Alan Price/Attorno&Dintorno. Tre sorelle.

Attorno&Dintorno

 

Alan Price.

Decisamente sovrappeso. Fuori allenamento. Piegato in ginocchio su di un cespuglio di rose gialle nel suo giardino. Le mani fasciate dai guanti sporchi di terra, spessi. Guanti da giardino. Verdi e bianco sporco. Coglie una rosa gialla e rimane ad osservarla. Volge lo sguardo alla strada quando la macchina imbocca il vialetto. Il motore si spegne, e Attorno, dentro, ancora seduto al posto di guida, si toglie di dosso gli occhiali da sole.

Difficile rivedersi dopo così tanto tempo. Price si alza in piedi. I pantaloni sporchi di terra. Difficile vedere la propria vecchiaia l’uno nell’altro. Sua moglie Giulia appare sulla porta di casa. Pulendosi le mani in uno strofinaccio da cucina. Guarda la macchina e poi il marito. Un’espressione di disappunto le si dipinge sul viso quando riconosce Attorno, nonostante il tempo passato il suo modo di muoversi non è cambiato affatto. Sorridendo chiude la portiera della macchina. Giulia rientra in casa in uno sbattere di porte. Price va incontro al suo ex-principale.

Seduti in soggiorno, le ampie finestre inondano la sala di luce. Giulia come sempre è stata cortese e accogliente. Attorno si infila in bocca un altro biscotto al burro e cereali.

-Laure, sposata Valente- dice. Fotografie, copie di documenti, tutto quel che Attorno è riuscito a raggranellare su Laure Valente è ora sparso sul tavolo basso del salone. La cartellina di un cupo azzurro polvere che Price tiene sulle ginocchia è vuota, e non sembra esserci una storia su cui lavorare. Aggrotta le folte sopraciglia grigie, ispide e pronunciate, e con i suoi occhi scuri e grandi, quasi tondi, guarda Attorno bere del tè.

-leggo i giornali. Un caso aperto e chiuso-

-certo, ma io non sono della polizia, ricordi?-

Come dimenticarlo, si dice Price quasi ringhiando, la gola che gratta il catarro di una vita da fumatore. Ha smesso.

-Laure Valente- sussurra.

-e cosa non ti tornava, campione, quando hai letto sul giornale questa storia?- chiede Attorno.

-Il modo in cui il marito l’ha uccisa, non sembra passionale, non sembra affettivo. Non so, un colpo alla nuca..direi quasi..-

-Si tratta di un’esecuzione- li interrompe Giulia –un foro sulla nuca, e ora che vedo le foto, è chiaro che fosse in ginocchio quando le hanno sparato-

Esatto. Un’esecuzione. Ecco che tipo di donna era, sua moglie. Silenziosa fumava le sue sigarette sottili acciambellata sul divano, smilza, alta, quasi sproporzionata, con una grande bocca definita e gli occhi lunghi, i tratti nordici, le orecchie vagamente sporgenti. ascoltava i loro discorsi distrattamente ma aveva la stessa anima curiosa che aveva costretto suo marito da prima in polizia, e successivamente con grande sgomento dei suoi colleghi all’agenzia di investigazioni private Attorno&Dintorno diretta da Vincenzo Attorno.

-Precisamente, Giulia, un’esecuzione-  Attorno soddisfatto esalando volute di fumo.

Era comparsa dal nulla. Una notte. Lui teneva aperta la libreria spesso e volentieri anche dopo le nove di sera. Non c’era una famiglia con cui sedere a tavola per cena. Solo il gatto, pigro e grasso, che dormiva sulla scrivania tra i libri impolverati.

Stefano Valente cenava distrattamente con del pane e del salmone, delle olive, bevendo vino. Leggendo libri. E lei era entrata. Era entrata nella libreria una notte, alla ricerca di un luogo dove rifugiarsi, dove nascondersi. E non ne era più uscita. Nascondersi da chi, o da che cosa? domande dimenticate da troppo tempo. Non aveva con sé documenti, o vestiti. Nulla. Solo quel volto affilato, i suoi capelli scuri a farne risaltare il pallore austero. E i grandi occhi azzurri che non potevano far altro che muovere a compassione. Avevano mosso a compassione suo padre. I suoi occhi azzurri che nel tempo di una notte erano diventati glaciali, seducenti e nobili come dovevano essere sempre stati.

Insieme erano stati felici. Ma quel passato immerso nella nebbia, che affiorava a volte nello  sguardo assente di lei, era rimasto dimenticato troppo a lungo.

Vedendo la foto sul giornale era rimasto di sasso. Fortunatamente il caso era già stato archiviato come un omicidio-suicidio. Un libraio che va fuori di testa, ammazza la moglie e si punta la pistola alla testa. Un paio di telefonate a chi di dovere avevano confermato ciò che c’era scritto nell’articolo. Le indagini erano state chiuse. Ma sua figlia doveva sparire finchè lui non avesse trovato i colpevoli, finchè non si fosse sentito al sicuro cancellando ogni traccia che avrebbe potuto ricollegarlo a Laure. Sapeva che quella storia poteva emergere, in qualsiasi momento e investirlo come un’onda. Non si era lasciato prendere dall’agitazione, non poteva, doveva pensare a Clarisse, a farla scomparire. Da sempre conviveva con il terrore sordo che le scelte fatte quarant’anni prima l’avrebbero potuto distruggere, ora che i tempi erano cambiati. Ma non sarebbe successo.

-Decisamente sì, sembra che sia stata giustiziata- Price guarda le foto –continuo a chiedermi cosa tu sia venuto a fare qui-

Attorno pulisce i piccoli occhiali tondi. Il volto grasso ben sbarbato. Il tempo non è stato clemente con lui, accanito fumatore ed appassionato bevitore porta addosso i segni delle notti brave della sua gioventù. Esattamente come Price. Non può fare a meno di rivivere i momenti passati insieme ogni volta che i loro sguardi si incrociano sopra la scrivania dello studio di Price.

-discrezione-

-cosa?-

-mi è stata chiesta discrezione-

-a maggior ragione dovresti rivolgerti a qualcuno dei tuoi, non a qualcuno che non ha più le carte in regola per..-

-sei il migliore- lo zittisce Attorno. Price gongola invisibilmente tra sé a sentire quel complimento.

-sono in pensione- risponde.

Attorno tace. Gente come noi non va mai in pensione, pensa. Ma questo non c’è bisogno di dirlo, da come Price continua a rigirarsi tra le mani le fotografie sa che lui questo lo sa bene. La curiosità insaziabile non va mai in pensione.

-non ricordo Price, tuo padre era inglese?-

chiede Attorno cercando di divagare. Sente chiaramente quanto sia radicata l’ambivalenza di Price. Una vita tranquilla, una piccola villa in periferia. La cena in tavola. La resistenza di Price è più che comprensibile. Ma chi lavora per la verità non può permettersi il lusso di starsene in casa a coltivare fiorellini. Price è un soldato. È diventato un soldato quando l’ha reclutato, dopo aver seguito e studiato il suo operato per anni nella polizia. Sono investigatori privati. Lavorano per soldi, certo. E poi c’è qualcos’altro. Qualcosa più a fondo.

 -mia madre. Ho preso il cognome da lei-

-e tuo padre?- espirando il fumo del sigaro.

-mio padre non è mai esistito- risponde Price senza alzare lo sguardo.

Qualcosa più a fondo. Qualcosa di questo tipo. Qualcosa come gli irrisolti di un passato impossibile da dimenticare.

Sua madre era comparsa dal nulla una notte. Senza bagagli, senza passato, senza cognome.

