Artisti e Artistoidi.

 

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*illustrazione di Ilya Shebunov

Gli Artisti.

Noi artisti.

Sì, gli artisti si definiscono tali senza remore, senza timore di sembrare arroganti: un vero artista sa che non c’è niente di glorioso in ciò che fa, semplicemente, risponde a un bisogno impellente, che non richiama e da cui è chiamato. Un artista non lavora per soldi, per la fama, per il successo. Non lavora per dovere, né per piacere, né per volontà. Un artista fa il suo lavoro per lo stesso motivo per cui fa sesso. È una parte della sua vita senza la quale la vita non sarebbe degna d’essere chiamata tale.

Ed è per questo che la Gloria, verso cui l’ambizione tende le dita, ci sarà negata. È naturale ed è giusto che sia così, l’ambizione è un atto umano, l’arte è un atto oltreumano. E ci vuole un fisico bestiale per mediare tra le due.

Siamo destinati a non avere alcun Successo, noi, nella vita. Non che si tratti di essere ‘migliori’ o ‘peggiori’, è solo una componente di verità che io reclamo. Un’unica piccolissima componente di verità, che è propria all’artista vero. Una goccia squillante di Verità che se ne frega dei soldi, delle apericene, dei tappeti rossi. Un fiero dolore di vivere che è amore sofferto verso il mondo e se ne strafotte delle citazioni colte degli artistoidi. Un grido che lacera il petto, e deve uscire, se non vuoi morire. È per quel grido che un artista lavora. Poi ti trovi ‘alle stelle’ e il senso di surrealtà si moltiplica. Gente che si ritrova e pranza e cena a spese di altri perché è un ‘artista’. Che ti guarda con sufficienza perché non conosci il tizio slavo morto povero in canna ma genio sul quale, dicono, hanno basato la loro esistenza artistica. Gente che ha avuto tutta un’infanzia poco felice, o comunque dei traumi abbastanza interessanti da farne argomento di conversazione. Ti trovi in mano un vino di scarsa qualità perché un vino decente è roba da borghesi e brindi al disagio sociale con un senso di ribrezzo. La mia infanzia è stata felice, avrei voglia di gridare, quanto ai miei traumi, sono e saranno sempre cazzi miei, non un divertissement su cui dissertare a cena. Ma non si può gridare, ci sono precisi rituali tra i cosiddetti artisti. Ti sforzi di fare una citazione colta anche tu. Intanto osservi disgustato la scena.

Se ne stanno tutti seduti sulle loro sedie debitamente imbottite. Hanno tutti una sigaretta in mano, eccetto qualcheduno che sta sperimentando un detox a base di succo di limone e gramigna. Citano Nietzsche, Bertolt Brecht, a volte anche Cerami, ma quest’ultimo solo per sfotterlo. Alcuni stanno scalzi, e con mio sommo orrore, uno si tocca i piedi mentre enuncia un verso del Re Lear. La comunione con lo Spirito e la Natura è fondamentale, dicono loro. Se fossi Shakespeare verrei fuori dalla tomba a imporgli di indossare un paio di scarpe.

Sento la mia bocca partorire una stronzata pari alle loro – qualcosa che contenga i sintagmi ‘avvento del postmoderno’ e ‘dinamiche del grottesco’. Qui se non stai attento ti mangiano in un boccone predicando pace e amore. Homo homini lupus, e specialmente quando ti sorride così puoi stare certo che sta solo aspettando che ti volti per piantarti il coltello tra le scapole.

“Caffè? Caffè?” Ma certo, caffè. Non si rifiuta mai. I giovani artisti alternativi bevono ettolitri di caffè e io sono una giovane artista alternativa. Che oltretutto ha un’emicrania pazzesca, sarà lo sforzo di stare al passo mentale con la marea di cazzate pseudointellettuali che sto dicendo, dunque ben venga il caffè. Accendo la centesima sigaretta, bevo e cerco di concentrarmi, barra, di mimetizzarmi. Stanno parlando di clownerie. Conoscono nomi di clown famosi e le differenze tra i clown. Le elencano: clown augusti, bianchi, neri. Per me i clown sono tutti quanti uguali e ugualmente inquietanti. Non riuscirei neanche volendo a dare l’impressione che mi freghi qualcosa delle differenze tra i clown, quindi taccio. Il tizio accanto a me si gratta il piede. È disgustoso. Guardo da un’altra parte ed entro nella mia confortevole zona mentale segreta, nella quale invento storie quando la realtà mi annoia. In dieci minuti partorisco un’idea da Nobel, che fra cinque minuti avrò dimenticato.

