Bongi, Katane e il Verme Solitario

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“Buon compleanno Jari”. Mi porse questo pacchetto rientrando in casa. Oggi stranamente si era svegliato di mattina, la prima o la seconda volta da quando abitava con me.

Lo agitai mentre lui, affamato, si fiondò in cucina per preparare la cena. Ne uscì un’ora più tardi con una carbonara completamente verde, per me e per sé. Sul tavolo c’era il mio regalo scartato, il solito pezzo di fumo che avevo riposto in un mezzo guscio di noce di cocco.

“Perché la carbonara è verde?” Chiesi

“So assai”.

Realizzai poi, lavando i piatti, che aveva utilizzato metà tubetto di pepe macinato.

Se n’era andato al cesso, dopo cena. A cacare.

“Ci metto un po’”. Disse prima di rinchiudersi là dentro con una copia di Dylan Dog.

Mentre stavo finendo di riporre la pentola nella credenza sentii un urlo.

“Ma che cazzo, che cazzo è? Jari corri!”

Mi feci incontro alla porta del bagno

“No cazzo aspetta, non entrare… aspetta. Senti no, prendi una scatola da scarpe e passamela”

Rovistai nel ripostiglio alla ricerca di una scatola utilizzabile, sbuffando per la solita scena madre di Antonio.

“Stavolta questo lo porto al medico cazzo! E’ una roba da studiare scientificamente”. Farneticava.

Gli passai la scatola. Sentì rumore di sciaquone, un po’ d’acqua scorrere.
Poi si aprì la porta. Antonio ne uscì con un verme bianco avvoltolato su se stesso più volte, dentro il cartone.

“E’ un cazzo di Verme. E’ un Tenia”.

Mi venne un conato di vomito. Sarà stato lungo almeno qualche metro, come una corda bianca e schiacciata, sull’estremità una specie di bocca con una ventosa. E avvicinandomi per guardarlo da vicino, notando che si muoveva ancora un po’, sentii un odore di merda deciso.

“Dio cane, ti giuro lo sapevo che c’avevo qualcosa che non andava, porco ggiuda. Minchia, stavo una merda da mesi, mangiavo come un cane rabbioso… e ti credo io, no? No?”

Io lo guardavo disgustato

“No? Jari, ‘namo, no? Eddai cazzo te lo dicevo”

Tornai verso il salotto dandogli le spalle.

“Mo’ lo porto dal dottore, è un verme solitario, è un verme da guiness dei primati… te lo ggiuro”

“Fai un po’ come cazzo ti pare, ma levamelo davanti, fallo sparire”

“No dai, vedrai che l’ho cacato fuori perché l’ho ucciso. Questi mica ti mollano. Minchia, vedrai è stato il trip che mi sono sparato al rave. Chetamina, bongi, alcool, meth e la carbonara”.

“Secondo me è stata la carbonara”

Più tardi eravamo in macchina. Antonio aveva insistito perchè lo accompagnassi in un paese fuori città a fare una commissione a mezzanotte e un quarto. Nel bagagliaio aveva messo la scatola col tenia. Prima di salire aveva detto:

“Non so se poi mi fermo a dormire fuori, nel caso me lo porto domani diretto dal dottore”

Guidavo sulla statale da una decina di minuti

“Me lo dici tu dove devo girare?” Chiesi

“Sì tu vai a dritto, dovrebbe essere la prossima frazione”. Tirava su col naso elettrizzato. “Merda oh, ho cacato sette metri di parassita, quello non ti molla se non muore… poi dicono che le canne fanno male”

Alzai il volume di Virgin Radio.

“Gira qqua, ggira!”. Fece improvvisamente costringendomi ad una sterzata brusca

“Se si è roviesciata quella merda nel mio bagagliaio ti prendo a calci nel culo”

“Eddai, compà, scialla”. Disse porgendomi una canna

Mi fece accostare vicino ad un campo arato di fresco. Le luci della Matiz illuminavano il fondo dello sterrato che deviava dalla strada principale. Uno sterrato con due solchi paralleli, probabilmente battuto da macchinari agricoli.

“No, Jari, non puoi capire… Cristo Diddio.”

“Che c’è, che siamo venuti a fare qui?”

“Ma mannaggia ai sacramenti, merdah!” Disse sputacchiando e assestando un cazzotto sul cruscotto.

“Hanno coltivato Jari, hanno coltivato!”

“Lo deve fa’, verso primavera” Risposi.

“Io c’avevo seppellito la roba a novembre in sto campo di mmerda!”

“Che idiota” Pensai, strofinandomi lentamente gli occhi con le dita.

“Senti Antò, io ti accompagno ma non voglio sapere niente dei tuoi traffici. Non mi tirare dentro le tue cose”

“No Jari, non hai capito. Habib mi apre il culo se non lo trovo. Mi ammazza di botte, mi leva un rene”

Non ero riuscito a ribattere che Antonio era già uscito di macchina e stava andando in direzione di una villetta adiacente il campo, da cui proveniva la luce di due finestre.

“Mo’ mi sentono ammè, che si fottono la mia roba? Non hai capito il cazziatone, contadini di mmerda”

Mi misi a correre dietro a lui ma era troppo tardi, aveva suonato al cancello.

“Dai stronzo, andiamo via, che pezzi fai?”

“Lascia sta Jari, lasciami fare”

Lo stavo strattonando via mentre un uomo anziano comparve dal portone, qualche metro oltre il cancello.

