Breve saggio filosofico – La felicità

La felicità cosa crea?

Un uomo che ha dedicato la vita al lavoro, una ragazzina che insegue l’amore, un prete che cerca Dio, un cliente che paga una prostituta, un drogato che smania per la dose.

Cos’hanno in comune queste persone? Stanno cercando la stessa cosa.

La felicità. L’uomo la insegue in svariati modi, pensa di ottenerla con qualcos’altro: la soddisfazione d’aver compiuto il proprio dovere, l’affetto, il perdono, l’orgasmo, qualche sballata connessione chimica.

Ma non la si ottiene mai davvero. La si percepisce per pochi istanti, poi la si perde, ci si mette di nuovo al suo inseguimento.

Questo è perché, come dice il proverbio, si è felici solo da morti, o, riformulando, l’unica condizione della felicità duratura è la condizione di morte.

Dialetticamente presupponiamo qui che la morte sia una condizione di non-essere. Partiamo cioè da un’ipotesi in cui l’anima, se esiste, è connaturata al corpo e con esso muore. Si intende dunque con morte la fine di tutto l’universo soggettivo, la fine dei sensi, la fine della vita.

E dunque perché affermare che con la morte sopraggiunge la felicità? Ovviamente è un’affermazione provocatoria e assurda, è naturale che con la morte non sopraggiunge un bel niente eccetto la morte stessa.

È un modo per dire che la felicità, in vita, non ha tempo di creare niente.

È da presupporre che in questo saggio si intende con felicità la pura gioia, la gioia e basta. Non la serenità né la tranquillità né il piacere, ma la gioia soltanto.

La felicità può misurarsi solo in istanti infinitesimali dispersi in un lungo ma finito trantran di brama e sofferenza.

Ciò per due motivi in particolare:

1 L’essere vivente esiste poiché desidera e teme.

2 Là dove non c’è conflitto non c’è vita.

Analizziamo queste due affermazioni. L’essere vivente è mosso biologicamente da due pulsioni fondamentali: appetito e paura, mangiare (ovvero predare) e non essere mangiato (sfuggire al predatore). Leopardi, scrittore-filosofo, scriveva, che è un po’ la stessa cosa, che il piacere umano consiste in due soli momenti, l’attesa della felicità e la cessazione del dolore. Trovo che questi due momenti coincidano perfettamente con il predare e lo sfuggire al predatore, concetti che si possono declinare in qualunque accezione se li rapportiamo alle numerose attività della vita umana. È per questo che si giunge al secondo punto fondamentale: se smettiamo di predare, cioè smettiamo di desiderare (e dunque di essere in una condizione di mancanza) o smettiamo di sfuggire al predatore, cioè smettiamo di lottare o nasconderci (e dunque smettiamo di avere paura) la naturale conseguenza è la morte.

Ciò spiega bene come nella vita umana la felicità non possa creare niente. Essa ci appare come un attimo, un istante, una goccia, una piccola luce che ci abbaglia tra un deserto di oscurità e un altro deserto di oscurità.

La sua funzione è quella di essere una meta, un traguardo da inseguire. Quando la si raggiunge, deve scomparirci immediatamente tra le mani, cosicché possiamo inseguirla di nuovo. Se non scomparisse, se si raggiungesse la felicità totale e duratura, rimarremmo inerti e insensibili alla vita e ne conseguirebbe inevitabilmente la morte.

Non tutti naturalmente la pensano così, molti filosofi o psicologi si sono dedicati al concetto della felicità, ma se analizziamo in maniera logica il loro operato ci rendiamo conto che le loro tesi o le loro tesi se confrontate con le loro vite portano inevitabilmente a riaffermare quanto sopra enunciato.

Affrontiamo il primo mostro sacro della felicità, ovvero Epicuro. Il sistema di Epicuro è perfetto e incontrovertibile, ma egli non mira alla felicità per come oggi viene intesa. Distingue infatti tra il piacere stabile o catastematico (il non soffrire, il non agitarsi) e il piacere in movimento o cinetico (la gioia come oggi la definiamo, include anche il piacere dei sensi). Epicuro persegue il piacere stabile, o felicità duratura, che altro non è che uno stato di serenità o meglio di atarassia: liberandosi dalle passioni l’uomo giunge a tale ‘felicità duratura’ che altro non è che tranquillità.

Ma, se allenando la mente alla filosofia e alla moderatezza la si può rendere stabilmente quieta, non si può mirare a un piacere cinetico stabile, non solo perché è un ossimoro ma, lo dice Epicuro stesso, perché “il piacere cessa proprio quando diletta di più.” (Un bel gioco dura poco, verrebbe da parafrasare.)

