Anche la pelle dimentica

 

-nota, a caso: se non altro non muore nessuno-

 

Si passano giornate alla rincorsa del tempo, disperatamente proiettati verso un futuro sempre troppo prossimo che ci attraversa rapido come temporale estivo, che lasci la terra secca  prima di quietarsi. Quando le gocce sottili e tiepide evaporano ancor prima di toccare il suolo.

 

E poi capitano giorni lenti e nebbiosi, durante i quali ogni momento si prolunga fino alla nausea e all’estenuazione.

 

Se si potesse ora seguir di minuto in minuto una di quelle giornate che chiameremmo oziose si scoprirebbe che non ci è più dato di perder davvero del tempo, e che nella mente si continua a lavorare costantemente, per questo e per quello, ed è forse la ragione per cui tendiamo, parlando in generale, a tenerci occupati. Decidere di agire è una cosa, scoprire di non poter fare altrimenti è ben altra.

 

Ma limitandoci ad una forma esteriore, poniamo Alberta, e scusiamole il nome.

Giunta a casa, resa esausta da un’intera giornata di nullafacenza. Dopo aver osservato e ascoltato, con i gomiti appoggiati al bancone di un bar della stazione, le donne russe sedute in circolo con la loro mole dignitosamente cupa e seria discorrere nella lingua sciolta e musicale a loro propria, ha girellato tra pianoforti neri e lucidi, sfiorandoli appena con le dita, lasciandovi sopra impronte unte. E poi è stata in libreria, e si perduta tra gli scaffali bassi e carichi e colorati, prendendo in mano libri, sfogliandoli e portandoli in braccio delicatamente per qualche passo, prima di decidersi ad abbandonarne alcuni, a sceglierne “giusto un paio” perché “questo me lo posso far prestare da” e questo “non vale i soldi che costa, già lo so” e quest’altro “presto o tardi, di sicuro, sarà in edicola, e allora lo comprerò per due soldi”. E subito dopo seduta sui gradini duri e zozzi di una piazza odora i suoi acquisti, e sprofonda tra le parole scritte, che viste così da vicino le sfocano intorno. E stamattina nel letto prima che uscisse, che si voltava da una parte e dall’altra, che spostava cuscini e si seppelliva con essi, e respirava piano attraverso le lenzuola l’aria fredda. E poi tornava ed acciambellarsi su sé stessa, come una bestiolina che si comprima prima di stiracchiarsi, per sentire il suo odore che impregnava intorno a lei ogni cosa. Tirarsi su, fin sopra la testa le coperte leggere e lasciando i piedi lunghi e bianchi all’aria, muovendo e svegliando le dita affusolate, forse troppo affusolate per dei piedi. Che qualcuno le ha detto anche che più che piedi i suoi sembravano pinne, ma Alberta ora se ne frega, di quello che sembra e di quello che è, perché è ancora troppo presto per preoccuparsi, e allora un occhietto incollato fa capolino, le palpebre si chiudono e aprono un paio di volte, prima di mostrarci l’iride verde scuro, e, come fossero una coppia di scoiattoli  timorosi, che si muovono insieme, il primo occhio è seguito dal secondo, e solo adesso, un naso, vagamente pronunciato si arrischia fuori dalla tana calda del sonno e fiuta il mondo esterno circospetto. E così si sveglia Alberta, le guance subito solleticate dai baffi rigidi del micio attento ad ogni suo movimento in ansiosa attesa della pappa e dei vizietti.

Ma noi lasciamo i familiari alle loro piccole intimità quotidiane e riacchiappiamo Alberta, solo la sera del giorno stesso, quando già si chiude alle spalle la pesante porta di casa.

Ora abbandona la borsa grossa e pesante su un divano scalcagnato e quasi corre in cucina, dove seduta ordinatamente, con le gambe accavallate, guardando il cielo turbinate di piccole folle gialle, mangia lenta una fetta di melone, bagnandosi le mani e asciugandole poi sui jeans, già luridi, e che “tanto vanno lavati comunque”.

La caviglia magra dondola lenta e la musica che segue docile col suo movimento è un sottofondo quasi inudibile, gentilmente offerto dalle stanze dei dirimpettai. Questo potrebbe sembrare a prima vista uno scenario di pace e calma indistruttibili, perché ogni cosa, le foglie, la coda scura e sinuosa del gatto che è solo a tratti in campo, i piatti sporchi accatastati nel lavello, i barattoli sulle mensole e l’arancio acquoso del melone tra le mani di Alberta, tutto insomma, sembra parte di un quadro immobile, immutabile, e da sempre esistente, un classico soggetto dell’arte contemporanea: “l’Alberta con melone” invece che “autunno al quartiere latino” o una cosa di questo genere. E Alberta se ne sente perfettamente parte, tanto che dimentica per qualche forse frazione di secondo la sua vita e si assume il suo ruolo passivo con totale dedizione.

Stavamo quasi dimenticando che non si tratta affatto di una silenziosa galleria d’arte quando irrompe dalla cucina una sorta di fattore di disturbo, con lunghissimi capelli scuri sciolti sulle spalle, e un piglio da carro armato.

-sei tornata!- è l’esordio. E così anche Alberta trasale assieme a noi, e stravolge ogni pennellata alzandosi di scatto in piedi e gettando la buccia del melone tra i rifiuti –organici poiché “noi delle nuove generazioni ci teniamo PER DAVVERO all’ambiente e al nostro futuro, mica come voi che avete sputato nel piatto dove i figli, e i figli dei vostri figli (e via dicendo che la qui presente trattazione non ci permette d’approfondire l’argomento) mangeranno!-

-Credevo che cenassi con tua madre! Che bello che sei qui!-

-sì-

-sì cosa?-

-sì intendo, sono tornata, eccomi.-

-ma ceni con noi?-

-hai invitato gente? Io sono a pezzi Marina!- classico affaticamento da dolce far nulla.

-ma mica siamo in tanti, anzi, mica siamo in tante, siamo solo noi ragazze, non faremo casino, ordineremo una pizza, berremo pochissimo, non sporcheremo piatti e saremo a letto per mezzanotte come delle cenerentole.-

Alberta si siede sul tavolo, e Micio le salta tra le braccia spolverandole le labbra con la punta della coda, vibrando di fusa.

-sai cosa?  Ci sono tre frasi paradigmatiche che precedono la totale sbronza e il degenero completo, e sono: 1) stasera non voglio fare tardi, 2) prendiamoci giusto un aperitivo, e questa può essere sostituita anche da: ma solo uno spriz ok? E la terza è: 3) ci vediamo un filmetto, una cosa tranquilla. Considera che l’ultima volta che ho detto solo un filmetto sono rimasta incinta.-

-ma perché ti sei vista il filmetto con un cretino integrale, stasera siamo tutte ragazze, non rischi di rimanere incinta, ti prego, cena con noi, solo una pizza, una cosa tranquilla..-

-lo vedi? Lo vedi?- Alberta scende dolcemente dal tavolo e agita l’indice davanti al viso di Marina.

