Ballando sul rogo

Ehi stenditi togliti la camicia, rilassati, voglio che ti stendi. Ho da delirare, ho da sfogarmi, voglio che mi offendi. Vuoi litigare? Vuoi fare a botte? Guarda che sono pronta, sono ubriaca. Tu m’hai guardato male. Oppure vogliamo parlare di poesia? O fare l’amore? La poesia, le botte, l’amore, si fanno meglio nella disinibizione. Scioglimi i freni salimi addosso cavalcami rabbia, cavalcami ispirazione. Qui chi sono nient’altro che un essere umano al galoppo in un deserto. Qui accumulo tutte le nevralgie dell’Universo, le nevrosi, i sorrisi mancati e le parole non dette. E conta fino a sette, fa rima, è un numero magico. Se fossi nata in Irlanda, settima figlia d’una settima figlia, sarei una strega migliore. Ma non lo sono allora accontentatevi di bruciarmi al rogo perché v’ho guardato male. Oppure vogliamo parlare di poesia? Tutti i poeti sono ubriachi tutti i poeti bruciano sul rogo. Tu con le dita tocchi, dove tocchi? Aurora dalle dita rosate. E sogni sono sogni si consumano nei sogni le paure i desideri. Flusso di coscienza. Nelle mie mani c’è un mitra, ecco la mia Essenza. Sul bordo del mare spariamo ai nemici, e se non riuscissimo più a distinguere? Se non riuscissi più a distinguere amici e nemici – mettiamo, foschia – spareresti, per sopravvivere? O nel dubbio saresti pronto a morire? Vieni qui, melusina, non farmi pensare al volto di chi amo. Egli è sopra tutti e scaccia ogni pensiero, perché dieci romanzi potrei scrivere e dieci scriverei invano. Perché inafferrabili i suoi occhi il cuore lontano. Chi la più bella chi avrà l’onore. Bruciami al rogo, sette poesie. Sette è un numero magico, magico il mio corpo nudo, il tuo. Segna le labbra e segnati, tutti guardano. Tu m’hai guardato male. Vuoi fare a botte? Ti scriverò parole che hanno senso di notte. E tu lo sguardo come cielo liquido amerai. E poi avrai spavento e crocifiggerai. Allora dimmi dimmi che non è poesia. Cosa darai, la sella, il cavallo, il coltello, una moneta d’oro? Un sorso d’acqua? Cosa darai per pagarti la vita? Se le fiamme bruciano e il fuoco disgrega. Tu mi darai parole trite con cui consolarmi? Ci proverai anche se senti che non ho altro da darti? O vedi meglio di me le Vie Infinite? Un sorso solo, il frutto della vite. Ora seguitate a scalpitare dietro al corno d’oro, poesia e perdono. E balla si contorce strepita la tarantolata. Non c’è ritorno biglietto di sola andata… e dietro lo specchio finisce il giorno, si sparge luce dintorno. I miei capezzoli i miei pensieri. Cosa ti affascina chi sei chi eri. Chi sarai domani nel nuovo giorno chi farà ritorno al capezzale del passato. Che tossisce nel suo letto, malato. Sognami ancora le scritte sul muro, un topolino una metamorfosi. Sognami ancora mettimi al sicuro nell’inconscio. E tu, tu piantala di farmi domande. Tu m’hai guardato male. Non credere che me lo dimentichi, non mi psicanalizzare. E ora sognami ancora, capezzoli, pensieri. Sono tutt’una, l’oggi e l’ieri. Il domani chissà, arriva così. Intanto il pettine le labbra e frasi astruse. Tu che mi pettini e pollici d’oro. Simmetrici sulle spalle, pazzia e decoro. Ora stiamo perdendo la via. Brucio sul rogo. Guardami, pensi, lei è mia?

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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