Alan Price/Attorno&Dintorno. SWEET NIGHT NOIR.

Attorno&Dintorno

 

 – Solo, non capisco perché tu abbia cercato me – Price, la bocca tirata in un sorriso forzato.

 – sinceramente non avrei saputo chi altro chiamare – risponde Attorno. Grasso, immerso nel fumo del suo sigaro e seduto sulla sedia che lo contiene a mala pena.

 – e l’altra cosa che non capisco – prosegue Price ignorando la frecciata dell’ex collega – è perché diavolo tu voglia portare a termine questa indagine, in fin dei conti, il caso ufficialmente è chiuso no? –

 – non sono io che voglio portare a termine questa indagine. Un avvocato ricco e anziano si suicida nel suo chalet di montagna. Perché credi che potrei avere un interesse ad impelagarmi in un caso del genere Price? La “Attorno&Dintorno” ormai si occupa solo di roba che riguarda le grandi aziende, gente che paga per lavori facili, i miei ragazzi si muovono solo in rete, spionaggio aziendale e … –

 – ti prego risparmiami –

 – ma è proprio questo il punto Price! – Ribatte l’altro, le guance che s’arrossano, lui si agita nella sedia stretta, sputacchia fumo e saliva. Buon vecchio Attorno, lui e la sua agenzia di investigazioni private

 – è proprio questo il punto! – continua dopo aver tossito, in un vibrare di carni molli – come posso risolvere un caso del genere? Quel che mi rimane in ufficio sono un gruppo di pirati informatici, ragazzini, tutti meno di venticinque anni, con i pezzi di carta si soffiano il naso. Ti chiedo solo un sopralluogo, non ti assicuro la fama, anzi non ti prometto nulla, ma l’onorario è assicurato, e puoi permetterti di essere esoso quanto desideri, perché il ragazzo … –

 – Aspetta Attorno, frena! Come ti è arrivato tra le mani questo materiale? –

Guarda nuovamente le fotografie sparpagliate sulla scrivania del suo studio. Da sotto la porta si sono insinuati nella stanza gli odori della cena, ma la trama che gli si profila davanti, tra fotografie e documenti è infinitamente più ghiotta di qualsiasi cosa bolla in pentola. E Attorno punta proprio alla sua insaziabile curiosità, un vizio che ha saputo sfruttare al meglio lavorando prima nella polizia e poi, con gran sgomento e derisione di tutti i suoi colleghi, nello studio “Attorno&Dintorno”.

Attorno prende fiato, molla il sigaro nel posacenere, è sul punto di parlare, ma tace in un sospiro. Si rende conto che il pesce ha abboccato, gli occhi di Price si sono accesi di quella luce che tante volte ha visto illuminargli lo sguardo.

 – esoso quanto voglio – ripete Price senza staccare gli occhi dalla fotografia che tiene tra le mani, il corpo di Di Giorgio a terra, una pozza di sangue, le vene tagliate. Nessun omicidio. Nessun colpevole, eppure… –

 – precisamente – risponde Attorno in una nuvola di fumo.

Certo non si può dire che la località di GialloMiele sia il posto adatto per chi proviene dalla frenetica luccicante e rumorosa vita di città. Chalet di montagna di ricchi proprietari fanno capolino di tanto in tanto, sparsi attorno al piccolo centro abitato, la scuola più vicina si trova a Lucina, la stazione del treno ospita sui suoi binari solo regionali da un paio di vagoni, e il bar della stazione, che sembra essere il luogo dove si raduna la vita sociale, è abitato giorno e notte da vecchi e bonari ubriaconi apicoltori in pensione. L’apicoltura, infatti, è il settore di sostentamento del piccolo centro abitato, che evidentemente in estate deve essere una fresca oasi paradisiaca, ma in quella stagione dal momento in cui si abbandona la statale 8 per dirigersi verso il posto, non è altro che un luogo da incubo.

Buon vecchio Attorno. Chi avrebbe detto che l’avrebbe mai rivisto, eppure era piombato a casa di Price all’ora di cena per scroccare un piatto di spezzatino e sbolognare a lui quel pacco di roba, scartoffie tra le quali né lui né i suoi nuovi dipendenti sapevano raccapezzarsi. Guida, per la strada neve dappertutto e poi quegli alti alberi dal tronco sottile che lo imprigionano in un tunnel sinistro. Decisamente non è la stagione adatta per una scampagnata a GialloMiele, ma non si tratta di una visita di cortesia, e sembra che né la violenza né la morte vadano mai in vacanza. E così tocca fare gli straordinari anche a gente come lui. Guida piano, scende una neve sottile e per qualche istante sembra quasi di trovarsi immersi nel mondo patinato di una cartolina, e tutta l’ostilità che sentiva di respirare poco prima svanisce in un soffio. Federico Di Giorgio. Un ricco e famoso avvocato, in pensione da poco, morto nel suo Chalet di montagna, lascia studi sparsi per tutto il paese, e un figlio che se non fosse per i lasciti della madre sarebbe indigente.