-cosa vedo?-

-ora le hai dette tutte e tre, le frasi!-

Marina lascia andare il suo bel viso ovale tra le mani e scuote disperatamente la testa –come faremo! la minaccia della maledizione adombra ora il nostro camm

ìino, e nulla più è sensato, nulla più è in luce, ma il male trama e ad ogni cosa muta il colore di modo che noi non possiamo più sapere se sia giusto o meno mangiare una pizza con le amiche.. Alberta – guardandola negli occhi e supplicandola con le mani –Alberta salvaci, il tuo cuore puro ancora conserva l’arbitrio e tu sola oh! colomba, oh migrante pennuta, potrai salvarci dalla condanna di andare a dormire più tardi di mezzanotte..-

-non è questo Marina, è che domani..-

-oh, sì, domani è il gran giorno giusto?- le risponde lei facendosi seria –domani è il gran giorno, già. Bene ma, non vedo motivo migliore per rischiare, quando rischi se non l’ultimo giorno della tua vecchia vita?-

-ok.-

-ok?-

-sì- le risponde sorridendo –ho detto ok.-

-grande allora.. uao! Fichissimo, mi hai stupita, Alberta. Favoloso. Quindi, nulla, fine, torno a studiare e tu, torna a fare quella cosa che stavi facendo. Così poi, arrivano loro e poi noi, ecco, ordiniamo le pizze e grande, fantastico. Torno a studiare.-

Quella cosa che stavo facendo, pensa Alberta, torno a fare quella cosa che stavo facendo. Così recupera la borsa dal divano all’ingresso, e imbocca il breve corridoio che porta alla sua stanza, seguita da Micio passo passo. Una dedizione che strazia il cuore, alla luce dei prossimi cambiamenti, dei quali momentaneamente non ci possiamo occupare, ma che rientrano nella vasta gamma degli atti che gli animali non possono razionalmente comprendere, ma per i quali si limitano a soffrire nel cuore.

 

Però noi ci appropinquiamo frettolosamente appresso ad orme più baldanzose, dietro cioè due paia di scarpe: tacchi, tacchi di pelle vecchia nera e rovinata, a stivaletto e con punta tonda, non eccessivamente alti ma non bassi abbastanza da non essere notati, e scarpe da ginnastica vecchiotte ma dignitose, ingrigite dalla polvere delle strade e con i lacci sporchi che strusciano a tratti sul pavimento lucido di un immenso supermercato luminoso e “freddo” dicono le scarpe da ginnastica.

-anche fuori è freddo- rispondono i tacchi.

-bè qui è più freddo- dice compita Vittoria guardando l’amica e toccandole con la punta delle dita i capelli mossi e biondi che circondano il viso appuntito.

-infatti scegliamo le birre e andiamo, io sono stanca.-

-vuoi dire scegliamo il vino- fa Vittoria aggrottando le folte sopracciglia scure.

-la birra-

-dovevamo prendere il vino-

-no Vittoria, la birra.-

-il vino.-

-ok, allora facciamo così, prendiamo sia la birra che il vino, va bene così?- le dice Chiara accondiscendente.

-dovevamo prendere il vino, dall’inizio dovevamo prendere il vino.-

-prenderemo tutt’e due, è ok così?-

-ok, allora prendiamo sia vino che birra.-

– è quello che ho detto!- ripete Chiara prendendo due confezioni da sei di budwaiser dallo scaffale.

-certo, prenderemo sia birre che vino, se vuoi anche le birre prendiamo anche le birre.-

-sei tu che vuoi anche il vino.-

-no, dovevamo prenderlo dall’inizio, il vino-

-ok, va bene- fa Chiara tirandosi indietro i capelli –sia birre che vino, ok?-

-certo sia birre che vino.-

-ok-

-ok- le fa eco Vittoria –sia birre che vino-

-va bene, senti Vi, piantala, sono stanca, è tutto a posto, volevi il vino e c’è, ci saranno anche le birre non è la fine del mondo, ora andiamo a prendere il vino e facciamola finita.-

Vittoria legge ad alta voce un’etichetta, cercando approvazione, e poi dice: è che mi stravolge questa cosa che sta succedendo Chiara.-

-che ne pensi di questo- fa lei porgendole una bottiglia, e poi, -non è la fine del mondo, non cambierà nulla.-

-cambierà tutto-

-non essere drammatica, non cambierà tutto. Non cambierà nulla. Vedrai, non cambierà nulla.-

-non sono drammatica io, capisci, non sono io, è la situazione che è drammatica, la situazione. Non io, la situazione.-

-allora cosa ne dovrebbe pensare Marina? Se tu stai messa così male cosa ne dovrebbe pensare Marina, che ci vive insieme?- Chiara mette stancamente tra le mani di Vittoria un’altra bottiglia di vino, riponendo quella precedente, scartata, sullo scaffale.

Dice:

-per lei sì, che la situazione è drammatica, dopo.. non lo so, quanti anni? E adesso.. be’ per lei sì che la situazione è drammatica. Invece, vedi, cioè.. l’hai sentita, è tranquilla, e se lei è tranquilla anche noi dobbiamo essere tranquille.-

-non credo che abbia diritto esclusivo di drammaticità solo perché ci vive insieme, ma se lo prendiamo rosso?-

-dico solo che non è il caso di farne un dramma, se Marina non ne sta facendo un dramma vuol dire che possiamo sopravvivere tutte quante alla cosa. Insomma, le cose cambiano, Vittoria, è normale. Le cose cambiano. E comunque, no prendiamone due bianchi se vuoi, ma non uno rosso-

-avevi detto che non sarebbe cambiato nulla, l’hai detto un minuto fa!-

-si dicono tante cose.. allora questo vino?-

-ma hai detto appena un minuto fa che non sarebbe cambiato nulla! Neanche un minuto fa!-

-vittoria, ti prego, scegliamo il vino e andiamo, ok?-

 

Volendo proseguire ad ascoltarle scopriremmo che entrambe rimangono raramente senza parole, benchè spesso evitino entrambe e volontariamente di dire la cosa giusta da dire. Ma per ovvie ragioni di spazio, e di tempo, che sono beni preziosi di cui nessuno mai ne ha abbastanza potremmo trovarci direttamente alla cassa del supermercato, in fila. In fila tra una coppia di trentenni che acquistano una quantità imbarazzante di yogurt e maionese, e un grasso barbuto anziano signore con pipa spenta retta tra le labbra carnose che tiene in braccio due bottiglie di coca cola. E qui con Chiara guardarci intensamente negli occhioni blu, fissi nello specchio di un espositore di calze e collant. Chiara ora si porta i capelli dietro le orecchie e piega con grazia il viso di lato, accompagnata da un’aria di Mozart alla radio.

-sai qual è il tuo problema Chiara?- le dice allora Vittoria

-io non ho problemi.-

-ci ho pensato ieri mentre ballavamo, quando volevi che io ballassi, e mi hai presa per mano e costretta ad alzarmi, per ballare insieme. Ho pensato, ok, è questo il problema di Chiara-

-scusa non capisco a quando ti riferisci.- dice lei senza guardarla.