Filippo non aveva versato lacrime al funerale. Era troppo incastrato nei suoi pensieri. Non poteva credere che suo padre avesse fatto una cosa del genere. eppure a tutti l’eventualità appariva plausibile. Un uomo così pulito, remissivo, calmo, controllato. Educato ai limiti della psicosi. E sarebbe esploso una tranquilla giornata di aprile. Per uccidere sua moglie e poi suicidarsi. I conti non tornavano. Affatto. Il cielo terso, vagamente ventoso vedeva sotto di sé svolgersi la funzione dell’estremo saluto a quelli che erano stati i suoi genitori. A sua madre. Era stata una brava madre. Laure. Laure Valente. Apparsa nella notte, ventenne, in cerca di un posto dove stare. e per i vent’anni precedenti dove si trovava? Per quale ragione aveva accettato ospitalità da un uomo che nemmeno conosceva? Per quale ragione aveva acconsentito ad andarci a letto, senza nemmeno sapere chi fosse? Se non certo, un uomo buono. I fantasmi del suo passato dovevano essere feroci mostri giganteschi. Tanto mortali da vederla costretta ad accettare quel compromesso. Negli anni sessanta le cose erano differenti, non c’era bisogno di inventarsi malattie come l’aids per impedire alle ragazze di andare a letto a destra e a manca. Era sufficiente una buona educazione, ed a sua madre quella, una buona educazione, era stata impartita. Si vedeva dal suo modo composto di sedere e muoversi. Dal linguaggio affettato. Dalla cura con la quale cucinava, e pensava alla casa.

Sua madre non veniva dalla strada. I suoi occhi, accesi di uno sguardo superbo, orgoglioso, ne tradivano la discendenza. Non erano solo le fantasticherie di un figlio che abbia appena perso sua madre.

-preferirei che tu non chiedessi nulla Clarisse-

-preferirei non essere mandata laggiù senza una ragione-

Marchad si massaggia le tempie. Non appena saprà chi è stato troverà il sistema per far eliminare chi ha deciso di saltare fuori dai suoi incubi. Ma non è disposto a perdere un’altra figlia.

-lassù- dice stancamente Ferdinand a sua figlia –la Francia è lassù-

-è lo stesso, mangiano lumache!-

-Clarisse, abbi pazienza. Ti chiedo di darmi solo qualche settimana. E si tratta di una decisone che ho preso per la tua incolumità. Non puoi, per una volta soltanto, ubbidirmi? Senza discutere?-

Clarisse con un colpo della testa getta dietro le spalle i lunghi capelli biondo cenere. Ha preso da sua madre. Del padre ha ereditato solamente gli occhi di un intenso azzurro, dal taglio tondo. E le marcate sopracciglia che conferiscono al volto di entrambi un’espressività magnetica. Lei è in piedi, non ha intenzione di cedere. Suo padre è tropo abituato a dettare ordini come un dirigente, a furia di gestire una società come quella che possiede non riesce più a distinguere quali sono gli affari personali e delicati che vanno manovrati con tatto.

È senza scopo tentare di discutere, serve solo a sfibrare i nervi di Ferdinand Marchad. Ma non ha fargli cambiare opinione. Nel suo orizzonte di pensiero non esiste la possibilità che qualcuno si ribelli al suo volere. Lui inutilmente cerca di spiegare a Clarisse, sua figlia, le ragioni che l’hanno spinto a prendere la decisione di allontanarla. Ma dirle la verità è impossibile. Clarisse Marchad è una ventitreenne sveglia, furba, brillante, e l’intelligenza può creare molti problemi, soprattutto in connubio con la superbia giovanile di Clarisse.

-la Francia è un bel posto, puoi passare del tempo a Parigi, con tua zia. È una buona occasione per rivedere tua nonna prima che..- non può dirlo.

-prima che muoia..- lo dice lei.

-Clarisse!- sbotta Ferdinand in un sussulto.

-cosa, non era quel che stavi pensando?-

-lascia perdere Clarisse, fai i bagagli e sali su quel treno, Paolo ti accompagnerà alla stazione, e non voglio sentir più volare una mosca-

-per favore papà, dimmi almeno cosa diavolo sta succedendo, perché devo partire dall’oggi al domani, quale genitore impedisce alla figlia di terminare l’anno scolastico per “fare una visita alla nonna”-piagnucola Clarisse quasi vinta, calcando i toni sull’ultima frase

-il tipo di genitore che teme per l’incolumità della propria famiglia- risponde.

Laure Valente aveva reso felice Stefano Valente.

Aveva reso la sua vita completa.

E l’unica cosa che aveva portato con sé quella donna senza una storia, era una dote considerevole.

Una rendita mensile veniva versata sul suo conto dopo che si furono sposati, da una società tedesca, che si occupava della produzione di motori. Una rendita non indifferente. Quando Laure rimase incinta, Stefano Valente decise di sposarla, perché l’amava dal primo giorno, dalla prima notte in cui l’aveva vista, quando si era presentata alla porta della sua libreria, spaventata, sola. Indifesa. Quasi una bambina, ancora ventenne. Tre anni dopo era venuto al mondo Filippo. Dove si fosse procurata i documenti francesi per il matrimonio e per riconoscere il bambino non l’aveva mai saputo. Non aveva mai saputo nulla, di lei. Nulla di lei prima che gli piovesse tra le braccia, e sembrava che in effetti lei non fosse esistita mai, prima di quella notte.

Non erano mai arrivati bagagli, non aveva mai trovato fotografie. Non si erano mai presentati parenti, alla loro porta. Chi era Laure prima di diventare Laure Valente?

Prima di diventare sua moglie,la madre di suo figlio?

Stefano Valente possedeva una piccola libreria che trattava libri usati, antichi, di valore e non, nel piccolo centro storico della capitale. Il quartiere è un serpeggiare di viottoli stretti e scomodi, gli odori vi rimangono intrappolati, e la luce non filtra mai fino a terra, tra i palazzi coperti d’edera. Le strade sono chiassose, familiari. Ma non era possibile nascondere che alla vita routinaria tanto amata da quell’uomo mansueto che s’era senza rimpianti adattato alla vita di commerciante rilevando l’attività di suo padre alla sua morte mancava qualcosa. una persona da avere a fianco. Qualcuno che come lui amasse il silenzio, la vita tranquilla e pacifica del quartiere, animato da personalità originali e grottesche, a volte, ma sempre le stesse. La vita del quartiere, che poteva essere chiuso fuori dalla porta della libreria, dopo le nove e mezzo di sera. La quotidianità, indissolubile che invece permeava la loro vita, rivestiva le pareti della casa e della libreria, come una patina sembrava ricoprire i mobili.

Quella quotidianità, così sicura, così concreta sembrava essere esattamente quello di cui Laure aveva bisogno. Almeno nella stessa misura in cui lui aveva sentito dal primo momento di aver bisogno di Laure.

Attorno, come di consueto, come se davvero il tempo non fosse trascorso, aveva infilato in bocca un biscotto dopo l’altro per tutto il pomeriggio. Nello studio, seduto sulla sedia che lo contiene appena, aveva osservato Price con più attenzione, ammirandone con il suo fare scientifico e superiore lo “stato di conservazione”. Certo, non aveva più davanti a sé il giovane atletico e dai tratti mediorientali che aveva reclutato tra le file dei poliziotti annoiati dalla squallida consuetudine del loro mestiere. No, il fisico di Price si era decisamente disfatto, come il suo, del resto, ma bastava guardarlo per capire che il tempo non aveva indebolito il suo fiuto, e nonostante fosse fuori allenamento, e nonostante i problemi al cuore, era comunque impressionante la rapidità con la quale costruiva e distruggeva piccole fortezze di ipotesi e illazioni. Come veder dipingere un artista. Price masticava e sputacchiava le sue teorie bassa voce. salvo un borbottare infastidito dall’interruzione un “nulla, nulla” quando Attorno chiedeva di cosa stesse parlano. Alan Price, un vecchio, un enigma, l’uomo dall’intuito ferino, e fino, dal passato oscuro sempre pronto a far capolino, un vago serrarsi della mascella che palesava il fatto che stesse pensando qualcosa. Qualcosa che non riguardava nessun altro. Alan Price. Il migliore.

-non mi hai ancora detto chi è il tuo cliente Attorno- chiede Price sollevando un sopracciglio.

-ho tenuto il dolce per ultimo-

A Ferdinand Marchad quell’uomo, quel piccolo uomo, Stefano Valente, quasi gli faceva pena. Pur sapendo di aver fatto la sua fortuna, permettendogli di tenersi Laure. Al suo funerale Ferdinand Marchad si era tenuto in disparte. Lontano dal piccolo gruppo di persone qualunque,cupamente vestite di nero, per quella piccola originale tragedia che si era consumata sotto i loro occhi resi vacui e opachi dalla molle esistenza del piccolo medio borghese. Laure era quanto di meglio potesse capitare a quell’uomo. Laure e il bambino. Filippo. Forse ora poteva sperare di conoscerlo. Ora che è solo al mondo finirà per avere bisogno di qualcosa, prima o poi. Come era successo a sua madre, che per avere documenti falsi che non facessero trapelare la sua nazionalità tedesca era dovuta finalmente tornare da lui.