Già Epicuro stesso dunque ci dà ragione sul fatto che non si può prendere la gioia: essa svanisce nel momento del suo apice.

Ancor prima di Epicuro già Siddharta era giunto a una simile conclusione: i piaceri sensuali procurano una felicità transitoria. Aggiungeva a questo che l’ascetismo era ugualmente insoddisfacente e proponeva la ruota del Dharma, ovvero un ottuplice sentiero di rettitudine, seguendo il quale, all’interno di una concezione in cui dopo la morte si rinasce, si pone fino ai cicli vitali negativi per raggiungere il nirvana, ovvero il fine ultimo in cui ci si libera dal dolore.

Poiché partiamo qui da una diversa ipotesi, ovvero che la morte coincida con la fine della vita, e vogliamo occuparci della felicità in vita, metteremo da parte qualunque ragionamento teorico sul nirvana. Ciò che è certo è che anche per il Buddha la felicità coincide con un termine, nirvana, che significa “non attaccamento, non essere,” o letteralmente “spegnere con un soffio”.

Jalal Ad-din Muhammad Rumi, molti secoli più tardi, proporrà una visione in cui l’universo è un flusso di vita in cui Dio è costantemente presente, tutto ciò che muore rinasce in un’altra forma, una rinascita configurata però non come ciclica, ma come una progressiva spirale per giungere all’eternità. Non c’è perciò motivo di dolersi di niente.

Per quanto affascinanti siano le idee di Rumi, specialmente quelle che collegano la crescita spirituale alle emozioni, alla poesia e alla danza più che a un processo analitico-razionale, anch’egli parte da una concezione di morte come rinascita e dunque la sua filosofia non si può applicare al nostro ragionamento.

Si arriva poi a Erasmo da Rotterdam, che fa coincidere la follia (da lui intesa perlopiù come ignoranza) con la felicità, laddove la conoscenza rende la vita difficile. Beati i poveri di spirito, dunque, perché di essi è il regno dei cieli. Erasmo si scaglia contro gli intellettualismi teologici sostenendo il ritorno a una fede semplice e pura, all’ingenuità e all’umiltà, chiavi per una vita felice.

Riteniamo che anche in questo caso la felicità di cui parla Erasmo sia serenità: la serenità dell’uomo che si fa più vicino alla bestia (o come dirà Kierkegaard, al giglio nel campo e all’uccello nel cielo), che perde i suoi connotati più umani, la paura e il desiderio, il conflitto, il ragionamento, che accoglie ciò che Dio gli ha riservato senza farsi domande.

L’uomo è più felice mentre fa all’amore o mangia, o mentre si pone domande di filosofia? Certamente mentre fa all’amore e mentre mangia. Ma è più uomo mentre si accoppia o si nutre come qualunque animale o mentre indaga il senso dell’esistenza?

La massima felicità è raggiunta quando un uomo vuole essere ciò che è.” Scrive Erasmo. Ma l’uomo esiste poiché desidera, cerca, teme. La sofferenza della ricerca perenne di un senso o di una vita migliore è ciò che ci rende umani. Anche il più povero di spirito dei poveri di spirito la prova almeno una volta nella vita.

La fede semplice e pura e l’ignoranza non sono che palliativi.

Lo dimostrerà Kierkegaard nell’Ottocento, non tanto con la sua filosofia, ma con la sua persona. Kierkegaard era un ossimoro vivente. Dopo aver postulato che l’angoscia è la vertigine della libertà, che la scelta (enten eller) ci divide tra esseri etici ed estetici, ragiona sulla felicità nel suo scritto “Il giglio nel campo e l’uccello nel cielo”. Ciò che scrive è che massimamente lontano dalla gioia e da Dio è il poeta: si deve infatti essere come il giglio e l’uccello, umili, gioiosi, obbedienti alla volontà di Dio. Il poeta invece è triste, canta le sue mancanze e si perde nei suoi pensieri e interrogativi: si allontana perciò dalla gioia e da Dio. Tutto ciò lo scrive proprio Kierkegaard, che si definisce “poeta cristiano” (ecco l’ossimoro). Ciò dimostra che non importa quanto si voglia essere gigli e uccelli, non lo siamo: siamo umani e come tali soffriamo, temiamo e desideriamo.

Ad accettare effettivamente la sofferenza come parte integrante della vita (non del ciclo di rinascite immaginato dal Buddha, ma di questa vita) sarà Miguel De Unamuno. Egli comprende che il dolore è parte essenziale dell’esistenza ed è ciò che ci rende uomini, che ci rende capaci di amare il prossimo, poiché sappiamo che anch’egli come noi soffre. La felicità dunque esclude l’amore e perciò è alienante.