-dico, quella volta che siamo state insieme a.. Dio mio, Chiara, non è questo il punto, ho capito il tuo problema, fammi finire..-

-se non so a quando ti riferisci non posso darti ragione o torto.-

-ho capito il tuo problema nella vita, chiaro no? Nella vita, non.. alla serata x o y, nella vita, il tuo problema di tutta una vita, chiaro?-

-ok, come ti pare Vi, basta che non ti fai venire una crisi.-

-ok, allora io… che stavo dicendo?-

-di.. una serata, mi sa.. ballare…-

-oh! Certo, chiaro allora.. “è questo il problema di Chiara”, penso io, questo: volevi che ballassi con te, volevi qualcuno che ballasse con te, ma volevi che lo facesse come volevi tu. Volevi che io ballassi come volevi tu, non come ballo io.  Insomma, mi hai fatta alzare e mi hai fatta ballare. Questo di solito, no, voglio dire, quando inviti qualcuno a ballare è perché vuoi.. diciamo ballare con lei, con, non servendoti di. Mi hai fatta ballare, e volevi che ti facessi girare, volevi che conducessi il ballo. Capisci, condurre il ballo, mi hai comunque dato..un ruolo. Mi hai dato un.. modo in cui dovevo essere, ma non è solo questo, perché volevi un cavaliere, e io l’ho capito questo. È ovvio, è naturale desiderare un cavaliere. Ecco e.. solo che a quel punto non riuscivamo a sincronizzarci, perché tu volevi un cavaliere, qualcuno che ti conducesse, qualcuno che ti facesse ballare. Volevi che io ti facessi ballare ma volevi che lo facessi come tu avevi deciso. Vuoi essere condotta, ma vuoi anche condurre che ti conduce. È un controsenso. È impossibile, da trovare quello che stai cercando. La capisci questa cosa? Chiaro no? Cioè, non vuoi affidarti all’altro? Qual è il problema? Vuoi che sia come nei tuoi sogni? Vuoi che.. insomma, volevi che io fossi come mi volevi e..-

e Chiara allora lascia finalmente se stessa da sola nello specchio e guarda Vittoria, la pelle aranciata e gli occhi nocciola di Vittoria, e dice –volevo essere capita.-

-una busta?- chiede la cassiera.

-no grazie- rispondono in coro.

 

Il ruolo è il fondamento della vita di ogni uomo e donna sulla terra. Il ruolo che si assume è il principio. C’è chi è in grado di assumere più di un ruolo, e chi no. C’è chi assume un ruolo semplice, o solamente un ruolo comune. C’è chi assume ruoli particolari. C’è chi organizza, c’è chi viene incaricato di comprare le birre. O il vino. C’è chi viene coinvolto. C’e chi apre a ventaglio i suoi capelli sulle spalle, ravvivandoli con le mani, dopo aver tirato via l’elastico che li teneva legati. Li sposta da una parte del collo, e infila sulla canottiera grigia di cotone una maglietta bianca a maniche lunghe, e poi si trucca le labbra di rosso, e vi infila il filtro di una sigaretta accesa, macchiandolo, espirando il fumo sullo specchio. Fumando riempie rapidamente la borsa delle sue cose e si sbatte pesantemente sulle spalle un giaccone marrone scuro, e tira il cappuccio sulla testa. Agguanta l’i-pod e seleziona una canzone, si infila le cuffie nelle orecchie cercando di “non fare casino” tra “capelli e orecchini e cazzi e mazzi”, sputa la gomma nel cestino e si rivolge un’ultima occhiata fumosa nello specchio dell’armadio. Poi spegne la luce ed esce, infila la porta di casa e in un baleno la vediamo camminare spedita per la strada già buia. Va a piedi, perché casa di Marina e Alberta è a due passi “casa di Marina e Alberta,” pensa, “casa di Marina. Ora è casa di Marina. Che cazzo. No, non sarà più la stessa cosa, ma forse non è più la stessa cosa da un sacco di tempo. Forse, vaffanculo, forse non è mai stata nessuna cosa del cazzo di nulla. Forse è sempre stato tutto nella mia testa. Fatto sta che stasera siamo qui no? E io lo sapevo che Alberta sarebbe rimasta a cena. Si deve solamente far pregare ogni volta. E ogni volta la dobbiamo pregare anche se sappiamo tutte che resterà a cena. È assurdo, che razza si storia. Lo sapevo dall’inizio io, che sarebbe rimasta a cena. Quello che non mi aspettavo è che avrebbe deciso di partire. Partire davvero. E partire è un po’ morire no? Partire è uno schifo. Prendi e vai, e là ti sdoppi. Qua rimani la persona di sempre, per noi sei quella di sempre, invece laggiù vivi una vita diversa, che ti cambia, che poi alla fine decidi di tenerti. Perché tornare indietro? Alla persona che eri? Perché dovrebbero tornare poi, tutti quanti? Non ha senso partire avendo nella testa l’idea di tornare. La chiamano esperienza. Esperienza. Come se qui non facessimo esperienza. Buongiorno a tutti, giovani d’oggi, si fa comunque l’esperienza. E Alberta, Alberta se ne va, così, come tutti gli altri. La odio già. Già non la conosco. Già non la capisco. Già la odio..”

 

 

 

E quando Marina le apre la porta Livia le odora i capelli e si chiede fra quanto esattamente anche lei deciderà di partire. Perché uno dopo l’altro sono partiti tutti. Sono partiti tutti e non sono più tornati. Una diaspora. E poi è il momento di abbracciare Alberta, e Livia pensa che questo non lo scorderà, anche se sa che invece lo dimenticherà, questo abbraccio che ora le sembra così fondamentale prolungare, lo dimenticherà nel giro di una settimana “del cazzo”.

 

-allora- dice –cosa combinate voi qui tutte sole?- sono in soggiorno, che non è mai stato così in ordine. Volenti o nolenti le occasioni speciali si portano dietro strascichi di piccole cose diverse dal solito. Si tenta di fare finta di niente, di comportarsi come se nulla stesse accadendo, ma c’è sempre un piccolo fiore fresco in un vaso da qualche parte, anche se a volte non ci è dato di vederlo.

-vuoi un bicchiere di vino?-

-grazie Marina-

-non siamo sole, ci sei tu- dice Alberta

-e presto invece sarai sola per davvero.-

-Alberta non sarà sola mai perché quando vorrà ci saremo noi ad aspettarla.- la zittisce Marina porgendole il bicchiere.

-allora ti accompagna lei in aereo porto? –

-mi ci accompagnano i miei.-

Marina siede e sorride –brindiamo?-

-io non sto festeggiando- le risponde Livia togliendosi le scarpe.

-mio Dio Livia!- sbotta Marina –non fargliene una colpa, stanno tutti partendo! Non prendertela con lei. Qua è uno schifo, lo sai. Insomma, non è mica un dispetto a te. Anche lei ha paura. –

-è questo il punto, stanno tutti partendo. Stanno tutti partendo, e così quaggiù nulla più ricomincerà a funzionare. Io non voglio brindare a questa cosa, a me mancherai Alberta, ma non mi va che.. non lo so. Non mi va che parti. Tutto qui.-

-è solo un lavoro. Non sarà..insomma, capisci no? Non è che starà via in eterno..cioè.. i lavori finiscono no? Non è per sempre, vero Alberta? Non è per sempre!- Marina.

-esatto, sono partiti tutti e poi non sono tornati più. Nico, non doveva stare via due anni? E Giulio. E Martina. Se ne vanno e là trovano qualcosa di meglio, o magari dimenticano. Si scordano. Si costringono ad adattarsi e poi si scordano di cosa è rimasto qui. Di chi è rimasto qui.- Livia.

-ci sono cose che non si possono scordare. È solo che conviene di più stare fuori. O andare, per un certo tempo, fuori.- Alberta.

-esatto! –fa Marina compiaciuta indicando Alberta –per un certo tempo.-

-come vi pare. Io so quello che ho vissuto, e voi teorizzate le cose che avete studiato.- Livia

-tu hai il trauma di Marco. È solo questo. Ma è stata una scelta tua. Potevi partire insieme a lui, andare in Francia con lui, e allora non sarebbe finita tra voi. Non è uguale per tutti.- Marina.