Guardando la tomba sente crescere in sé una panico rarefatto, diffuso. Non una fitta violenta. La consapevolezza che se erano riusciti a trovare lei sarebbero sicuramente riusciti a trovare anche lui. e Clarisse.

A cena Giulia aveva chiesto loro di fare una piccola pausa. Ma non c’era stato verso. Quei due uomini erano eccitati come bambini davanti ai pacchetti di Natale la sera della vigilia, mentre maneggiavano le loro scartoffie. Era legittimo che lei fosse preoccupata per suo marito. Per la sua salute. Ma a tratti finiva con scordare la premurosa tenerezza che la guidava a proteggerlo e si immergeva anche lei nella ricerca del tassello fuori posto da cui cominciare a riavvolgere il gomitolo, un gomitolo che sembrava sepolto nel passato acquitrinoso e denso e nero della vita da Laure prima dei suoi vent’anni.

Più tardi, di nuovo in soggiorno, svariati mozziconi delle sottili sigarette di Giulia nel posacenere di cristallo sul tavolino basso dove sono poggiati tre modesti bicchieri bourbon e un mazzo di fiori, chiusi nella frescura profumata della notte di fine aprile.

Aprile. Se avesse avuto una bambina Giulia l’avrebbe chiamata così. ma gli unici figli che le erano spettati erano le verità sordide delle perversioni umane che lei e suo marito avevano disseppellito durante tutti quegli anni, nell’intimità accogliente del loro piccolo appartamento in città, quando Alan lavorava per Attorno. Purtroppo la vita a volte va così. avevano aspettato bambini che non erano arrivati. E a volte Giulia si sorprende a parlare con Aprile, nella sua testa, così come Alan, al tramonto della sua esistenza continua a discutere con il padre che non ha mai avuto. Le figure del loro passato, le persone che abitano la loro fantasia e quella villetta non meno di quanto faccia Lucifero, il grosso gatto nero che si dilegua ogni volta che gli ospiti varcano la soglia della casa. I fantasmi del passato non si possono mettere da parte, chiudere in un cassetto come fossero foto, o piccoli feticci, oggetti amati, appartenenti ad un tempo dimenticato. E le foto di quei corpi morti, ora, tra le mani sue e di suo marito, quelle persone uccise con la freddezza con cui vendica il destino, sono la prova che i fantasmi uccidono. Con un colpo di pistola alla nuca.

Coleen Sommer è stesa su un prato nel suo vestito chiaro. I tratti spigolosi del viso e la costituzione robusta, forte, ma asciutta la rendono una donna attraente e affascinante, ma quasi troppo mascolina per suscitare vera ammirazione. I lunghi piedi bianchi sono nudi al sole. Guarda il cielo. La sensazione sulla pelle del viso dei fili d’erba che accolgono l’aureola di capelli scuri, nero liquido. Lineamenti marcati. Occhi azzurro vivo. La pelle bianchissima, dal chiarore spento dal colore del vestito. Le calze bianche nelle scarpe nere accanto ai suoi fianchi sul prato. E la sua borsetta tra le mani. Il cielo, riflette, non è così diverso lì dal cielo che poteva vedere nella stessa posizione, in Francia, a Ruen, Ancora bambina. Molto tempo prima.

-non è inusuale- aveva detto Attorno a Filippo, seduto davanti a lui nell’ufficio del principale dell’Attorno&Dintorno –che i familiari non si rassegnino ad un gesto del genere-

-mi rassegnerei- aveva risposto l’altro quasi piccato –se avesse senso-

-il suicidio non ha mai senso-aveva riposto Attorno

-so che la vostra agenzia lavora diversamente dalle altre-

-diversamente..-

-so che ci tenete davvero a venire ai casi che vi vengono affidati, che non ne fate solo una questione di soldi-

Attorno aveva guardato Filippo Valente intensamente. Aveva letto del caso sui giornali, e non l’aveva trovato né troppo interessante né abbastanza ingarbugliato per dedicarvisi. E ora quel ragazzo veniva a chiedergli di portare alla luce la verità.

-è vero. Non è solo una questione di soldi-

-mia madre è comparsa dal nulla, e la sua vita si è conclusa con un omicidio, non è sufficiente?-

-il colpevole era morto a fianco a lei. non le pare sufficiente?-

-mio padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere-

-le persone non si conoscono mai del tutto- aveva risposto Attorno con l’amarezza nella voce. le cose erano cambiate da quando poteva permettersi di prendere anche quei casi che non erano altro che una perdita di tempo. Prima, quando Price lavorava con lui, aveva una squadra di gente affidabile, e l’investigatore privato numero uno sul mercato. Ma ora, quella schiera di ragazzi là fuori, voleva il sangue, volevano morti, volevano sordidi tradimenti per appassionarsi ad una storia. Non un caso già risolto ed un ragazzino spiantato che vedeva ancora i suoi genitori come granitiche divinità. È troppo vecchio per accollarsi le delusioni degli altri.

-mi dispiace- aveva detto congedando Filippo Velante. E poi, tra sé, non c’è nessuna verità da scoprire.

Clarisse si volta nel turbinare della sua criniera bionda, pronta a lasciare suo padre, ben determinata a non cedere. Non se ne parla, si rifiuta di venire spedita in Francia senza una ragione. Suo padre non potrà mica impacchettarla o qualcosa del genere. non le interessa quali manie assurde stiano smuovendo la mente logora di suo padre. Non ha nessuna intenzione di perdere quegli ultimi due mesi di lezioni e chissà quanto altro tempo ancora, incastrata in un paesino sperduto nel nord della Francia.

-puoi sempre dare gli esami a settembre, quando tornerai-

-a settembre? Ma sei impazzito?-

Dovrà partire in un modo o nell’altro, pensa Ferdinand guardandola aprire la porta, girandosi a guardare dalla finestra la città sulla sua poltrona da ufficio.

Clarisse ha già una mano sulla maniglia quando qualcosa attira la sua attenzione, sul mobile bar tra le due poltrone di pelle verde bottiglia nell’ufficio di suo padre. Lascia andare il freddo pezzo di metallo che con fermezza stringeva poco prima tra le dita.

Fotografie.

Un viso appuntito e troppo particolare perché non le suoni un allarme da qualche parte, nella testa. Dove ha già visto quel volto?

Una donna.

Con le scarpe da ginnastica muove tre silenziosi passi verso il mobile bar. Con le spalle a suo padre prende tra le mani il mucchietto di fotografie in bianco e nero. Non è lei. Non è sua madre. Ma il volto di quella persona le è stranamente familiare.

Infila tre o quattro foto nella cintura dei jeans e le copre con il maglioncino leggero giallo limone. Suo padre è ancora di spalle. Un vecchio, il padrone di un impero. Che vuole levarsela dai piedi per chissà quale ragione. Quella donna, è la ragione? Un’amante? Una donna dopo sua madre? Alla sua età?

-parto-

-cosa?- chiede lui, la voce resa chiara dalla speranza, il volto gli si è aperto in un sorriso incredulo.

-ho detto: va bene, parto. Ma non oggi.-

-stasera-

-domani sera, permettimi almeno di salutare i miei amici, e poi me ne vado in  Francia a seppellire nonna o chi ti pare-

-Clarisse!- quasi grida.

-scusa-

-mia piccola Clarisse..-

-sì, certo- fa lei sbuffando alzando lo sguardo annoiato al soffitto –ci vediamo a cena, papà-

Laure Valente non aveva impiegato troppo tempo a comprendere perché Coleen Sommer fosse in casa sua e per quale ragione stesse puntando a lei una pistola alla testa e a suo marito un’altra al cuore, con la mano sinistra.

Molto più lungo era stato il tempo che le era servito a raccontare a Stefano Valente chi Laure veramente fosse, e chi fosse suo padre, e di quali crimini si fosse macchiato le mani.