Quando ritorno a questa noiosa realtà cosiddetta ‘creativa’, è il momento del threnos, il lamento funebre. Tale momento ricorre più volte nell’arco della giornata, e tutta la comunità deve partecipare, o perlomeno fingersi partecipe. Il coro intona una serie di anapesti su quanto pochi siano i fondi statali volti a finanziare l’importante apporto culturale dei nostri culi seduti su queste sedie. Segue l’anatema al governo e la risoluzione finale, catartica, a portare comunque avanti l’Arte perché essa ci sgorga da dentro, o altre puttanate simili scartate persino dalla commissione letteraria dei baci Perugina. Il mio senso di nausea si intensifica e gratta sul grande problema della mia vita, cioè l’essere e sentirmi sempre e comunque fuori luogo. Cerco di mimetizzarmi tra di loro perché non mi sbattano fuori accorgendosi che sputerei volentieri nel piatto in cui mangio. Ho già buttato nel cesso decine di fantastiche occasioni perché trovo gli intellettuali una massa di inutili idioti e non riesco a nasconderlo bene. Sono una stronza arrogante, cinica e bastarda. Devo piantarla e iniziare a integrarmi. Togliermi le scarpe, toccarmi i piedi, citare Brecht e lamentarmi del governo. Ce la posso fare. Mi sono letta tutti i blog di crescita personale e comunicazione positiva che ho trovato in rete.

Mi guardo le scarpe. No. Non è vero. Non ce la posso fare. Non posso togliermi le scarpe al lavoro. Sono fatta così. Sputerei sempre nel piatto dove mangio, perché per quanto buono, è condito di merda. Che a un miliardo di mosche piacerebbe, ma a me no. Ed è questa la differenza che mi condannerà. Che la zappa che ho in mano me la do volentieri sui piedi da sola. Perché la mia verità, la mia interpretazione della verità, è scomoda, è nociva. La verità non serve a nessuno e fa sempre schifo. Dire la verità ti qualifica socialmente come realmente sei: uno stronzo ingrato. Dire la verità è scavarsi la fossa, nella società delle apparenze.

Per questo dico che non c’è niente di glorioso nell’affermare di essere un vero artista. Un vero artista è socialmente handicappato. Un vero artista butta nel cesso le occasioni più appetitose in nome della verità, che oggi pare essere soltanto un vezzo. Un vero artista se ne frega delle conseguenze. Un vero artista non avrà mai un posto nel firmamento del successo. Un vero artista non avrà mai una lira, perché nessuno ti pagherà per dire la verità. Schiavi artigiani bravi a confezionare compitini che occultino tutto ciò che di profondo e sporco c’è nella vita: costoro avranno successo. L’artista vero morirà solo, tra i ‘se l’è cercata’ e i ‘chi gliel’ha chiesto?’ di un’altra apericena in cui la sua dipartita sarà gustoso scoop di conversazione. Il vero artista offre in pasto il suo corpo pieno di veleno perché sia lacerato dai morsi, divelto dalle unghie, masticato, digerito. Non lo fa per velleità, ma perché non ha altra scelta. E se quel veleno contamina l’aridità sterile di cuori sordi al Senso e rivolti a un fine, se li fa star male, se fa attorcigliare mente e viscere, la sua unica vera missione sarà compiuta.

 http://www.youtube.com/watch?v=F6XDutte2WE

 

Annick Emdin

Annick Emdin

Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.
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Annick Emdin, nata a Pisa il 14 Dicembre 1991, è laureata in Discipline dello Spettacolo, drammaturga e regista teatrale (‘Matrioska’ -2011, ‘Bambole Usate’ 2012, 'Medea' 2014), autrice di racconti per la collana Demian (Il Foglio Letterario) e del romanzo ‘Lividi’ edito da Edizioni Anordest.

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