-sì,- le fa eco Alberta –ma perché non sei partita con lui?-

-perché io non voglio andare via. Io voglio restare a casa mia. Io ho qui la mia vita. E la vita non è un buon lavoro, o la laurea specialistica o qualunque ragione finisca per far partire tutti. La vita è la vita. Ed è qui la nostra vita, non sarà mai altrove. Anche se fa schifo. Anche se qui fa schifo. –

-la vita è dove la vivi.- Marina.

-comunque, -dice Alberta debolmente dopo un paio di secondi –io brinderei, lo stesso, così, per dare il via alla serata.-

-hai già fatto le valigie?- Livia

-ma dobbiamo necessariamente parlare di questo?- Marina.

Silenzio. Ognuna è attenta alle sfumature rossastre nel vino nero del proprio bicchiere.

-accendo la radio?- Marina.

-che avete cucinato?- Livia.

Marina accende la radio. I capelli scuri e molli come alghe le scendono in avanti, a coprirle il seno quando si allunga verso la piccola scatola nera, verso il pulsante grigio d’accensione. Ruota la radio, perché la musica si proietti verso tutte e tre, verso il centro della stanza.

–nulla- dice, e torna a fissare mesta il contenuto del suo bicchiere.

-nulla?- Livia. Alberta tossisce.

-no, nulla, ordiniamo una pizza, però ti prego Livia, non facciamone una questione, ok?-

-certo, certo non facciamone una questione, però scusa, potevate anche organizzare qualcosa di più.. carino.-

-la pizza è carina!- Alberta.

-la pizza è una specie di scorciatoia alimentare. Quando si organizza una cena la cena va preparata, non ordinata. Insomma, prima brindiamo e poi il massimo che si riesce a tirare fuori per il tuo ultimo giorno a Roma  è una cazzo di pizza di merda. Dai, su.. non è una cena, non mi chiedete di brindare.-

-piantiamola di parlare di questa cosa, è una serata come tutte le altre.- Marina

-non è una serata come tutte le altre Marina, come fai a dire una cosa del genere? non è una serata come tutte le altre, io non ho fatto altro che pensarci, oggi. E poi, mi date la pizza, ora che parti davvero non riusciremo più ad organizzare una cena come si deve, qua. Intanto rimaniamo quattro gatte nel vero cazzo di senso della cosa, e poi finiremo per ordinare cinese davanti alla tv.-

-non l’avete qua la tv.- Alberta.

-ma poi scusa,- scatta Marina piccata -chi credi che abbia cucinato tutte le volte che Alberta oganizzava una cena? Io, io cucinavo. Se cucinavo prima posso cucinare anche dopo.. cioè anche dopo la cosa, cioè la cosa di domani voglio dire, quindi sì, smettiamo di parlarne perché tanto io potrò continuare a cucinare, anche dopo, e non comprerò mai la tv.-

Silenzio. Livia scrolla le spalle e ravviva i capelli, Alberta lega i suoi in una disordinata cipolla,  strettissima e alta, e tira su le maniche della maglia. Dice: però stasera non hai cucinato.

-oh Cristo!- Marina.

-no, voglio dire- le fa Livia –scusa, se ci tengo alle formalità, scusami tanto se ci tenevo ad una cena insieme preparata seriamente, per questa volta. Scusa se penso che potevamo inventarci anche qualcosa…-

-hai parlato al plurale? No dico, hai parlato al plurale? Hai detto inventarci? Perché sai, non mi sembra che qualcuno qua dentro abbia mai cucinato al plurale, sai? No! Allora, inventarci in che senso visto che cucino io? Cucino sempre io? Non noi, io..-

-intanto non hai cucinato.-

-ma cosa ha che non va la pizza adesso? Cosa? –

-nulla, solo.. non hai cucinato comunque..-

-che cazzo di problema hai con la pizza?-

-no, dico, nulla, chiaro, la pizza. Perfetto.-

-bene.-

-però non hai cucinato.-

Marina si appunta pollice e indice alla base del setto nasale, tra le sopracciglia, indecisa se proseguire o no una conversazione senza uscita, giusto per perdere del tempo. Livia ripete: non hai cucinato no?

Alberta finisce il vino d’un colpo, e la situazione si sblocca con un trillo fastidioso,e Marina è già in piedi ad aprire la porta di casa, perché da basso hanno citofonato.

E quando salgono hanno già praticamente aperto il vino, hanno già combinato i posti a sedere, così come resteranno tutta la sera, hanno già brindato una, due volte. E si sono già scambiate complimenti per i capelli e il trucco e i vestiti, e a coppie miste hanno già parlottato di niente, come se davvero non fosse una serata diversa dalle altre. Marina accarezza Micio, e le padrone di casa hanno accolto le amiche in pigiama. La crisi della scelta della pizza di Vittoria è stata superata da un pezzo, -perché cazzo ogni volta che devi scegliere una pizza ci metti tre ore?- le ha detto Livia e lei ha risposto: Perché voi non mi aiutate mai, e pensate solo alle pizze vostre- e allora Chiara si è tirata i capelli da un lato della testa, e le si è avvicinata, viso a viso, e le ha detto:

-ok, allora, è solo una pizza, Vittoria chiaro? Solo una piazza, se ti fa sentire meglio ci dividiamo la tua pizza e la mia pizza, così tu  puoi mangiare due tipi di pizza, quindi, ora scegli la pizza che è solo una pizza, è chiaro?-

-sì davvero Vittoria – le ha detto Livia – è solo una cazzo di pizza, Cristo, se vuoi facciamo un terzo un terzo e un terzo. Come ti pare, ma devo dire a questo tipo che pizza vuoi, perché stiamo aspettando te, capisci? Quindi: che pizza vuoi?-

così Vittoria aveva scelto, con le buone e con le cattive insieme e Livia aveva seccamente riferito a chi, dall’altro capo del telefono, stava “aspettando loro”.

-è il loro lavoro comunque..- aveva detto Marina quando Livia aveva riagganciato.

-io a una come Vittoria la mandavo riccamente a quel paese.-

-e adesso?-

-adesso aspettiamo no? Ha detto quaranta minuti.-

-quaranta minuti? Come quaranta minuti? Ma praticamente una vita! Io ho fame.-

-senti Chiara- le risponde Livia –hai presente tutti quei buoni consigli che dai a Vittoria quando si incasina sulle pizze e sulle mollette per capelli? prova ripetertele nella testa, come un disco, sai no? Perché, sembri intelligente, ma poi te ne esci con queste stronzate che pare  tu pretenda che il mondo giri intorno a te-

 

 

E Marina ora è a gambe incrociate, seduta sul divano, la schiena curva poggiata ad un bracciolo, e beve una budwaiser guardando uno stupido collage fatto da Alberta, quattro anni prima quando insieme avevano preso quella casa piccola, e scomoda. Lontana dalla metro. Ma che costa poco, e che con il tempo era diventata casa loro, loro che erano peggio che sorelle ormai, e che si sostenevano a vicenda quando l’una o l’altra o entrambe provavano a smettere di fumare e che si consolavano quando non ci riuscivano. Quella casa dove erano arrivate ad un livello di intimità tale da passare intere giornate senza dirsi nulla, dove avevano mangiato in silenzio l’una accanto all’altra sedute al tavolo della cucina, con Micio di sotto, che abbracciava loro le caviglie nel suo percorso sinuoso alla ricerca di coccole. E in quella casa era successo di tutto, a volte anche troppo, proprio perché erano insieme e adesso.. ma il futuro per Marina in questo momento è un segnale disturbato, e oltre la serata e la notte che stanno passando insieme, l’ultima di questa vita insieme,non può, non vuole vedere nulla.