-non ti sei rifatta una vita? Io ci ho provato. Il pensiero di quello che è stato mi tormenta ogni notte..-

le aveva detto nel buio.

si era rifatta una vita. Una vita felice. Aveva avuto un marito, e un figlio. Aveva avuto l’opportunità di fuggire dalla casa dove era stata spedita con Aaron, dopo che lui era morto. Un’altra delle tragedie che costellavano la sua esistenza dal giorno in cui era nata. Dal giorno in cui era nata, figlia di un’ebrea tedesca e del suo amante, un emergente uomo d’affari francese. Suo padre, il padre di Laure. Il padre di Clarisse.

-Quindi l’hai mandato via?- chiede circospetta Giulia, stanca dei giochetti di Attorno parlando della visita che Filippo Valente aveva fatto alla Attorno&Dintorno, chiedendo che Attorno indagasse sulla morte di Laure Valente, sua madre.

-Precisamente- risponde lui. e sembra poco intenzionato ad aggiungere qualcos’altro, e piuttosto fiero di tenerli entrambi sulle spine.

-credo di sapere perché ho deciso di andare in pensione Attorno- sbuffa Price allentandosi la cintura dei pantaloni, liberando il ventre gonfio, fingendo di essere rilassato e disinteressato

-è perché sei vecchio- risponde lui con un sorriso vago, guardando il suo bourbon controluce.

-è perché sei malato Alan- fa eco Giulia allungando il braccio a stringergli la mano.

-no, è perché sono stanco di vedere questo vecchio crostaceo sovrappeso giocare con la mia curiosità e intelligenza!-

-oh Alan- lo rimbrotta Giulia strizzando le dita di lui tra le propri senza riuscire a trattenere un sorriso volgendo la testa verso l’ospite.

Attorno ride bonario.

-dovrei rovinarti tutte le sorprese più ghiotte?-

-mi fai venire il sospetto che la tua unica intenzione fosse di farti una mangiata a sbafo, e che non ci sia nessun caso su cui lavorare- risponde Price tra i denti.

-io credo invece che se Attorno ci mette tanto a rivelarci l’identità del  suo cliente è perché ci lascerà entrambi a bocca aperta, è così, non è vero?-

Attorno annuisce giocherellando con il bicchiere vuoto, fissandone i riflessi della luce, ambrati quando la lampada del soggiorno incontra le ultime gocce di liquore  rimaste sul fondo.

-allora?- Price, impaziente, dopo un paio di secondi di intollerabile silenzio.

-Price, Price..prometti che non tifai venire un attacco cardiaco se ti dico da chi sono stato assunto?

Filippo Valente è solo nella libreria, le serrande sono mezzo abbassate. Ha deciso di vendere tutta quella roba all’ingrosso di andare via, da qualche parte. Scomparire, come avevano fatto i suoi genitori. Suo padre non aveva sorelle. Un fratello morto di tumore, anni prima. Unico parente. I suoi nonni paterni erano morti quando ancora era bambino. E i parenti di sua madre, come tutta la sua vita, prima di conoscere Stefano Valente, erano immersi in un’oscurità vischiosa, che ora sembra abbia deciso di inghiottire anche i suoi ricordi. Gli sembra quasi che sua madre non sia mai esistita. Laure Valente. Quel nome ora gli evoca solo confusione, una sensazione di freddo. Non può credere che suo padre abbia fatto una cosa del genere. È da quando è tornato a casa, la notte dell’omicidio, che non riesce a liberarsi dell’ossessione che sua madre c’entri molto più che come vittima in quello che è successo.

Da quando è tornato a casa quella notte trovando le volanti della polizia parcheggiate davanti alla libreria, i fari accesi puntati sulle serrande delle vetrine sollevate per metà. Una vicina aveva sentito i colpi, aveva chiamato aiuto.

Tutto coincide, le ipotesi confermate dai fatti. E per la polizia non persistono domande. Ma loro non conoscevano suo padre come lo conosceva lui. Non può crederci.

No, suo padre non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Sua madre doveva aver avuto una parte in quella storia, molto più consistente di quanto tutti pensassero.

Deve essere così. Non può essere altrimenti. Lo squillo del telefono lo fa sobbalzare, da parecchio non dorme in maniera soddisfacente, ma rimane intrappolato in un dormiveglia popolato da incubi. Alza la cornetta guardando il quadrante dell’orologio sul muro. Le lancette segnano le otto e un quarto del mattino. Chi chiamerebbe una libreria ad un ora del genere. il pronto che risponde al suo pronto dall’altro capo del filo del telefono è ruvido, la voce che gratta la gola, la voce di un vecchio.

-Filippo Valente?-

-sì, sono io- risponde il ragazzo senza enfasi. Nulla riesce più a stupirlo ormai. È cresciuto in una famiglia per la quale i fuochi artificiali del quartiere erano un evento, ed ora ecco che anche pensare alla morte dei suoi genitori sembra.. normale.

-signor Valente, sono il signor Alan Price. Lavoro per la Attorno&Dintorno- Price fa una pausa. Anche lui ha dormito a malapena. L’unica cosa a che era riuscito a fare, quella notte nel letto, abbracciato a Giulia, respirando l’odore dei suoi lunghi capelli bianchi, era stato pensare alle parole che Attorno aveva ripetuto uscendo di casa. –il dolce per ultimo, Price, per ultimo-

-signor Valente? È ancora lì?- Chiede Alan Price nella cornetta del telefono.

-dove dovrei andare?- risponde il ragazzo magro e allampanato dalla piccola bocca a cuore e gli occhi limpidi guardando intorno a sé le pile di libri ricoperte di polvere e la vecchia cassa con accanto la calcolatrice di suo padre.

-Il mio principale ha cambiato idea signor Valente. Prendiamo il caso-

Filippo Valente guarda la cornetta con un’espressione di beota stupore che gli sfigura il viso. Ecco: come i fuochi d’artificio.

Coleen Sommer aveva speso qualche tempo nella stanza d’albergo dove dormiva. Teneva d’occhio la libreria da parecchio, ed era riuscita a fare una copia delle chiavi. Della libreria e dell’appartamento, al piano di sopra. Continuava la sua opera di spionaggio, e aveva seguito Filippo Valente fino alla Attorno&Dintorno.

E quello sarebbe stato il prossimo luogo che avrebbe visitato. La polizia non le aveva dato problemi. Ma se lo aspettava. I suoi cinquant’anni e i ricordi e i rancori di una vita pesano sul suo viso. La pelle è segnata da rughe, e l’infanzia che ha trascorso ha finito con l’invecchiarla anzitempo. Ripensa a sua madre, a tutte le foto di lei che non ha mai posseduto. Ai ricordi che dovrebbe avere della sua vita, e che le erano stati rubati da quell’uomo. Da quell’uomo e dalle atrocità di un mondo impazzito. E poteva ritenersi fortunata, nonostante spenda le sue notti a difendersi dagli incubi.

Eliminare il sangue di Fedinand Marchad dalla terra le sembra l’unico modo per riuscire a cancellare finalmente l’inquietudine che ha dentro. E se Vincenzo Attorno si fosse messo tra lei e la sua vendetta non si sarebbe fatta scrupoli ad eliminare anche lui. Aveva fatto una doccia. Si era lavata via di dosso l’angoscia che provava all’idea di poter fallire. Ed ora era pronta ad uscire di nuovo. A conoscere i suoi nuovi nemici.

Ferdinand Marchad nel suo letto cerca con gli occhi la sveglia, il quadrante luminoso segna le quattro e un quarto. Un incubo. Un ricordo. Lenore. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che l’aveva sognata?

Troppo, il suo volto nei suoi ricordi è una fiamma ardente sfocata.

Lenore. I suoi occhi castani, quasi gialli nella luce del sole.

Non l’amava. Un uomo innamorato non avrebbe mai potuto fare quel che aveva fatto lui.