Nietzsche scriverà la frase davvero illuminante: “La gioia vuole sé stessa, la ripetizione delle stesse cose.” La gioia, sarebbe a dire, per sussistere dovrebbe presupporre che tutto rimanga com’è.

Ma questa non è la nostra realtà. Ecco perché la gioia dura un istante. Perché la gioia è l’appagamento, il raggiungimento di un equilibrio che è destinato a spezzarsi per crearne un altro. Se tutto rimanesse com’è non ci sarebbe conflitto e dunque non ci sarebbe vita.

E Roland Barthes dirà quanto di più bello, in “Frammenti di un discorso amoroso”, sotto “APPAGAMENTO”: “nel caso della felicità, sarebbe una colpa sciuparne l’espressione: l’io parla solo quando è ferito.”

Con tale citazione voglio concludere questa incursione nella storia filosofica del concetto di felicità. Perché Barthes si accorge di una cosa eccezionale che risponde perfettamente alla domanda “La felicità cosa crea?”. Si accorge che la felicità non crea niente. Il dolore e la sofferenza sono le condizioni per la creazione, l’uomo felice non crea niente, in quel momento è abbagliato dalla gioia e solo la gioia vuole (o, si potrebbe ripetere Nietzsche, la gioia vuole che tutto resti com’è)!

Prosegue Barthes: “…quando mi sento appagato o mi ricordo di esserlo stato, il linguaggio ci appare angusto: io sono trasportato fuori del linguaggio, cioè fuori dal mediocre, del generico.”

Il linguaggio, come si legge più avanti, scaturisce dall’”ASSENZA”: “Io so allora cos’è il presente, questo tempo difficile: un pezzo di angoscia pura. (…) Il linguaggio nasce dall’assenza. Ha luogo la creazione d’una finzione.”

Il motore del linguaggio, e dunque del pensiero, della comunicazione, della filosofia, dell’arte è l’assenza, la mancanza, il desiderio, l’angoscia, in sintesi: l’infelicità.

Goethe lo ha espresso molto bene nelle parole del giovane Werther: “Sono cosí felice, mio caro, cosí perduto nel senso di questa serena esistenza che la mia arte ne soffre. Ora non saprei disegnare nemmeno una linea, eppure non sono mai stato un pittore cosí grande come in questi momenti.”

Oggi, nella nostra epoca, si sprecano libri di filosofia, psicologia e parapsicologia che pretendono di rivelare la via della felicità. Non ne citerò i titoli perché sono moltissimi e sono pressappoco tutti simili. I consigli contemporanei sono di due tipi: pratici (liberati degli oggetti inutili, mangia sano, non bere, non fumare, fai sport, fai cose nuove, viaggia, etc) e spirituali (tre i concetti base: non abbiamo bisogno di niente eccetto cibo, acqua e calore, perciò si deve abbandonare il materialismo e godere delle piccole cose; è necessario esercitare il sentimento della gratitudine, ognuno è artefice delle proprie emozioni e quindi per essere felici basta decidere di essere felici).

Non ho intenzione di confutare la preziosità di questi consigli: ma quelli pratici più che alla felicità intesa come gioia conducono al benessere, e quelli spirituali non tengono conto dello spirito dell’uomo. Si può imparare ad accontentarsi di poco, si può sforzarci di esser grati di ciò che abbiamo, si può fortissimamente volere di essere felici: ma siamo umani. E la razza umana è piena di passione. Dal greco πάθος, sofferenza.

Possiamo liberarci dei desideri materiali: ma desidereremo l’amore, la libertà, la giustizia. Possiamo essere grati di ciò che abbiamo, possiamo cercare di essere felici, ma non saremo mai felici a lungo perché questo ci definisce come esseri umani. Esseri umani vivi. Perché sono la mancanza e l’angoscia, il desiderio e la paura, che ci rendono in grado di creare: creare un’idea, creare un’opera d’arte, creare un ponte, creare una cura. È poiché moriamo che mettiamo al mondo dei figli.

Quando si raggiunge la felicità, in teatro, in letteratura, al cinema, deve necessariamente calare il sipario, terminare il libro, finire il film. Perché la felicità non dura a lungo in scena: e allora, o il sipario o la tragedia.

La felicità non crea niente. La felicità deve necessariamente nascere e morire nel tempo di un istante. Perché se fossimo felici sempre, smetteremmo di agire. Di reagire. Di creare.

La felicità è l’attimo in cui il pensiero desiste, il linguaggio desiste. La felicità è il momento di senso in cui non siamo alla ricerca di un senso. La felicità è l’istante in cui la filosofia muore.

*Illustrazione di Ilya Shebunov

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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