Atti di resistenza I – La vita sessuale dei nostri antenati

ATTI DI RESISTENZA

 

I

 

DI BIANCA PITZORNO E DE “LA VITA SESSUALE DEI NOSTRI ANTENATI”

 

Ogni lettura è un atto di resistenza.

(D. Pennac)

 

Ogni lettura è un atto di resistenza. Si legge in coda o sul metrò, per sfuggire alla realtà circostante. Si legge fingendo di studiare, per sfuggire all’indottrinamento. Si legge di nascosto, per scoprire, per ribellarsi. Si legge fino alle sei del mattino per evitare che i demoni ci vengano a prendere. Si legge per difenderci, per essere intoccabili. Per uscire da sé stessi, divenire inafferrabili.

 

In questa rubrica parlerò di libri e dei loro autori. Non so ancora con quale criterio. Mostri sacri e porcherie, tutto insieme? Possibile. Solo e soltanto i libri che sono riuscita a finire? Possibile. I libri che mi hanno cambiato la vita? Possibile anche questo. Vedremo.

 

Oggi ho deciso di omaggiare una grande autrice, icona della mia infanzia, Bianca Pitzorno, e in particolare il suo ultimo romanzo: “La vita sessuale dei nostri antenati.”

 

Bianca Pitzorno è nata a Sassari e vive a Milano. In Sardegna e nella grande città sono ambientati molti dei suoi libri. Vorrei iniziare col dire che, essendo molti di questi libri per bambini, mi hanno davvero cambiato la vita.

 

C’è infatti un’età in cui si raccoglie come spugne tutto ciò di cui veniamo a conoscenza, ed ecco che romanzi come Tornatràs, Diana, Cupido e il Commendatore, Extraterrestre alla pari, Ascolta il mio cuore e ancora altri hanno contribuito a formare il mio pensiero.

 

Le storie di Bianca Pitzorno non sono favole moraleggianti, tuttavia insegnano qualcosa: come ogni grande autore la Pitzorno racconta storie che parlano di temi universali, importanti, caldi ancora oggi: il razzismo e le sue derive in Tornatràs, per esempio, le differenze di ceto in Ascolta il mio cuore, quelle di genere in Extraterrestre alla pari (e niente di più intelligente è mai stato scritto sulle questioni di genere, a mio modesto parere: perché la Pitzorno esamina il peso che gli stereotipi di genere hanno non solo sulla femmina, ma anche sul maschio, senza alcuna distinzione, per l’appunto, di genere.) Ho imparato che anche i commenda hanno un cuore da Diana, Cupido e il Commendatore, il valore dell’ecologia da Clorofilla dal cielo blu. Volevo chiamare mia figlia Myrtale dopo aver letto L’amazzone di Alessandro Magno e volevo diventare archeologa dopo aver letto Sulle tracce del tesoro scomparso. Volevo darmi alla falconeria dopo La bambina col falcone e mi si è aperto il cuore alle rivoluzioni leggendo La bambinaia francese.

I libri di Bianca Pitzorno mi hanno fatto sognare quand’ero bambina e hanno fatto di me la persona che sono ora. E personalmente ritengo che i bambini siano lettori estremamente più esigenti degli adulti, che con un po’ d’impegno riescono a leggere qualunque boiata. Ricordo benissimo che la storia e lo stile avevano per me uguale importanza e se il libro mi annoiava o non mi piaceva ero ben felice di mollarlo lì dopo cinque pagine, famoso o meno che fosse (questo è stato il destino di Tolkien, nonostante reiterati tentativi, nonché di Eragon, libro-fenomeno di qualche anno fa, e di un’infinità di altri.) Volevo storie appassionanti, scritte divinamente, originali, pazzamente romantiche e anche meglio se un po’ crudeli (in questo senso, per esempio, adoravo Dahl). Se il libro non soddisfaceva tutti i miei canoni e il mio gusto personale, leggerlo era uno spreco di tempo, tempo rubato alla lettura di qualche altro libro senz’altro migliore. Perciò, per finire nella mia top ten, quando avevo dieci anni un autore doveva scrivere dei libri tendenzialmente perfetti.

In questo senso, la Pitzorno non ha mai sbagliato un colpo. Tutti i suoi libri mi sono piaciuti da morire e mi sono rimasti addosso, protetti nel mio cuore come il ricordo di vecchi amici.

Immaginate dunque la mia emozione quando l’anno scorso è uscito, di quest’autrice, un libro per adulti. Fremevo per leggerlo, consumata dall’aspettativa e anche un po’ dalla paura. (Non si sa mai cosa aspettarsi quando un autore per l’infanzia esce dal seminato: il romanzo per adulti I più deserti luoghi di Silvana Gandolfi, un’autrice che adoro al pari della Pitzorno, un genio dalla fantasia scatenata, nonostante l’ottimo stile, a dire la verità non mi è piaciuto. E dire che l’ho addirittura ordinato in libreria un mese prima che uscisse. Eppure mi ha disturbato, forse era troppo diverso dai suoi libri per bambini, o forse semplicemente era troppo inquietante, troppo strano.)