Ferdinand Marchad era un uomo sposato, allora, sposato con la madre di Laure. E Lenore era la sua amante. Lenore era bella e sensuale. Provava per lei un accecante rapimento. Per lei e per i suoi soldi. Soldi di famiglia. Soldi ereditati che le concedevano la libertà di essere la sua amante senza né paure né vergogne. E quando le cose in Germania avevano cominciato a mettersi male per lei e meglio per lui, aveva intravisto nel buio infernale che avvolge la strada per il successo, su questa terra, il sistema per arricchirsi e liberarsi dei figli illegittimi che lei presto avrebbe dato alla luce. Lenore. La fiducia può uccidere. I fantasmi pure.

-Una ragazza giovane e carina si presente ieri pomeriggio nel mio ufficio, dicendomi di essere convinta che suo padre abbia un’amante, e che per questo voglia allontanarla da casa. Suo padre è anziano, mi dice. Mi dice che le sono venuti dei sospetti, sospetta che i due stiano congiurando per levarle l’eredità, ma queste sono bazzecole, le fantasie di una ventenne…-

-Puoi arrivare al nome Attorno?- Price spazientito. Attorno lo ignora. Giulia sembra essere divertita.

-I soldi, mi dice, non sono un problema. Ragazzini- sbuffa –guardano troppa televisione..-

d’un colpo Giulia finisce il suo bourbon.

-Ma è la verità. I soldi per lei davvero non sono un problema. Porta con sé delle fotografie. Foto Laure. Da giovane. Laure Valente da bambina, nel Gruppo Giovani, e poi nella Gioventù Hitleriana. Laure più tardi e poi Laure Valente, fotografie scattate da investigatori, le ultime. Foto trovate da Clarisse Marchad. La signorina ora è in viaggio per la Francia. Per recarsi in visita da parenti paterni.-

-Clarisse Marchad?- ripete stancamente Giulia senza entusiasmarsi.

Attorno sorride

-Clarisse Marchad, ha trovato le foto nello studio di Ferdinand Marchad, suo padre. Foto di Laure. Tutta una vita di fotografie-

Giulia si strozza quasi con il fumo della sigaretta. Price rimane paralizzato.

-Ferdinand Marchad?-

Ripetono contemporaneamente.

Attorno annuisce soddisfatto.

-Sai Filippo- dice con calma Coleen senza guardarlo negli occhi, fissando il calcio nero della pistola tra le dita –sai, avevo un fratello. Un gemello. Si chiamava Aaron.- sorride –nostro padre, tuo nonno, l’ha mandato con me, in Francia. Dopo aver consegnato Lenore alla polizia tedesca. È morto di stenti. Di stenti, capisci?-

-non vedo come io possa entrare in questa storia..-

Lui è legato ad una sedia. Coleen Sommer ha bisogno di tempo.

Ha fatto uno sbaglio. Nemmeno lei sa più come lui possa entrare in quella storia. Laure sì, c’entrava eccome.

Ma Filippo Valente è solo un ragazzo di venticinque anni che ne dimostra sedici, e che per la sporca vita che ha condotto Ferdinand Marchad, Laure ha preferito privare di un nonno ricco e famoso e di un’eredità che gli spetta di diritto. Ma come potrebbe non comprometterla il fatto che lui l’abbia vista in faccia?

Come può fermarsi ora?

-avevo anche un figlio. Avevo un compagno- Dice Coleen senza sollevare lo sguardo.

Coleen Sommer. Che si è rifatta una vita. Che non è morta nelle docce a gas. E che i campi di concentramento non li ha nemmeno visti. Che è stata più forte di Aaron. Che non è morta di stenti servendo come un cane per anni i genitori di suo padre.

Filippo prova a supplicarla.

Coleen credeva che estinguere il sangue dei Marchad avrebbe anche sanato le ferite che la morte di Stuart e Bill in un incidente stradale le aveva lasciato dentro.

L’incidente stradale, l’anno precedente.

Credeva che uccidere il nipote di Ferdinand Marchad avrebbe placato parte del suo dolore.

Invece nel figlio di sua sorella, davanti a sé vede suo figlio. E nella sua disperazione la propria.

-Hai ragione, Filippo. Non c’entri nulla. Non hai nessuna colpa. Così come l’unica colpa di mia madre, era che nelle vene le scorreva il sangue sbagliato-

-ma chi sei tu eh?- grida lui tra le lacrime.

Si era introdotta in casa. Aveva sparso benzina, ne aveva ricoperto i pavimenti, al piano di sotto. Nella libreria. Con l’intenzione di dare fuoco a tutta la baracca, una volta ucciso Filippo Valente.

E poi era salita nell’appartamento.

Lui dormiva nel letto di Laure e Stefano.

Gli aveva puntato alla testa la pistola. L’aveva svegliato. Gli aveva chiesto in un sussurro: lo sai di chi sei figlio?

Lo sai chi è tuo nonno?

Guidato fino alla cucina. E legato ad una sedia. E aveva rovesciato benzina anche sul suo giovane corpo bianco. Nel buio. Nella luce dei lampioni che filtrava dalle tendine alla finestra.

-Chi diavolo sei?- domanda ancora lui piangendo.

-Sono tua zia. E il sangue che ti scorre nelle vene, è sbagliato-

Aveva sparato.

Price continua a rigirarsi nel letto. Tanto da svegliare Giulia.

Giulia.

Non poteva trovare una donna migliore, da avere accanto a sè. Giulia, Giulia. Le accarezza la pelle rugosa, le lunghe braccia ossute. E lei ricambia l’abbraccio baciandogli un orecchio.

Ma non riesce a dormire. Da quando Attorno ha pronunciato il nome di Ferdiand Marchad non può smettere di pensare al caso che Vincenzo Attorno ha trovato a casa sua, quel pomeriggio. Quelle foto. Nella relazione tra Marchad e Valente si nasconde la chiave del mistero. Ferdinand Marchad. Francese. Cresciuto in Germania, vissuto durante la guerra. Arricchitosi tanto da far tremare con il suo solo nome gente come lui, che della sua pensione si ritiene fortunato. Avevano una storia, lui e Laure? Ma erano entrambi troppo anziani.

Un figlio, che rischiava di piantare uno scandalo pur di ottenere l’eredità? Possibile. Probabile.

Era Filippo Valente, il figlio di Marchad?

E Clarisse, che trova le fotografie di Laure da bambina, proprio quando il primopiano di Laure si trova tra le pagine di cronaca nera di tutti i giornali a tiratura nazionale. Laure. La vita di Laure. Laure da bambina. La Germania nazista.

-cosa c’entra la figlia dell’uomo più ricco del paese con una ragazza arrivata qui a vent’anni, senza nome e senza passato che muore giustiziata nella modesta libreria di suo marito?-

Giulia sbuffa, voltandosi dall’altra parte.

-ma per favore..- dice ad Alan nel dormiveglia.

-cosa?-

-oh Alan, davvero non ci arrivi?-

-Giulia, di cosa stai parlando?-

-sono sorellastre, pollo. A volte credo veramente che tu non guardi abbastanza televisione-

La Attorno&Dintorno ha sede in un piccolo studio al quarto piano di un palazzo in stile vittoriano. Coleen Sommer sale le scale larghe dai bassi gradini rapidamente. Un vestito scuro le definisce il collo e i polsi sottili. Occhiali da sole le proteggono il viso. I capelli sono raccolti in alto, una crocchia ordinata.

La grande sala che Attorno desidera disordinata, vitale, brulicante di nevrotici investigatori drogati di caffeina è popolata di giovani dalla sguardo spento che sembrano più che altro ammazzare il tempo, tra scrivanie e corridoi limitati dalle bassi pareti di compensato bianco. L’ufficio di Attorno è in fondo alla sala.

Quando Coleen apre la porta gli uomini nella stanza gigantesca smettono di parlare di botto. E poi il loro chiacchiericcio annoiato ricomincia soffuso, in un lento brusio. La scrivania più vicina alla porta appartiene a Giardina, magro, grigio, nella giacca e la camicia troppo larga sembra possedere il corpo di una cavalletta. Scure occhiaie gli ornano il viso come occhiali. Il viso di un pesce.

Adelmo Giardina entra nell’ufficio di Attorno.

-c’è una signorina che vuole parlarle-

Attorno si riscuote dal senile torpore mattutino. Apre un occhio controvoglia e guarda Adelmo di traverso.

