambiato quando) cinque anni prima lui aveva intrapreso una relazione extraconiugale con una ragazza dell’ufficio(cosa che no non aveva però ovviamente intenzione di dire mai e poi mai alla moglie), all’insaputa dei colleghi di lavoro, e senza neanche dirlo agli amici dell’aikido, perché se lui avesse scoperto per caso, parlando con la moglie e cercando sinceramente di capirla che lei aveva sentito un lieve cambiamento, cinque anni prima, nell’amore che lui provava per lei, allora lui si sarebbe giustificato spiegandole che quando la figlia se n’era andata di casa, giusto cinque anni prima, lui era stato davvero male per questo e che il lieve cambiamento che la moglie poteva aver sentito nell’amore che il marito provava per lei poteva essere dovuto a quel periodo di malessere assolutamente normale, in una situazione come quella, e che era allora assolutamente inutile che lei supplisse a quella mancanza con una relazione extraconiugale –relazione che sarebbe finalmente venuta alla luce- perché l’amore di lui per lei non era in nessun modo e neanche lievemente cambiato, e lei gli era, a lui, sempre carissima, terribilmente cara, e lui, ancora, come sempre, e da sempre, quando la sentiva tornare a casa, la mattina, dal bar dove aveva fatto colazione e quando la vedeva entrare in camera e si sentiva tirare via dalla testa l’asciugamano e quando lei gli porgeva il caffè, a lui, con gli occhiali appannati umido grasso e sconfitto da una bracciata abnorme di calzini diversi, e quando magari gli si sedeva accanto, ed esaminava alla luce due calzini pescati a caso, trovando quello giusto, lui, vagamente e dolcemente umiliato, l’amava. Ancora, come sempre da sempre.

E allora, se le avesse parlato, cercando sinceramente di capirla, e se la relazione extraconiugale della moglie fosse venuta alla luce, e se con la relazione di lei i problemi di lui per l’assenza della figlia, e se i motivi si fossero spiegati e la frattura sanata.. non sarebbe stato infinitamente felice lui?

Immensamente sì.

Felice.

Ma non poteva risolversi a parlarle poiché nutriva ancora il dubbio orribile che lei invece di negare, e costringerlo a recitare la parte fiera dell’uomo che si erge dicendo “cara mia non il come ma il cosa” in netta contrapposizione con la disposizione d’animo di sconfitta di cui la mattina faceva esperienza, invece di negare, e solo poi sciogliersi in lacrime e abbracciarlo e dirgli che tutto era nato per via di quella strana insensata idea di un lieve cambiamento nell’amore che lui le dedicava, lei avrebbe invece confessato, e avrebbe deciso che ogni cosa tra loro era finita. E non era allora meglio evitare di parlarle, evitare di chiederle ragioni e opinioni, evitare di chiederle di ricordare il perché, e solamente, invece chiederle, senza parlare, di scegliere, ora, la mattina, di fronte a lui già sconfitto di scegliere cosa fare, davvero, sinceramente, del loro matrimonio?

Si sfilava un calzino dopo l’altro aspettando che la moglie tornasse dal bar, dopo essersi fatto la doccia, e riflettendo cu come affrontare la situazione molto triste nella quale si trovava chiedendosi come mai avrebbero fatto al posto suo i colleghi del lavoro o gli amici dell’aikido, e cosa mai avrebbe dovuto dire, a prescindere dalle opinioni di menefreghisti che non avevano neanche la sensibilità di dirgli, se capitava, che aveva indossato calzini diversi negandogli la possibilità di spiegarsi cazzo, di dire che a lui poteva anche non interessare che calzini aveva addosso dal momento che aveva ben altro a cui pensare, per esempio al fatto che erano ormai tre anni che sapeva della relazione extraconiugale della moglie e che non sapeva come affrontare con lei l’argomento.

