Better Man. Capitolo 1

testaleonardo

Defezioni

“Dottore, scusi, dorme? Mi hanno detto di chiederle una cosa sul paziente del letto 4”

“Mmm, sì, arrivo”

“Sì ma dovrei sapere se mi può aiutare lei. O devo chiedere a qualcun altro?”

“No, aspetta, come ti chia… vabbè arrivo”

L’esordio in reparto non era stato dei migliori, il dottore, di cui ancora oggi fatico a ricordarmi il nome, si era imbestialito subito alla prima conversazione. Per carità, capì immediatamente che io ero ambasciatore, ma la pena me la presi ugualmente, tra sguardi omicidi di chi si è appena svegliato dopo dodici ore di guardia e non ha di certo voglia di sostituire il turnista che, come ogni stacco dalla notte, è in ritardo.

Il dottore andò al letto quattro, presenziò un’infermiera che non avevo ancora incontrato. Forse avrei fatto meglio ad andare anch’io ma, dopo la figuraccia di poco prima, pensai sarebbe stato saggio non farsi vedere per il resto della mattinata.

Ci lanciavano come palline da tennis in gironi infernali, reparti con 20-30-40 pazienti a volta. Noi eravamo la forza lavoro di un sistema ogni giorno ai limiti del crollo. Una struttura radicata, ma altrettanto debole, che aveva una propria armonia, e che in qualche modo arrivava a fine giornata, di certo non senza intoppi (anche se sarebbe il caso chiamarli deragliamenti).

“Montagri!”

Perso nei ragionamenti strutturali sull’Unità Operativa, venni richiamato sull’attenti dalla tutor, che stranamente si ricordava il mio nome, non erano neanche le 9 e già era presa da smanie di controllo che tutto fosse a posto. A volte avevo la sensazione che fosse lì per vigilare su di me, indipendentemente da cosa succedesse nel reparto. Non so bene per quale motivo.

Certo non mi presentavo come un lavoratore modello, probabilmente se avessi cercato lavoro da una qualunque altra parte mi avrebbero dato un euro per il cartone del tavernello, ma non me ne curavo troppo.

La tutor, tale Monia, mi prese da parte e cominciò quindi a farmi una sequela di inutili ramanzine, sull’aspetto “hai troppa barba”, sul cartellino “la foto non va bene”, sulle scarpe “sono strette non puoi lavorare così”.
La triste scena si svolgeva in mezzo al corridoio di oncologia, dove le pareti verde marino, con delle simpatiche spugnature che sfumavano sul giallo canarino, facevano da contorno alla mia divisa blu sbiadito. Tenevo la testa bassa mentre mi beccavo il primo vero rimprovero in ambito lavorativo, il primo giorno, ancora da studente. Un disastro.
La donna si atteggiava a dottoressa, pur non avendone la qualifica, quantomeno a presunzione era paragonabile a un qualunque altro medico dell’ospedale. Il naso ricurvo in avanti, due grossi occhiali da fondi di bottiglia, la capigliatura tenuta ma inevitabilmente segnata dai segni dell’incuria e della vecchiaia incombente, facevano da contorno a un personaggio imprevedibile. La mia fortuna fu quella di approfittare di un momento di distrazione della tutor che si era fermata a salutare un collega. Mi girai, senza dire nulla, avanzai a passo svelto fino in fondo al corridoio imboccando la prima porta che trovai. Mentre mi nascondevo da quel maledetto squittio martellante, sentii un “dov’è finito?” in lontananza.

Fu allora che mi resi conto che ero finito in una stanza di passaggio. Era una camera che ancora non avevo visto, neanche durante il giro letti, che collegava il corridoio a un’altra stanza ancora, chiusa con l’avvertenza di mettersi la mascherina prima di entrare. Capii che ero finito nell’unica stanza d’isolamento del reparto e probabilmente non avrei neanche dovuto esserci lì, dato che non mi erano ancora state date indicazioni sul paziente. La stanza di passaggio era quasi completamente buia e dalla porta della camera, appena socchiusa, proveniva uno spiraglio di luce, appena percettibile.

Sudore, ansia, tachicardia, sentiamo il polso, cazzo, veloce. Sì, ero un pò agitato, io, più per la situazione lugubre in cui mi ritrovai che il mazzo fattomi poco fa. Indeciso se tornare sui miei passi o no, aspettai.
Passi, uno due tre quattro. Si ferma. Ascoltavo con l’orecchio appoggiato sulla porta del corridoio, torna indietro, passi, uno due tre.

Sbram!

“Maybe I’m not supposed to know
Maybe I’m supposed to cry
And if nobody ever knows the way I feel
That’s all right, that’s okay”

Naso rotto, una settimana a casa, si concluse così il mio primo giorno, non conscio del fatto che le porte in quel reparto, o forse anche negli altri, si aprissero verso l’interno, e conscio del fatto in seguito, che non mi ero reso conto che quei passi erano della caposala che veniva a dare la terapia al paziente nella camera di isolamento.

“Qui non potevi entrarci, lo sai?” Le ultime parole prima di perdere conoscenza. L’infermiera mi stava praticamente riattaccando il naso e mi vennero in mente le parole di una canzone, lei rise dicendo che come deflorazione non era male per uno studente, almeno potevo riposarmi dopo quelle 3 stressanti e disarmanti ore di lavoro.

Una risata e il dolore passava, si più o meno, “non ci siamo presentati” dissi io
“Daniella” mi fece lei.
“Daniella? Due Elle sei sicura?”, Rise.

Era dell’Est, aveva studiato alla scuola infermieri di Budapest, o Bucarest.
“Tutti si confondono sempre” disse lei, un pò malinconica.

“Chi c’è in isolamento?” chiesi.

“Nessuno.. un paziente particolare, quando torni ti spiego. Ora è tardi, vattene e lunedì vieni in orario. Mi raccomando!”

“L’ho sentita la Monia, anche se sembra una stronza è solamente pedante, il che non significa che le due cose non vadano di pari passo, eventualmente. Dalle retta, tanto sarà lei a valutarti.”

“Bene, grazie, lunedì sarò in orario.”

Vittorio Ghinassi
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