-ha chiesto proprio di me? Cercava me?-

-per la verità, signore, ha detto che siete voi a cercare lei-

Price guida la sua macchina sgangherata e parcheggia nei pressi di un piccolo giardino. Un’isola pedonale. Un penoso tentativo di mantenere verde la città. Sceso dalla macchina non può fare a meno di notare il caldo, inusuale che sia così intenso per quel periodo dell’anno. Ferdinand Marchad. Uno degli uomini più ricchi del paese. Imprese e conti bancari in Francia e Germania. Un uomo che prima della Germania nazista non esisteva. Ed ecco Alan Price sotto il suo palazzo di vetro, a due passi dal centro della città.

“Marchad industries”, recita l’insegna immensa, lettere grandi come le statue dei santi, alle finestre più alte del palazzo gigantesco. Quando entra è quasi stordito dal viavai di gente. Si avvicina alla reception lentamente, fanno tutto così grande, pensa, per farti sentire piccolo. Ingoia un groppo di saliva. È passato troppo tempo. Troppo, dal suo ultimo incarico. È troppo vecchio. Troppo per combattere contro Golia.

La signorina alla reception è bionda e sorride dolcemente senza guardare negli occhi.

-è atteso dal signor Marchad?- chiede con un minimo di disappunto nella voce scorrendo l’agenda degli appuntamenti.

-no, io.. gli può dire che devo parlargli di una persona?-

-mi dispiace signor.. scusi, io..-

-Price, Alan Price-

-bene. Signor Price, per questo tipo di cose sarebbe più sensato che si rivolgesse alla segretaria del signor Marchad per telefono. Io non sono autorizzata a..-

-può cortesemente dirgli solamente che si tratta di una questione importante?-

-signor Price, le assicuro che se potessi l’aiuterei il fatto è che..-

Le prende un polso con mano ferma.

-gli dica che si tratta di Laure, Laure Valente.-

Gli occhi di lei, Francesca  Sabati, come recita il cartellino che porta appuntato alla tasca della giacca rossa, piantati nei suoi. Già si ritrova circondato dalla sicurezza al gesto di una collega della signorina Sabati, la cui espressione non è cambiata di una virgola, composta dietro il bancone, in impeccabile divisa rosso cupo e oro.

-la devo pregare di seguirmi signor..-

-Price, Alan Price- risponde sconfitto all’energumeno nero con occhiali da sole e radiolina nell’orecchio.

Quando Price era tornato a casa aveva trovato Giulia in veranda. Seduta. E spaventata. Non terrorizzata. Incupita dalle preoccupazione. Non era il tipo di donna da tuffarsi spoglia di razionalità nelle sue emozioni. Ma la stretta che provava al cuore si era dissolta solo quando aveva visto la macchina di suo marito da lontano, sulla strada che porta alla loro piccola villa.

-Filippo Valente è morto Alan- gli aveva detto dopo averlo stretto, riprendendo fiato dopo ore passate ad attendere una chiamata. Sua, di Price, o della polizia.

Avevano mangiato in silenzio. Giulia aveva versato del vino nei calici, per entrambi. Aveva fumato un paio di Vogue, rannicchiata tra le sue braccia. Lui le accarezzava i capelli gonfi e stopposi. La poltrona a malapena contiene il lungo corpo di lei.

Attorno l’aveva chiamata ore prima il ritorno si Alan a casa.

-ha detto anche che lei ti sta cercando- confessa lei sottovoce.

-lei?-

-Coleen Sommer-

Era riuscita a fuggire. Una ragazzina. Una ragazzina cresciuta come un animale, nella casa dei suoi nonni.

Ma la confusione che accompagnava il riassestamento delle potenze europee le era venuto incontro. E dopo l’inferno che aveva vissuto, la scomparsa di sua madre, dei suoi nonni, di tutta la sua famiglia, il viaggio fino in Francia. La morte di Aaron. Quando era arrivata in America non era più una bambina. Aveva cercato di dimenticare. Dimenticare quello che le era successo. Quello che era successo a sua madre. Aveva cercato di dimenticare Ferdinad Marchad. L’amante di sua madre che aveva convinto Lenore a farsi intestare tutti i suoi averi, e su quelli aveva costruito la sua fortuna. Promettendo di rispamiare lei, Lenore, e i loro figli. Promettendo che avrebbe riavuto tutto, una volta in Francia. Ma non l’aveva messa su un treno per la Francia. Non un treno per la Francia.

Si era sposata. Aveva avuto un figlio. Aveva avuto la vita che Laure Valente aveva avuto dopo aver compreso chi era suo padre. Un mostro. Un mostro come ce n’erano stati tanti allora. Si era rifatta una vita. Aveva cercato di dimenticare. Ma i ricordi erano rimasti nel suo ventre come un cancro. Perdonare era impossibile. E quando Stuart e Bill avevano avuto l’incidente aveva capito che sarebbe impazzita se non avesse fatto i conti con il passato. Uccidere Laure, e Filippo, e Clarisse non avrebbe riportato Lenore, Aaron, Stuart e Bill in vita.

Ma uccidere Ferdinand Marchad li avrebbe vendicati.

Quando aveva risposto al telefono, Saverio Agati, dipendente non certo più brillante degli altri giovani che lavoravano per Vincenzo Attorno, Clarisse aveva immediatamente chiesto del principale. Era abbastanza sveglia da capire che nonostante l’età lui fosse l’unico sul quale aveva senso fare affidamento. Gli aveva dato carta bianca, ma ora, la lontananza da casa aveva sfibrato il suo interesse per quella storia.

La storia delle foto. E non averle davanti agli occhi le faceva apparire tutta la faccenda come un parto della sua immaginazione.

Da lontano tutto sembrava essersi sgonfiato. Le certezze affievolite. Suo padre un’amante? Ridicolo. Un figlio illegittimo con il quale dividere l’eredità? Anche se fosse stato così? Suo padre aveva abbastanza ricchezze per crescere nella bambagia generazioni e generazioni di fratelli e sorelle. No, non c’era nessun mistero da scoprire. Se ne rendeva conto ora. Scesa dal treno a Rouen, mentre aspettava che sua zia la venisse a prendere aveva inserito qualche moneta in un telefono pubblico per chiamare la Attorno&Dintorno.

-Clarisse?- aveva detto con la voce strozzata dalla paura Vincenzo Attorno quando aveva preso in mano la cornetta.

-sì?- aveva risposto lei con un misto di stupore e disincanto, un’ambivalenza di sentimenti che spesso caratterizzavano l’intonazione di una voce, la sua, che stentava ad abbandonare l’adolescenza.

-Clarisse, credo che tu sia in grave pericolo-

Vincenzo Attorno si era trattenuto alla villa dei Price fino a notte fonda. Non poteva nascondere quanto gli risultasse divertente svelare le informazioni che aveva sul caso, una ad una, tenendo la loro attenzione e curiosità sempre eccitate.

E poi, i suoi compagni di avventure gli erano mancati. Un tempo erano giovani, e boriosi e arroganti, spesso e volentieri, come tutti gli uomini che si sentono inarrestabili.

Guidando verso casa sapeva di avere messo il caso in ottime mani, mani migliori di quelle di Alan Price non ce ne potevamo essere.

Price era uno quasi come tutti gli altri quando si erano conosciuti. Price non aveva nulla di particolare, se non un passato difficile da seppellire. Della sua vita, la sua infanzia, di sua madre nessuno sapeva nulla. Non aveva mai voluto condividere con nessuno, i suoi segreti. Alan Price aveva vissuto il dolore e l’umiliazione, e la delusione dell’ingiustizia sulla propria pelle.

Certo, la Attorno&Dintorno lavorava per soldi.

I ragazzi dell’agenzia lavoravano solo per soldi. Non si fa beneficienza. E spesso i risultati delle loro ricerche somigliavano di più a quelli sperati dai clienti, che alla verità. Ma la Attorno&Dintorno aveva alle spalle una solida tradizione che agli occhi del pubblico la rendeva ancora un’agenzia di investigazioni affidabile. Anche se ormai era iniziata l’era dello spionaggio industriale.

Quindi, in fin dei conti, pensa rallentando in curva, si parlava comunque solo di soldi. E molti di più di quanti i clienti di un tempo ne avessero potuti sognare.