 

-dovremmo fare qualcosa di più fico che aspettare una pizza e sbronzarci.- Chiara.

-qualcosa tipo?- Vittoria.

-qualcosa di più fico.- Chiara.

-a me piace sbronzarmi ragazze.- Marina

-qualcosa come drogarci- Livia.

-nessuno si droga più ormai, non è più fico.- Marina.

-si ma, in realtà, anche se fosse fico, non mi andrebbe comunque, anche a me piace sbronzarmi.- Livia, e brindano.

-no, volevo dire qualcosa come.. non lo so, qualcosa come uscire e stare tra la gente.- Chiara

-così ci saremmo stancate oltre che annoiate e sbronzate.- Vittoria

-io non sono proprio in vena.- Alberta

-tu non eri in vena neanche della cena, ma io lo sapevo, che saresti rimasta, alla fine. –Livia

-anche se è solo una pizza.- Alberta

-che non arriva. Io sto morendo di fame.-Chiara

-io non me la prenderei così per questa cosa della pizza Livia, voglio dire: va bene, volevi una cosa più sofisticata, tipo che ne so.. seppie e risotto di scampi o stronzate simili. Pazienza. non si può avere tutto quello che si vuole, avrei potuto non invitarti-Marina

-non ho capito perché se Vittoria si mette a fare la bambina state tutte là a consolarla e mentre se io chiedo una cosa mi dovete dare contro.- Livia.

-io non faccio la bambina.- Vittoria.

-lo sei-

-seppie e risotto di scampi non è una cosa, cioè, è qualcosa.- Chiara

-non ho chiesto mica seppie e risotto di scampi.- Livia.

-io non faccio la bambina. – Vittoria.

-come ti pare Vi, non è questo il punto, io non ho chiesto risotto e seppie, o chiesto qualcosa che non sia la pizza.- Livia.

-ok non ci andava di cucinare. Va bene così? La prossima volta che ho intenzione di ordinare una pizza non ti chiamo neppure, va bene?- Marina.

-vaffanculo. Se ti va di capire capisci.-

-ok- dice ora Vittoria –sentite questa: io ho trovato un modo praticamente certo per capire se un tipo ce l’ha grosso prima di perdere tempo andandoci a letto. – Vittoria.

-ma è assurdo.- Alberta.

-lo so, sono un genio infatti.-

-no, dico, è assurdo, come fai veramente a pensare a queste cose?- Alberta.

-stai zitta Alberta, a me interessa.- Livia.

-ok allora: prendiamo come base la situazione in cui siete intrigati l’uno dall’altro, ok? E quindi bene! Vi girate intorno e vi piacete, e siete anche usciti e ci sono gli sguardi e tutte le puttanate di sorta. A quel punto però c’è la crisi dello stallo, situazione bloccata. E tu aspetti che lui faccia qualcosa ma lui è carino e non fa un cazzo per ingranare. Allora magari cominci a chiederti ok, non gli piaccio, o cose così. E non sai mai se provarci tu, o simili. Insomma, quando ti rifila la prima mossa, e lui sta sempre ad un attimo dal farla. Allora ce l’ha piccolo. Oppure non lo sa usare, o entrambe. Ma comunque non vale la pena.-

-oh Cristo,aspetta, sto pensando alle mie situazioni.- Livia.

-cioè, se non ci prova allora ce l’ha piccolo?- Marina.

-è scandaloso. State fuori. È ridicolo che tu teorizzi queste cose!- Alberta.

-calma, detta così sembra una cazzata.-Vittoria.

-no, ma infatti non mi è chiaro, ma a me interessa, quindi scusa ma devi ricominciare.- Livia

-quale parte non ti è chiara?- Vittoria.

-Aspetta Vi, glielo spiego io- la interrompe Marina. –è semplice Livia: hai presente Luigi? Vi siete girati intorno per una vita, o pensa solo a quanto vi ho rotto per quel tipo, Alessio. Qual era il problema con loro? e solo per dirne un paio perché i ragazzi così sono una cifra.. era che stavate da soli a casa, e ormai era chiaro che… insomma che vi piacevate, c’era solo l’imbarazzo della prima mossa no? E poi quando hai finito per farla tu cosa hai trovato? Nulla! È questo il punto. Un mini pisello e una scopata del cazzo.-

-fantastico- dice Livia estasiata.

-non posso credere che stiamo parlando di questo.-Alberta.

-è così ragazze, non si scappa- prosegue Vittoria. –ripensate un attimo alle situazioni del genere, è così! Non è il naso non è l’altezza. Non sono le mani. È l’atteggiamento nei confronti del sesso. E dopo che l’ho pensato ho detto: ma è ovvio! Quando lui ci prova è come se stesse dicendo: ok, non te ne pentirai, mi ti offro perché so di valere. Quelli impediti o che ce l’hanno piccolo cercano di rimandare a oltranza il momento della verità, e così quando ti sei stufata finisci per fare la prima mossa. Possono sembrare perfetti, ma se rimangono ad aspettare che tu ti muova non c’è scampo. Ce l’hanno piccolo.-

Dopo qualche secondo di silenzio contemplativo, durante il quale sembra che la spietata teoria di Vittoria aleggi nell’aria sopra le teste delle ragazze suona il citofono “finalmente”, e Marina si alza e va ad aprire.

Vittoria si accoscia gongolante –e anche se fanno i simpatici, e se ne stanno là a saltellarti intorno e sembrano sicuri di sé stessi.. uguale, stesso principio.. se poi non arrivano mai al punto ce l’hanno piccolo.-

-però scusa- chiede Livia a Vittoria grattandosi la testa –non è detto che se ce l‘ha piccolo le cose poi non vadano.-

-a Livia piacciono i cazzettini..- Chiara

-dai Chià, dico davvero, è una teoria fica, ma questo non torna. Leo non ce l’aveva gigante, ma a me piaceva. –Livia.

-ok, Liv, non è questo il punto- le risponde Vittoria –ti possono anche piacere i cazzi piccoli, ma devono funzionare.-

-non ho detto che mi piacciono i cazzi piccoli!-

-tra le righe l’hai detto, ti piacciono i cazzi a tappo…- Chiara.

-non mi piacciono i cazzi a tappo!- Livia.

-però sembra proprio che tu abbia detto qualcosa di simile- Chiara.

-hey, occhi di cerbiatto, a me non piacciono i cazzi a tappo!- Livia.