“Chi è a quest’ora? Che volete?” Ci chiese.

“No scusi signore, scusi l’ora eh!” Fece Antonio improvvisamente timido “Non è che lavorando la terra ha rinvenuto un baule verde bordato rosso?”

“Quale? Quello?” E indico sulla nostra sinistra, in giardino.

“Sì, bravuomo, bravo. Quello proprio”. Disse il mio coinquilino

“Era nel mio campo, ora è mio.” Disse l’anziano.

“Col cazzo vecchio. Dai, non stronzeggiare. Quella roba mi appartiene, che ti costa dai, ridammela!”

Presi per un braccio Antonio
“Che cazzo fai, quello l’ha aperta già e ha visto il fumo. Andiamo via”

“Levatevi dai coglioni, subito”. Intimò il vecchio
Riportai alla macchina il mio amico.

“Jari, minchia mi ggirano a mille. Dai fammi guidare che me la sbollo andando a casa”.

Gli lanciai le chiavi e salimmo. Solo che quello stronzo di Antonio invece di partire, mise la retromarcia e lanciò l’auto a tutta velocità contro il cancello.

Sbattemmo. L’impatto fu tosto e il cancello di ferro battuto si aprì. La bauliera era devastata, il parafango staccato, la targa fuori sede. E il colpo della strega ci fece perdere conoscenza per qualche istante.

Il tempo sufficiente per riaprire gli occhi e scoprire che il vecchio mi stava trascinando fuori dall’auto. Antonio era sempre svenuto, appoggiato col busto contro un albero del giardino.

Potei focalizzare il vecchio da vicino: una pelata, due occhi azzurri penetranti, sottili come fessure, adornati da folte sopracciglia argento, un mento sfuggente nascosto da una barba bianca, lunga, a punta.

Mi buttò a terra accanto a lui

Indossava un saio e dei sandali e alla cintura aveva legato una fondina lunga. Vi estrasse una katana.

Frugò nella nostra auto, aprì la bauliera. Trovò la scatola del tenia, la aprì.

“Dio santissimo!” Esclamò ritraendo il capo. “Siete dei degenerati. Gli ennesimi, gli ennesimi che vengono a invadere la mia quiete, il mio ritiro. Non contagerete anche questa campagna, pervertiti”. Disse ritrovando un’improvvisa calma e compostezza.

Prese il tenia, lo distese e ne fece una sorta di corda doppia, forse tripla. Poi lo passò attorno al collo di Antonio più volte.

Strinse. Lo strangolò, lo strangolò con lo stesso parassita intestinale che aveva cacato poche ore prima.

Antonio divenne blu in volto e cessò di vivere.

Rimasi immobile, impietrito davanti ad una scena di tale efferatezza.

Poi si rivolse a me che, lentamente, seduto a terra, stavo allontanandomi all’indietro.

“Vuoi vivere?”

“Sì”

“Allora prendi il baule e portalo qui”. Indicando il baule che Antonio aveva seppellito nel campo, nascondendoci la roba dentro.

Lo presi e lo misi ai piedi del vecchio. Nel frattempo lui aveva preso un fucile a doppia canna dal sedile del trattore parcheggiato. Si mise a tre o quattro metri da me e mi lanciò la katana.

“Prendi quella merda e trascina il suo corpo sopra quel telo di nylon accanto all’ulivo.” Mì indicò l’albero tenendomi sotto tiro con l’arma. Trascinai il corpo esanime di Antonio con ancora il Tenia attorcigliato al collo.

“Fallo a pezzi, fai a pezzi il tuo amico in modo che entri tutto nel vostro baule del cazzo”.

Lo guardai con sconcerto

“Fallo a pezzi, muoviti!”

Iniziai a mollare fendenti, dall’alto verso il basso, sul corpo del mio coinquilino, mentre lentamente fiotti di sangue si disperdevano attorno, addosso a me.

Dopo un ora e mezzo di questo schifo ebbi finito. Antonio era a pezzi dentro il baule. E ciascuno di quei pezzi ce lo avevo messo io. Il vecchio guardò l’ora e sbadigliò.

Poi mi fece trascinare il baule in mezzo al campo arato. Si era infilato degli stivali alti, le mie gambe invece affondavano nella terra argillosa e molle.

C’era un segno, fatto con dei legni conficcati nel terreno.

“Scava tre metri più avanti, lì c’è sepolto un altro stronzo di Foggia”

Le sue parole rivoltanti non riuscivano a gelare neanche più il mio sangue sconvolto da quello che avevo appena fatto.
Seppellii il baule con dentro i resti di Antonio.

Proprio mentre tornavamo sulla strada una macchina si fermò.

“Sig.Habib, finalmente è arrivato.” Disse il Vecchio

“A quest’ora, stavo dormendo. Comunque contento che hai risolto”. Habib, il boss, si complimentò.

“Questo ragazzo ha le palle, ha fatto tutta la sepoltura da solo.” Mi guardò compiaciuto il vecchio.

“Beh, ragazzo, abbiamo un nuovo corriere per la città. Mica come quello stronzo di Antonio. Benvenuto a bordo, sono contento che hai preso il suo posto” Mi fece gioviale e sorridente, il capo banda Habib, dandomi delle poderose pacche sulle spalle.

“Vai a dormire. Domani hai la prima partita di hashish e un paio di bauli da spostare. Dove li avevamo sepolti devono costruirci l’Ikea”.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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