Vincenzo Attorno non lavora così, non per soldi. Deve esserci qualcos’altro. Qualcosa di diverso. Come i segreti di Alan Price e i suoi incubi infantili. Chi ha subito la tortura di essere diverso, di essere vittima, di essere sacrificabile, oppure vittima collaterale delle folli ossessioni umane può comprendere quanto la verità sia allora l’unica cosa che conti. Quando dolore e disperazione sono radicati talmente in profondità da avvelenare il sapore della vita. E da dentro scavano. E allora la verità, di qualsiasi verità si tratti, diventa essenziale.

Erano stati arroganti un tempo, ma solo perché sapevano di essere paladini di una giustizia senza padrone.

Sarebbe stato bello veder tornare indietro il tempo. Poter rivivere età più gloriosa della Attorno&Dintorno.

L’età più gloriosa di Vincenzo Attorno e Alan e Giulia Price. Ma il passato è irraggiungibile, vivo solo nei ricordi di una vita insieme che gli spezzano il fiato per l’emozione, e l’unica cosa che resta quando come un’onda sul bagnasciuga il passato si ritira lisciando la sabbia, sono i segni sbiaditi di quel che hanno costruito. Castelli di sabbia dalle torri afflosciate dall’acqua. Il passato inghiottito dalle profondità di un mare nero, alle sue spalle.

-Lenore- aveva sputato Ferdinand Marchad con voce appiccicosa fuori dal palato e le labbra impastate di sonno quando con il suo respiro in quello di lui Coleen Sommer l’aveva svegliato quella notte.

-Lenore è morta- aveva risposto Coleen.

-come hai fatto ad entrare?- si era tirato su a sedere, guarda dosi intorno nella luce fioca della lampada da comodino accesa, le ombre si muovono ad ogni suo movimento. Con la presenza di quella donna, che somigliava a tutte le donne della sua vita, gli sembrava di non riconoscere più il posto in cui si trova.

-Le abilità che insegnano nelle squadre d’assalto americane rendono l’eludere la tua sorveglianza da sceneggiato giallo di serie b un gioco da ragazzi- come rubare le caramelle ad un bambino. Si era rifatta una vita. Ma non era stato possibile perdonare. E si era preparata alla resa dei conti. Si era preparata a prendersi l’anima di Ferdinand Marchad.

-chi sei?-

-sei stato talmente vile da non riuscire a finire il tuo sporco lavoro quarant’anni fa. La vita ha ucciso mio fratello. Tu hai ucciso mia madre. Davvero non mi riconosci, papà?-

Giulia Price aveva dato da mangiare al gatto che con i movimenti sinuosi della sua coda gonfia di pelo nero le carezzava i polpacci. E poi aveva visto, sul viale, la macchina. E Coleen Sommer che, appoggiata al cofano a braccia conserte, aspettava pazientemente che Alan e Giulia Price si svegliassero.

Giulia aveva svegliato suo marito.

Aveva messo su il caffè.

E poi aveva aperto la porta a Coleen.

-buongiorno signorina Sommer- aveva detto Alan entrando vestito nel soggiorno.

-Buongiorno signor Price-

-vogliamo andare a parlare nel mio studio?-

Coleen Sommer si era alzata in piedi, per ritrovarsi viso a viso con l’espressione dura di Giulia Price.

Alan era già sparito in corridoio. Giulia aveva indugiato con lo sguardo sul volto duro di Coleen. I lineamenti gradevoli ne facevano una presenza ambigua in quelle circostanze.

-grazie per il caffè, signora Price- aveva detto Coleen Sommer in un soffio.

-conoscerla è stato un piacere Signora Sommer- aveva risposto lei.

Era al funerale si sua sorella Laure Valente, Coleen Sommer. E aveva visto il volto contratto di Filippo Valente, e la paura cruda sbiancare il viso di Ferdinand Marchad, quando avevano cominciato, con le pale, a ricoprire di terra umida le tombe.

Ferdiand Marchad era rimasto fino all’ultimo, a dire addio a sua figlia Laure. La figlia della sua prima moglie. Sua coetanea, nata appena un paio d’anni dopo di lei, Coleen, e di suo fratello Aaron.

Avrebbe desiderato ucciderlo lì, strangolarlo, ammazzarlo a mani nude.

Ma aveva deciso di tenere il dolce per ultimo.

-vuoi uccidermi?-

Le aveva chiesto Ferdinand Marchad, in un soffio, il sangue era un rombo nella sua testa calva di vecchio. Non era un incubo, quello che stava vivendo.

-No, non io. Saranno i tuoi rimorsi, ad ucciderti-

Aveva risposto Coleen tendendogli i suoi fogli spessi di carta intestata e la Montblanc.

-scrivi- aveva ingiunto –scrivi quello che hai fatto a mia madre.-

Era rimasta a premergli la pistola sulla tempia mentre con il rasoio da barba si tagliava le vene.

-non puoi permettere che Clarisse veda questo biglietto, non puoi- aveva supplicato lui in uno spasmo penoso.

-non importa che lo veda. Domani saprà tutto,comunque. Io le racconterò tutto-

-non la troverai- un folle luccichio nello sguardo, il volto sfigurato dalla paura si era torto in un sorriso sghembo. Un ghigno.

-non ho bisogno di trovarla. Piccolo stupido insetto. L’hai mandata a nascondersi esattamente dove hai mandato me, quaranta anni fa, per nascondere la tua paternità, mi hai venduta come una schiava, con Aaron, a Ruen-

gli occhi di lui si erano spalancati, lo bocca tirata. Come aveva potuto essere così sciocco?

-la ucciderai?-

In tutta risposta Coleen Sommer si era piegata sul suo orecchio e aveva sussurrato:

-nazista-

Le lenzuola, e lentamente anche le coperte pesanti nonostante la stagione, si inzuppavano di sangue. Marchad perdeva colorito, e i suoi occhi brillantezza. Era rimasta a fianco a suo padre fino a che non aveva esalato l’ultimo respiro.

-non credo che dovrebbe uccidere Clarisse Marchad, signorina Sommer, credo che sia superfluo- le aveva detto Alan Price facendola accomodare sulla sedia imponente di legno lucido, scuro e pelle.

-no, ho fatto uno sbaglio. Con Filippo. Credevo che avesse senso. Non è stato così-

Alan Price aveva annuito.

-per quale ragione ci stava cercando, signorina Sommer?-

-Mio padre si chiamava Ferdinand Marchad.- aveva risposto lei -Io e Aaron Sommer eravamo suoi figli illegittimi. Mia madre, Lenore Sommer, e Marchad avevano una storia da moltissimo tempo. Mia madre era una donna tanto ricca da potersi permettere un’emancipazione inimmaginabile all’inizio degli anni trenta. Siamo nati illegittimi, mentre le idee che hanno animato la più folle concretizzazione a livello mondiale del demone uomo cominciava a prendere piede. Così come durante quel periodo è nata la mia sorellastra Laure Marchad, figlia della prima moglie di Ferdinad, Grete Schulte. È morta. Grete. L’ha fatta uccidere, ha ereditato anche il suo patrimonio. Mio padre.. subiva il fascino delle donne benestanti.-

aveva fatto una pausa. Quella confessione, nello studio di un investigatore privato, era fuori dai piani. Un cedimento della sua coscienza.

Ma doveva continuare, perché aveva cominciato, perché una volta scoperchiato questo vaso non si può richiudere.

-l’ha fatta uccidere. Per questa ragione, quando si sono trasferiti qui Laure Marchad, che aveva scoperto ogni cosa è scappata da suo padre. E si è nascosta. Finchè non l’ho trovata- nonostante la voce calma, piatta, impersonale le lacrime cominciavano a rotolarle grosse come perle giù per le guance cascanti.

-Ferdinad Marchad giurava e spergiurava che sarebbero fuggiti insieme, nonostante avesse aderito al partito, cosa che aveva regalato una discreta spinta, alla sua carriera. Giurava a mia madre che l’avrebbe aiutata a fuggire in America. Intanto, le disse, per evitare che i suoi beni venissero confiscati tutti, lei avrebbe dovuto intestare ogni cosa a lui. Un’idea originale, le pare?-

aveva aggiunto con tono sarcastico. Si era asciugata gli occhi.