-Dai su!- interviene Marina rientrando in soggiorno, ammonendo Livia,  pericolosamente proiettata verso l’espressione divertita di Chiara -ora non vorrete discutere su questa stronzata, il punto non sono i gusti di Livia-

-no, infatti. ok! Ragazze tempo! Pausa! – fa Vittoria prendendo la pizza che Marina le porge -Questa è una teoria seria. L’ho messa in piedi come una sciocchezza, ma è un principio geniale. Possono anche averlo di dimensioni medie e dignitose, ma se non lo sanno usare è un casino uguale no? Bene! La mia teoria dà conto di tutte le sfumature. È proporzionale la tranquillità che un ragazzo mette nell’approccio fisico con una ragazza con la fiducia che ha nelle sue prestazioni sessuali. Questa fiducia è spesso correlata legata, all’esperienza, chiaro no? Allora: più accreditato da esperienze positive è il suo rapporto con il sesso più sarà naturale e privo di imbarazzo l’approccio fisico. Ora, se lui c’è l’ha piccolo, ma ha imparato ad usarlo, e si sente sicuro delle sue prestazioni allora non avrà nessun problema ad approcciare e mostrarsi per quello che è. È la ritrosia il problema, la ritrosia che non è timidezza, è un complesso.-

le cinque mangiano la pizza in silenzio. Vittoria con evidente soddisfazione.

-io ho gli occhi azzurri- dice Chiara –i cerbiatti li hanno marroni.-

-no, scusa, è assurdo! È un argomento..grottesco!- Alberta sbatte le palpebre dei lunghi occhi rivolgendosi a Vittoria,

-come fai a pensare a queste cose? come ti viene?-

-te l’ho detto no? sono un genio!- risponde lei.

-ma perché Alberta, pensaci!- le risponde Chiara –invece è perfettamente logico, rifletterci su. Con questa idea nella testa potremmo evitarci un sacco di perdite di tempo..Cioè.. è una questione economica.. tipo le offerte del supermercato. Scegli ciò che è più conveniente. Pensa quanto tempo perdi ogni volta che trovi uno che non sa scopare, intanto ci hai messo tutta l’aspettativa, se la teoria di Vittoria è giusta.. hai anche fatto la prima mossa. Poi gli hai dedicato tutto il tempo di sguardi eccetera, poi arrivi al dunque ed è una delusione. E poi devi anche scaricarlo e non sai come dirglielo. Pensa a quante scopate da paura potresti farti nel frattempo.- Chiara.

-la mia teoria è giusta, va solo testata, per questo l’ho condivisa.- Vittoria

-è questo quello a cui pensate voi, a farvi delle “scopate da paura”?- Alberta.

-non possiamo mica pensare sempre solo al fatto cha parti domani no?- dicendo questo Livia si tira indietro i capelli, che rischiava di inzuppare nella mozzarella unta della sua pizza.

-perché dobbiamo tirare fuori questa storia in continuazione?- Marina.

-sì, non parliamo di questo.- Vittoria.

-non parliamo di questo, non parliamo di sesso, non parliamo di.. di cosa dovremmo parlare?-

-giusto ok, facciamo finta di nulla. Allora ci vediamo per cena anche domani? Dai tutte e cinque, oh! No, quattro scusate, perché Alberta sarà in America..-

-per favore Livia, ok, è vero. Vado in America, parto domani. Possiamo sempre scriverci, e basta. Non è un dramma. Non è un dramma completo. – Alberta.

-no che non possiamo scriverci.- Livia.

-io ti scriverò.- Alberta.

-io non leggo.-

-cosa significa io non leggo?- Marina.

-uso skype se vuoi, ma non leggo.- Livia.

-ma che cazzo di discorso è? Che significa non leggo? Che problemi hai?-

-non ho pazienza.-

-mica ci vuole la pazienza per leggere, Livia, piantala.- Chiara, che si è tolta i tacchi e combatte contro una piccola macchia d’olio, inzuppando nell’acqua un angolo di tovagliolo.

-ok, non mi va. Voi avete scelto di studiare un milione di libri all’università e a me non va. Io uso skype, non ho voglia di perdere tempo a leggere. Ok? Non mi va è basta.-

-Livia, Alberta parte domani, vuole solo che tu le dica: sì, ok, ci scriviamo..- Vittoria.

-la piantiamo con tutto questo parlare di Alberta che parte domani?- Marina.

-non c’è più birra- Livia.

-dì là un paio ne sono rimaste, credo.. –Marina.

-questa è vuota- Vittoria guarda Livia scuotendo un bottiglia da trentatré nella quale è rimasto un rimasuglio di schiuma.

-grazie per la precisazione, io non mi alzo..- Livia.

-mio fratello ha una nuova ragazza.- Chiara.

-aprite una bottiglia di vino- Alberta.

-e com’è?- Vittoria.

-non saprei.- le risponde lei prendendo un cavatappi –non mi convince.-

-sì ma tipo?- Livia.

-tipo che non dice una parola.-

-io sono perdutamente innamorata di tuo fratello.- Livia

-sì voglio dire… abbiamo fatto colazione insieme l’altro ieri e non abbiamo parlato di un cazzo.- Chiara.

-tu e tuo fratello?-

-io e la sua nuova ragazza-

-ma sti cazzi no?-

-sto parlando d’altro, non va bene nemmeno questo?-

-non è che tu sia una persona facile.- Livia.

-che vuoi dire con questo scusa?-

-non metti troppo le persone a loro agio comunque no?- Livia di schiarisce la voce –comunque se fossi la ragazza di tuo fratello saresti il mio incubo.. insomma sei.. non so… aggressiva..-

-una cifra aggressiva- Vittoria.

-no scusa, ora mi dici quando mai con te sono stata aggressiva!-

-no ma infatti non con lei, è il resto del mondo che ti crea dei problemi sembrerebbe.- Livia.

-andate al diavolo, non sono aggressiva..Marina scusa tu mi trovi aggressiva?-

-cioè ecco, non direi proprio aggressiva, è più che non metti la gente a suo agio il più delle volte..-

-esatto, esatto, è quello che ho detto io..- Livia.

-io so benissimo come mettere le persone a proprio agio, solo che non mi va di farlo.- Chiara.

-questo significa essere aggressiva- Livia.

-non è vero! Non è vero!- salta su Chiara.

-si che è vero!-

-no, non è vero!-

-diciamo che forse è un po’ di prepotenza la tua..- Vittoria.

-e presunzione- Marina

-bene ragazze, grazie a tutte..-  dice Chiara bevendo un sorso di vino –se c’è qualcuno di aggressivo qui sei tu Livia.-

-io non sono aggressiva, io ho sempre ragione e lo so, il mio atteggiamento è una conseguenza di questo..-

-ma per favore… -Chiara alza gli occhi al cielo riempiendole il bicchiere.

 