Forse è stupido avere paura di essere delusi dai propri autori preferiti, ma io ce l’ho e stranamente è sempre un sentimento estremamente forte. Forse perché scrivo anche io, tendo a mettere gli scrittori che amo su un piedistallo molto alto e a guardarli con adorazione come divinità certe e imprescindibili. Se scrivono qualcosa che non mi piace, mi cadono dal piedistallo ed è come se mi cadesse un mito. È inutile che mi sforzi di pensare che gli scrittori non sono divinità, ma sono persone e possono anche scrivere qualcosa che a me non piace. Tanto nel profondo non ci credo: i miei autori preferiti sono i miei dei, i miei pilastri. Ho un bisogno viscerale di dare loro quest’aura di divinità: se scrivono qualcosa che non mi piace, la perdono, e la mia sensazione è di perdere una certezza basilare, come se qualcuno avesse tradito la mia fiducia. Perciò ho sempre un po’ di tensione quando leggo il nuovo libro di uno dei miei autori preferiti.

 

Ma Bianca Pitzorno non mi ha mai deluso. E il suo libro per adulti, La vita sessuale dei nostri antenati (spiegata a mia cugina Lauretta che si crede nata per partenogenesi) fin dal sottotitolo si è preannunciato come un libro appetitoso.

 

Ci sono alcune cose, oltre ai temi importanti che tocca e al modo incantevole di raccontare, che mi sono particolarmente vicine nei romanzi della Pitzorno: i suoi romanzi parlano spesso di famiglie numerose, e dipingono mondi declinati perlopiù al femminile. In questo senso e per il modo di raccontare da contastorie la Pitzorno mi ricorda un’altra autrice che da adulta ho iniziato adorare: Isabel Allende e le sue saghe familiari raccontate perlopiù da donne. E mi ricorda, paragone che pochi altri oltre a me coglieranno ma non mi importa e lo scrivo lo stesso, il mondo che mia nonna, Milena Moriani, ha creato nei suoi quadri: un’immensità di figure femminili affacciate sul nostro da un altro universo, quasi a commentare bisbigliando l’intrecciarsi degli eventi umani dai loro quadri. A dirla tutta mi identifico molto di più con i personaggi di Bianca Pitzorno, che in genere sono donne e bambine-bene provenienti da famiglie italiane colte e strambe che con le sudamericane dalle vite impossibili e colme di violenza protagoniste dei romanzi della Allende. Perché le storie sono ambientate in Italia, forse, o perché quelle bambine mi ricordano me, com’ero, come sono e come potrei essere stata.

 

Qualcosa di me lo ritrovo in Ada Bertrand, la protagonista del romanzo La vita sessuale dei nostri antenati. Ada è un’insegnante di letteratura che viene da una famiglia particolare, una famiglia con ascendenze nobiliari perdute nel tempo, leggende legate ai propri antenati e una spropositata quantità di cugine e nipoti femmine (esattamente come la mia famiglia, in effetti). Indagando sui propri antenati, Ada scopre ritratti, diari e monili che raccontano una storia diversa da quella perbene orgogliosamente tramandata dalla nonna Ada Ferrell, fiera del suo sangue blu.

 

Il romanzo inizia con squisite citazioni classiche dall’Eneide, che vengono riprese nel finale. Attraversa, tramite ricordi e diari, secoli di Storia, commentandola con un tono ironico e incredibilmente realistico (sembra di vederla, la nonna Ada che vieta ai figli di unirsi ai balilla perché reputa l’abbigliamento fascista di cattivo gusto e le parate fasciste delle pagliacciate da volgo). Tocca per tutto il tempo un tema incredibilmente delicato, che non posso svelare perché in esso è il cuore del libro, rivelandone il segreto solo nel finale. Ed ecco dov’è la grande penna: nell’inatteso, che però è stato sotto i tuoi occhi per quattrocentocinquanta pagine di fila, senza che tu te ne rendessi conto. Le piccole incongruenze di cui il libro è seminato si chiariscono tutte lì: non erano immotivate, avevano una ragione (e io lo sapevo, perché mi fido di Bianca Pitzorno). Si chiariscono nell’immagine di sogno di un bambino e una bambina gemelli che rischiano di annegare in un fiume, nel corpo di un vecchio zio nel suo letto di morte. Tutto lì, tutto li è il cuore del libro, e le sue pazzesche conseguenze. Un libro che quando lo posi non puoi fare a meno di pensare alla Storia e a come essa influenzi il modo in cui siamo, il modo in cui viviamo. Un libro che ci fa pensare alle libertà che abbiamo senza rendercene conto e a quanto queste libertà, come in realtà tutte le libertà, sono state conquistate, strappate alla vita con le unghie, i denti e l’inganno da pionieri e pioniere di un tempo che fu. Di come ancora oggi in molti luoghi una storia di privilegi ingiusti si ripete ciclica, assurda, di come forse se non fossimo nati e nate nel paese in cui siamo nati e nate saremmo qualcos’altro o dovremmo lottare e mentire per essere ciò che vogliamo essere.

 

La vita sessuale dei nostri antenati ci ricorda che spesso, nella letteratura e nella realtà, niente è come sembra. Che tutto è il prodotto di qualcos’altro e che al tempo stesso siamo noi gli unici – e le uniche – artefici del nostro destino.

È un libro che parla del sudore, della fatica, del cumulo di senso e sensi che è l’umanità, dell’intreccio di vite che formula altre vite, di quanto creiamo e distruggiamo.

È un libro che parla di chi siamo.

È un atto di resistenza.

 

“Sono morta per qualche attimo, e ora ritorno tra i vivi.”

 

 

 

Immagine: Milena Moriani

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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