-sembra la trama di un film- aveva risposto Price sorbendo un sorso di caffè tiepido.

-ma ha fatto uno sbaglio. Uno sbaglio. Non ha avuto il coraggio di finire il suo lavoro. Il demonio ha guidato la sua mano solo fino a metà strada..-

-come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi-

-esattamente.-

Coleen Sommer aveva assunto una posizione rigida, impettita, quasi, come se la storia che stava raccontando non le appartenesse, come se leggesse un resoconto, una delle tante cronache degli orrori del nazismo che erano venute fuori quando tutto era finito.

-Clarisse Marchad, terza ed ultima figlia di Ferdinand Marchad, è nata molto dopo, quando lui si era già rivestito dell’apparenza di rispettabile uomo d’affari. È nata dal suo secondo matrimonio. Terminato con la malattia che ha condotto la signora Alice Marchad alla morte. Anche mio padre ha avuto, a modo suo, la sua dose di sfortuna. Ma a differenza di molti altri ha costruito la sua fortuna sulle disgrazie di persone innocenti. Donne e bambini. Bambini come eravamo noi due, io e Aaron.

Ci ha mandati a servire i suoi genitori, i nostri nonni. Durante la guerra i bambini senza genitori venivano trattati come cani. Nessuno sapeva la verità, su di noi. E ricordarmela, la notte, ricordarmi chi ero, di chi ero figlia, è stato difficile anche per me. Scordare chi si è, significa credere di essere quel che tutti pensano che tu sia, signor Price. Non siamo stati trattati come figli di Marchad, signor Price. Non siamo stati trattati come esseri umani. Il fatto di essere peggio di bestie ci veniva rinfacciato continuamente.-

-so cosa significa essere un figlio illegittimo, signorina Sommer- aveva annuito Price tagliando corto.

Coleen Sommer aveva sollevato un sopracciglio senza scomporsi. Aveva seri dubbi che lui sapesse davvero di cosa stavano parlando. Il taglio di luce rende il suo volto simile  a quello di Clarisse in maniera inquietante.

-perché Ferdinand Marchad si è trasferito nel nostro paese?- Aveva chiesto Price approfittando del momento

-Santo cielo, signor Price, per fare la cosa che sapeva fare maglio, speculare. Fare soldi sulle miserie della gente che lo circonda-

Alan Price aveva aggrottato la fronte. Già, che razza di domanda.

-ebbene- aveva proseguito lei -Alla fine della guerra la mia pelle era diventata tanto dura che le privazioni che ho dovuto subire per arrivare fino in America non le ricordo nemmeno. E a quel punto, signor Price, non ero più una bambina. Bill è stato tutta la mia vita. Come Stefano Valente per Laure Marchad. Solo che io non dovevo avere né paura né vergogna, di quel che mi era capitato. Tra me e Bill non ci sono mai stati segreti. E dalla nascita di Stuart questi ricordi si sono affievoliti, la mia rabbia si è come spenta. Come se grazie a Bill e Stuart avessi di nuovo al mio fianco Lenore e Aaron, come se tutto quel che ci aveva fatto Ferdinad Marchad non fosse mai avvenuto.-

allora aveva ricominciato a piangere. Il viso abbassato, il mento al petto,i capelli scuri le ricadevano sulle spalle, e sul volto, lasciando scoperta solo una piccola striscia della fronte bianchissima.

-e poi- aveva detto riprendendosi –e poi c’è stato l’incidente. E anche loro non si sono più. e all’improvviso sono tornata ad essere quella ragazza tormentata che era entrata nelle squadre d’assalto americane per tenersi pronta ad affrontare l’unico vero nemico che io abbia mai avuto. Ferdinand Marchad-

Il suo sguardo era ritornato glaciale. Serio. Era rimasta a sedere alla scrivania ancora una ventina di minuti, senza dire nulla, guardando oltre le spalle di Alan Price la campagna assolata fuori dalla finestra.

-Il panorama che si gode da qui, è favoloso, trova?- aveva infine detto lui.

-forse è giunto il momento che io vada-

-ascolti- aveva detto lui fermandola, aprendo il cassetto della scrivania –io credo, che sia giusto che queste fotografie le tenga lei-

Coleen aveva preso tra le dita la piccola pila di foto che Alan Price le tendeva. Le foto di Laure Marchad, da bambina.

-Una somiglianza impressionante- aveva detto lui guardandola.

-Già- lei, tra le dita una foto in primo piano di Laure. I capelli scuri, lisci. Il magro volto pallido e sottile.

-vuole uccidere Clarisse, signorina Sommer?- aveva chiesto Alan Price quasi stancamente.

-voglio conoscerla- aveva risposto alzandosi in piedi –in fondo, è mia sorella-

L’aveva accompagnata alla porta. Giulia, come Lucifero, si era rintanata nella sua stanza.

Alan Price era rimasto a guardare Coleen Sommer allontanarsi, percorrere il vialetto con passi sicuri. Si era voltata di colpo, era rimasta a fissarlo per qualche secondo.

-mi denuncerà?- aveva chiesto.

La Attorno&Dintorno era nata per la verità. Per la verità solamente. Per le persone come Clarisse Marchad e Filippo Valente che da tutta la vita sentivano serpeggiare nella loro esistenza il dubbio che qualcosa fosse loro nascosto. Era nata per le persone come Ferdinand Marchad, che avevano bisogno che qualcuno facesse ripagare i proprio sbagli. Non era nata per sbattere sui giornali una storia cruenta. Non per vendere segreti di politici a politici. Non per soddisfare la sete paranoide di tradimenti a mariti annoiati. Era nata per solvere nel compito di svelare la verità gli orrori che Vincenzo Attorno viveva nei suoi incubi ogni notte.

Era pomeriggio inoltrato, ormai il tramonto quando Alan Price aveva finito di raccontare la storia di Coleen Sommer, Laure Marchad e Clarisse Marchad a Giulia. Erano rimasti a guardare il sole tramontare dietro le colline in un’esplosione di raggi rossi che avevano lasciato il cielo indaco e le nuvole tinte di rosa e d’oro.

-e cosa le hai risposto?- aveva chiesto Giulia, abbracciata a suo marito, il viso sul collo di lui, le lunghe ciglia che gli solleticavano la pelle.

-cosa hai risposto a Coleen Sommer? La denuncerai?-

Gli uffici dell’agenzia Attorno&Dintorno non sono certo cambiati in meglio durante i tre mesi che ha trascorso a Ruen. Questo Clarisse Marchad non può fare a meno di notarlo. Da lontano, attraverso i vetri smerigliati vede la pesante sagomo di Vincenzo Attorno, nel suo ufficio, seduto alla scrivania. Attraversa il salone, guardando dall’altro, oltre le sottili pareti di compensato le scrivanie dei dipendenti di Attorno. Non si stupisce che lui non la finisca mai di lamentarsi della svogliatezza di quei ragazzi. Non può non provare per lui, una sorta di simpatia. Un senso di familiarità, con quell’uomo. Quando apre la porta Attorno nemmeno solleva lo sguardo dal giornale, poi sente la sua voce, piccole rughe si formano attorno agli occhi quando si allarga la bocca in un sorriso.

-bentornata Clarisse- dice Attorno alzandosi in piedi e tendendole la mano.

-Salve signor Attorno-

-ti prego, chiamami Vincenzo, non mettermi in imbarazzo-

-non posso- risponde lei sorridendo, tirando indietro i lunghi capelli con un colpo della testa ed un movimento delle spalle –sono stata educata così..-

-a proposito, mi dispiace per quello che è successo a suo padre, io..-

-Attorno?- lo interrompe lei –sono qui solo per dirle grazie-

Quel pomeriggio, abbracciati sul divano avevano condiviso un’altra storia. Coleen Sommer aveva lasciato la casa da parecchie ore, e finalmente Lucifero torna a farsi vedere, in soggiorno. Guardano i colori del cielo dalla parete finestrata esposta ad ovest, verso la campagna. La città è alle loro spalle.

-allora- chiede ancora Giulia tra le sue bracci –andrai alla polizia? La denuncerai?-

-no- risponde

il cielo, lentamente,muore nella notte.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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