Sfilato quest’ultimo particolare calzino, sente improvvisamente in sé, rigirandoselo tra le mani, e impilandolo alla sua sinistra, sugli altri calzini scartati, sente in sé qualcosa di diverso dal solito, a riguardo di quella situazione che proprio non riesce ad affrontare da ormai tre anni con la moglie  che lo tradisce ed ha una relazione extraconiugale e tutto il resto come per esempio il fatto di essere circondato da menefreghisti senza sensibilità, o per il fatto che la ragazza con cui lui ha una relazione extraconiugale da ormai cinque anni l’ha in fondo stufato perché, tanto per dirne una, fa l’amore (qualunque cosa questo voglia dire) sempre nello stesso modo, oppure che sua figlia l’ha mollato a casa con al sua cara moglie, che lui adora, ovviamente, e per la quale i suoi sentimenti non sono mai cambiati, nemmeno lievemente, ma che non gli appaia i calzini per la settimana tutti i lunedì mattina, e lui per questo è disperato, e sempre più sconfitto da questo sciocco problema che vorrebbe essere più Cristo santo menefreghista anche lui, e andare a gridare in giro che dei calzini uguali o spaiati gliene frega poco o nulla anche a lui, ma che tutto questo grande dramma dei calzini nasce solo dal fatto che non vuole mettere in condizione i suoi colleghi del lavoro misteriosamente menefreghisti d’imbarazzo, in condizione di ambivalenza, in conflitto di interessi, per non rischiare che i suoi colleghi o gli amici dell’aikido debbano domandare a sé stessi se comunicare o no a lui che quella mattina ha i calzini diversi e che ha sbagliato, va bene così? ha sbagliato perché anche lui sbaglia, va bene così?

E nel pensare, nel sentire tutto questo si rende conto di essere in primo luogo stanco, soprattutto stanco della triste situazione in cui si è andato a cacciare il suo matrimonio, proprio il matrimonio che dovrebbe essere casa di mille piccole cortesie, come appunto tirare via l’asciugamano giallo dalla testa al proprio marito e simili, ed è talmente stanco che invece di poter godere delle mille cortesie che la sua cara moglie gli riserva, perché l’atteggiamento della moglie nei confronti del marito non è mai neanche lievemente cambiato, invece di godere delle mille cortesie della moglie deve essere costretto da tutti quei suoi pensieri a interrogarsi su cosa dire e cosa fare e quando dirlo o farlo continuando a rimandare il momento in cui gli sembrerà finalmente giusto affrontare la questione perché saprà finalmente senza dubbio cosa dire o fare, talmente stanco, di pensare e fingere che nulla stia accadendo, rimanere sospeso tra il senso di non conoscerla e quello invece di riconoscerla, giorno dopo giorno, come la sua dolcissima, cara moglie, talmente stanco della situazione che quando la moglie entra in casa, e poi un attimo dopo è nella stanza, vestita, e truccata, e con i calzini uguali, e pronta e chiaramente sveglia, quando la moglie entra in camera lui è –indipendentemente dalla sua disposizione d’animo di sconfitta irrecuperabile- risolutamente deciso a prendere la situazione di petto e affrontare là, su due piedi, come viene viene, seduto tra due pile di calzini, grasso e umido e con un asciugamano giallo sulla testa come un velo, affrontare la situazione e dirle semplicemente quello che prova per lei, e quel che prova a riguardo di quello che sta succedendo.

Ed è ora che la guarda, e mentre lei gli tira via dalla testa l’asciugamano lui dice a sé stesso che sì, è bella. È senz’altro bella, lei, che oltre curata e pronta, e sveglia, ora è terribilmente bella, più che mai, lei, bellissima gli porge il caffè e siede accanto a lui, e prima che lui possa parlare prende dal mucchio di destra due calzini a caso, e li osserva alla luce molto attentamente pensando tra sé a quanto dolcemente inetto sia quel granchio gigante del suo umido grasso marito addormentato, e poi sceglie tra i due calzini quello giusto, e lo porge al marito e dice, e sorride e dice: “tieni, è questo quello che fa coppia con quello che hai addosso” e lui prende tra le dita delicatamente il calzino nero che lei gli porge e la guarda e sente la dolce calda piccola gratitudine che tanto raramente si ha il beneficio e la fortuna di provare nella vita e non pensa più a nulla.

E si baciano.

Chiara Silvani

chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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