E Alberta? Alberta dovrebbe essere –è –la nostra protagonista, la ragazza di cui abbiamo spiato il risveglio, e della cui ultima sera a Roma siamo i testimoni, ma non parla, sorride, ma non interviene. Accoccolata sulla poltrona blu scuro, avvolta dalla lunga camicia da notte, il viso tra le mani volto alle amiche. Ma non sta più ascoltando da un pezzo, ormai. La testa pende leggermente di lato, e la crocchia si è allentata, e pensa. Alla sua università. Perché sì, tutte loro tranne, Livia, avevano scelto di studiare. Scelto di dedicarsi anima e corpo allo studio per “il tempo che ci vuole” a finire l’università. Scelto nonostante la totale assenza di certezze di dedicarsi alla laurea di prendere “quel maledetto pezzo di carta” finalmente. Per che cosa? Non per il lavoro, per se stesse. Alberta soprattutto l’aveva scelto per sé stessa. E poi? Poi volare via. Dove? Fuori. Era quello che tutti rispondevano. Studio per prendere finalmente quel maledetto pezzo di carta e andarmene. Andare via. Fuori. Ma lei non aveva cominciato così. Lei aveva creduto di restare, di essere differente forse, forse di essere più forte. Aveva creduto che le certezze non le sarebbero mai interessate. E poi di fronte ad Alberta, subito dopo la laurea si era aperta l’opportunità che tutti vorrebbero. Un lavoro pagato, e bene, sicuro, in America. Tutti la vorrebbero tranne lei. Ma forse non era così diversa e così forte come pensava di essere. E quella certezza, quella certezza incerta, lontana da casa e dalle amiche, le sembra un incubo. Ma aveva scelto quello che tutti avrebbero scelto al posto suo. Ed è da quando ha deciso che pensa. Non fa altro che pensare, e girellare per i suoi luoghi dell’anima. Per la città. Pensa ai muri con l’intonaco scrostato delle classi dell’università, se ne costruisce attorno l’atmosfera, e vede il cielo e il sole fuori, la mattina quando sei troppo stanca per stare ad ascoltare la lezione. E poi il prato, il parco che circonda l’edificio che tanto la emozionava all’inizio e l’avviliva quando vi entrava, gli ultimi giorni, prossima alla laurea, a quel traguardo che meno di tutte loro voleva raggiungere e che suo malgrado aveva raggiunto per prima. Pensa a tutte quelle serate passate in giro, a infilarsi dove le vie sono più strette, e i palazzi, sopra la tua testa sembrano quasi toccarsi, il cielo nero è ridotto ad una striscia lunga e profonda, e gli schiamazzi della gente che fa baldoria nelle piazze sembrano lontani, ma sempre troppo vicini per nascondersi proprio là a fare pipì, e a Chiara e Marina che la spronano dicendole “chi vuoi che ci passi, per di qua?” . ma lei si vergogna. È pudica, come le dice Marina, che saltella nuda per casa la mattina, e che quando la vede coprirsi il seno ride di lei. Ma è fatta così e così l’hanno accettata. E così stanno accettando che parta. Loro e sua madre. Sua madre che da due anni, dopo tanto tempo, non è più sola,che ha trasformato la sua vecchia stanza in un piccolo studio, che si è trovata un uomo, che ama e che la ama. E la casa dove vivevano insieme, prima. La casa dove è cresciuta, della quale pensava non avrebbe mai dimenticato nemmeno una mattonella, e nella quale invece già fatica a trovare gli interruttori a volte. la finestrella della cucina, così piccola, affacciata su di un giardino interno silenzioso e buio. E il suo primo gatto, morto nascosto sotto il divano, dove l’aveva trovato una mattina, a sedici anni, un gatto molto amato, che era stato pianto da madre e figlia quanto un essere umano. E pensa a suo padre, ai vaghi ricordi che di lui conserva. Ricordi confusi, rigidi, surreali come una vecchia foto. Un padre che credeva deceduto nell’impavida battaglia contro una tigre della Malesia, e che aveva invece scoperto essere un vigliacco, fuggito via di casa quando lei era ancora piccola. Ma non le era mancato, perché sua madre aveva fatto per entrambi, e perciò alla vita in fondo non deve rimproveri, Alberta, perché tutto quello che a perso all’inizio sente di averlo poi, in un modo o nell’altro, ritrovato strada facendo.

Ora odora i propri polsi, e si concentra sulla sua pelle, quasi del tutto trasparente in quel punto, dove può vedere le vene bluastre svanire nella carne dell’avambraccio, un attimo più sotto. E riacquista il senso di dove si trova, e la conversazione è andata avanti senza di lei.

-per cui dici di testarla…- Chiara

-sì, esatto-  replica Vittoria masticando –quando vi trovate con un ragazzo, quando vi trovate al dunque, dovete far caso se la cosa funziona, cioè tipo: vi tenete a mente chi e come ci ha dovuto provare con l’altro e poi valutate come fa sesso, e poi facciamo di nuovo tutte insieme una media.-

-ma scusa, quindi secondo te non dovrei scopare con Mauro perché tanto ce l’ha piccolo, oppure non sa scopare?- Marina

-sì, cioè, no, tu lo devi fare lo stesso, perché la teoria va testata, ma io sono quasi certa che non sappia scopare e che ce l’abbia piccolo..-

-è stata una stronzata- Alberta.

-sì infatti perché dovrei scoparmi uno che non sa scopare solo per testare la tua teoria scusa…- Marina.

Alberta scuote la testa. –no, intendevo…cioè anche, ma volevo dire…è stata una stronzata questa serata d’addio. Non ce la farò a salutarvi.-

-non è una cena d’addio, perché non dobbiamo dirci addio. Cristo santo! Smettiamo di parlarne!- grida quasi Marina sbalordita guardando Alberta.

-io non potrei mai dirti addio- Vittoria.

-sì, ma non è questo è che…non mi va, non ho voglia di finire a piangere stasera, non voglio di stare qui seduta con voi, e chiacchierare eccetera, e avere nella testa questa cosa che domani parto. È terribile.-

-infatti dovremmo evitare di parlarne- Marina.

-no, ascolta Alberta,- Chiara le prende le mani -non c’è nulla di diverso. Non ci sarà nulla di diverso. Sarai solo in un altro posto domani. Ma oggi sei qui e tutto è come sempre. Siamo solo noi, siamo solo noi cinque come è sempre stato. Con una pizza, e una birra..-

-e il vino- la interrompe Vittoria

-sì, esatto, con la birra, e il vino. A casa tua, casa tua e di Marina, e non deve esistere nient’altro adesso. Le tue amiche, la pizza. Una serata tranquilla, come sempre, che prima non vuoi restare e poi invece ti troviamo qui, e finisci per non andare da tua madre. È una serata come tutte le altre, è questa la verità. Quello che la rende diversa è solo nella tua testa. Perché non puoi stare a pensare al futuro, o al passato. Perché non esistono. Esiste solo adesso. E quando verrà il momento di salutarci esisterà solo quel momento. Ma non prima di allora. Per cui adesso smetti di pensarci. Noi saremo sempre noi, saremo sempre noi ogni volta che ci troveremo a casa di Marina, e tua, o dovunque, a mangiare una pizza e bere birra. E vino. Ok?-

-ok- annuisce Alberta.

-e poi- le dice Vittoria –farai meglio ad ascoltare la mia teoria se non vuoi finire a letto con ragazzini indegni in America. Dico sul serio.-

-visto? Non sono aggressiva!- Chiara.

-quando ti pare..- Livia.

-ma voi non mi prendete sul serio perché ho i capelli ricci?- Vittoria.

Una massa gigantesca di riccioli nodosi e gonfi. Morbidi e aggrovigliati in un milione di cavatappi elastici.

-io ti prendo sul serio- Marina.

-io ti prendo sul serio quando dici cose sensate.- Livia

-che c’entrano i capelli?- Alberta, tirandole una ciocca fino ad allisciarla per poi cederla tornare alla sua normale forma ricciuta quando la lascia.

-non so, ho il complesso.- Vittoria

-che significa, che complesso? –

-tipo che visto che ho i capelli ricci la gente non mi prende sul serio quando parlo e dico cose.-

-guarda che se la gente non ti prende sul serio non è per i capelli.- Livia

-come cazzo ti è venuta questa idea?- Marina.

-io adoro i tuoi capelli- Alberta.

-non lo so, una tipa in biblioteca ha detto che ero coraggiosa a portarli così ricci, perché secondo lei tutti quei capelli intorno alla testa fanno sembrare le ragazze un po’ deficienti..-

-ma sta fuori..- Livia

-io ho i capelli ricci, e la gente mi prende molto sul serio- Chiara

-tu li hai mossi- Marina.

-forse lei è deficiente, per questo la gente non la prende sul serio.- Livia

-a me piace lei.- Vittoria

-ma soprattutto tu dici cose poco serie, non è che sembrano poco serie perché hai i capelli ricci- Livia.

-la teoria delle scopate sicure ti interessava però- Vittoria

-a me i tuoi capelli fanno pensare a “la macchia umana”, per questo mi piacciono.- Alberta

-a che?- Livia

-a un libro di Philip Roth-

-mi dispiace non leggo- Livia accendendosi una sigaretta.

-Questo discorso è idiota Livia- Marina

-sì, il tuo candore culturale è disarmante..- Chiara

-ti chiedi perché dico che sei aggressiva? Guarda! Guardati! Stai sogghignando..-

-ti sto prendendo in giro, devo sogghignare!- Chiara

-e poi, Philip Roth è fantastico, lo devi leggere, devi fare un’eccezione… ti stai togliendo un’esperienza, davvero…- Alberta

-è uguale, non mi interessa…-

e forse in fondo è vero che è uguale. È uguale quello che si diranno a quello che si sono dette, finiranno il vino, mentre le pizze le hanno già finite, e hanno impilato i cartoni sul tavolo, e continuano a bere e fumare, sazie e beate. Chiara abbandonata su Vittoria, e accanto a loro sul divano più grande Marina, mentre Livia è sdraiata sul divano piccolo, quello viola sbiadito, che Marina ha ereditato dai suoi, e Alberta sulla poltrona, i capelli sciolti ora e scarruffati come un piccolo nido sulla sua testa e sulle spalle. Un nido di paglia biondastra, che lei mai è riuscita a domare. E Micio che si aggira per la stanza, rincorrendo a tratti le ombre, tentando agguati ai piedi di Livia, che pencolano dal bracciolo verso il pavimento e che lei agita per farlo divertire. Ed è così che arriva mezzanotte, ed è Vittoria la prima ad alzarsi, e le altre due la seguono lente, ed ora arriva il momento che tutte e cinque si erano scordate di stare aspettando. E i saluti non sono così drammatici, tutte stringono a turno Alberta, e lei sprofonda il viso nei capelli di Vittoria, e stringe a sé la vita sottile di Chiara, mentre Livia la bacia piano, e poi la abbraccia forte, e quando infine si ritrae la lascia senza fiato. E quando la porta si chiude Marina e Alberta sentono le amiche allegre scendere le scale, e “fare casino” ma “tanto è appena mezzanotte”. E ora sono sole, e tornano in soggiorno, ma non c’è neanche la scusa di mettere a posto, per passare un altro po’ di tempo insieme, perché, come Marina aveva promesso, di casino c’è né poco, e cartoni e bottiglie si possono buttare domattina.

-senti,- le dice Alberta –io vorrei che tu provassi a ricordarti di me, di quello che abbiamo passato qui..-

-sei impazzita Alberta?-

-no, davvero, io credo che non sia chi parta, a dimenticare. Credo che sia chi resta, che dimentica.-

-no dai, Alberta ti prego, io guarda dei discorsi così proprio non sono il tipo.. lo sai no.. pure quando è morta tua nonna io..- Marina cerca di svicolare, di divincolarsi.

-no! Ora invece ne parliamo. Io lo so che alla fine si dimentica. E non mi illudo nemmeno di essere diversa, di tornare, se non l’hanno fatto gli altri, perché dovrei tornare io?-

-dai Alberta, per favore su, che c’entrano gli altri ora?-

-nulla, voglio solo che tu me lo dica, che mi penserai, ogni tanto, e che tu la pianti di fare finta di nulla- Alberta sorride.

-Albè, ora te lo dico, perché mi stai scocciando, io non ho bisogno di pensarti ogni tanto, perché non ti posso dimenticare. Non posso perché per me ormai sei come una cicatrice sulla pelle.-

-ma tu pensami uguale, ok? Che a volte le cicatrici si riassorbono, e anche la pelle alle lunghe dimentica.. –

-e ok, ma io cicatrizzo male va bene? La mia pelle non dimentica..-

-ma che vuol dire, e non guardare su, guarda me.-

-non è che guardo su! È che mi tieni qui a fare i giuramenti.. che vuol dire.. vuol dire che io cicatrizzo male, che mi rimangono le cicatrici.. e la mia pelle non dimentica, come i tatuaggi, hai presente no? Tipo così..-

-ok.-

Si trovano l’una di fronte all’altra, in piedi, fuori dalla porta del soggiorno, quella che segna la metà precisa del corridoio, alle cui estremità si trovano le camere. Si sono dette tutto, si sono, a modo loro, giurate amore eterno. E  adesso esitano,  ma è il momento di separarsi.

-bene, -comincia Marina, totalmente in preda all’imbarazzo –allora ok, cioè..andiamo a dormire che tu domani… devi svegliarti presto ecco.-

-sì, ma, non è stata una serata pesante dopotutto.-

-eh ma infatti…insomma, io te l’avevo detto che sarebbe stata davvero una serata tranquilla no? Cioè.. è ancora presto..insomma, lo so che devi risposare, ma dico addirittura! Cioè capito, addirittura abbiamo fatto presto…- Marina si incarta, zoppica.

-è un’eccezione che conferma la regola, però perché ti assicuro che tutte le altre volte che..-

-no, ma infatti, cioè lo so.. capito.. però, era per dire no?comunque adesso va be’, andiamo a dormire e fine, cioè pure se è presto capito, così poi tu…domani insomma, sei ok la mattina ,giusto, per cui ecco..buonanotte.- conclude Marina

-sì, buonanotte. Cioè.. anche se l’ultima sera potremmo pure dormire insieme..-

-Eh! Ma lo sai che ci stavo pensando? No davvero, è fantastico, Uao! Stavo pensando proprio a questo..incredibile.. sì bene, allora.. no perché io sai…io ci avrei pure una cannetta…ma piccola.. no! Lo so, non è che dobbiamo fare tardi, ma in fondo, una cannetta cioè, alla fine ora più ora meno…-

-sì, sì certo. Una canna si può fare…-

-basta che non ti metti a piangere Albè che lo sai che io… non è proprio cosa con me no?-

-no, ma poi non mi va, però… potremmo vederci un film, se ne hai voglia, giusto per distrarci..-

-ma dai! No, ma è incredibile, cioè mi leggi nel pensiero.. ti giuro che ci stavo pensando… è pazzesco..grande.. cioè e sai cosa anche? io sarei pure…non lo eh.. io te la butto lì ma se poi.. cioè insomma.. pure fame no? Ci sarebbe quel gelato che… che pure la panna spray c’è..-

-e dai cazzo, allora facciamo canna-gelato-film..-

-grande.. non davvero è da paura, perché io non mi andava proprio di andare a dormire con l’amaro in bocca…-

e così Marina le mette un braccio intorno alle spalle, continuando a balbettare, e la porta con sè in camera, ma noi ora, ora che chiudono la porta, le lasciamo sole, loro due e Micio, a passare insieme la nottata, che ultima sera o meno,vale senz’altro la pena di godersela in pace.

Chiara Silvani

Chiarasilvani@gmail.com

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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