 – Credi che l’abbiano costretto al suicidio? –

 – non io, lo crede il figlio –

 – un avvocato sulla sua strada lascia morti e feriti. Non mi sembra un’assurdità che qualcuno abbia deciso di fargliela pagare, qualcuno che ha avuto la sensazione di non essere stato trattato in modo equo –  aveva detto ad Attorno osservando il calice in controluce.

 – dovrebbe trattarsi di qualcuno che viene da un passato molto lontano, Price –  aveva risposto ammiccando a sua moglie, il tovagliolo al collo che facevano sembrare il suo mento ancora più ampio e gelatinoso.

 – Di Giorgio non praticava da parecchio –

 – quanto? –

 – una vita –

Price aveva sbuffato appoggiando il calice, una vita! Che razza di sistemi, a quei livelli d’approssimazione Attorno non sarebbe stato in grado di trovare nemmeno i computer dei suoi ragazzi in ufficio.

 – e poi – aveva proseguito il suo ex principale sorridendo soddisfatto – la polizia ha cercato dappertutto, ha frugato il suo passato, rivoltato come calzini tutti i suoi archivi uno per uno. Di Giorgio era un uomo d’affari, il lavoro lo facevano i suoi dipendenti, e lui si godeva le entrate –

 – e come se le godeva le entrate? – era intervenuta Giulia piegando distrattamente il tovagliolo alla sua sinistra. Ecco che tipo di donna è sua moglie. Silenziosa come una pantera non si lasciava sfuggire un sospiro delle sue conversazioni di lavoro. Curiosa almeno quanto lui e brillante alla stessa maniera era stata al suo fianco indagine dopo indagine ad illuminare gli angoli bui che a Price sfuggivano.

Le avevano fatto domande a non finire, a proposito della morte di Elena Di Giorgio, avvelenata, e di Federico Di Giorgio, morto suicida. Domande sul loro unico figlio. Se non si conta lei, Alina, figlia adottiva tenuta nascosta fino ai diciotto anni.

 – E’ tutto qui – aveva risposto spazientita – i documenti, i passaggi di proprietà e

 – signorina, può spiegarci per quale ragione tutta questa roba sarebbe stata intestata a lei? –

– santo cielo! – Alina aveva sorriso congedando con un cenno del capo la segretaria che aveva fatto capolino dallo spiraglio aperto della pesante porta in legno preoccupata dal fermento nel suo studio – un ricco uomo d’affari deve potersi lavare l’anima con la beneficenza –

Parcheggia nel cortile. Il bianco pungente della neve brucia gli occhi, e il freddo pizzica la pelle del viso. Ingrid Belvisi apre la porta prima che Price possa suonare il campanello. La veranda è spazzata vagamente da un vento freddo, le sue scarpe nere ricoperte dalla neve in meno di un secondo.

 – L’ho vista arrivare, ho preparato del tè –

 – sembrate piuttosto ospitali –

 – non abbiamo molte visite da queste parti. E poi Alfredo mi aveva avvisata del suo arrivo –

 – oh, capisco – si guarda intorno, sul tavolo della cucina protetto dalla tovaglia a fiori figurano la zuccheriera e una scatola di dolci.

 – eppure sembrate piuttosto abituati alle visite. –

 – come dire, –  risponde lei di spalle mentre suo marito, il signor Belvisi, appare sulla porta della cucina tendendo la mano a Price – dopo quello che è successo i nostri rapporti con il mondo si sono intensificati –

– ebbene, si accomodi – il signor Belvisi aveva ruotato una sedia del tavolo, pronto forse ad un’altra sfilza di domande, una conversazione estenuante come quella avuta con la polizia.

Attorno sprofondato nella poltrona si godeva la musica ad occhi chiusi, mentre Price non riusciva a smettere di rigirarsi tra le mani le fotocopie dei vari documenti che Attorno era riuscito a raggranellare prima di liberarsi di quella patata bollente portandola a casa di un pensionato annoiato come lui. Non si trattava di un caso esplosivo, un’anziana signora muore avvelenata lasciando al figlio poca roba, e poco dopo il marito si toglie la vita. Ma suo figlio non è convinto che si tratti di un suicidio. E se fosse colpevole perché desidererebbe che loro indaghino?

Già si sentiva accecato dalla febbrile agitazione che sempre lo pervadeva quando la sua mente si metteva in moto. La ragnatela di fatti e date si componeva davanti a lui, continuava a sbattere, vicoli ciechi, strade senza uscita, strade già battute dalla polizia senza risultati. La polizia, e a chi altro poteva interessare la morte di un vecchio che..

 – a proposito! – alla sua esclamazione Attorno aveva pigramente aperto un occhio sotto la folta sopracciglia grigia –non mi hai detto a chi è andato tutto –

 – tutto cosa? –

 – tutti i suoi averi, gli studi, hai detto che ha lasciato suo figlio nell’indigenza, ma allora il patrimonio dov’è finito? Chi ha messo le mani sull’eredità? –

 – una ragazza –

 – una ragazza? –

 – già, una ragazza russa – aveva risposto Attorno

sua moglie aveva mandato giù un sorso di rum, e aveva detto stancamente:

 – ecco come si godeva le entrate –

 – E’ sempre stata un mistero per noi –

Ingrid Belvisi aveva annuito.

– la trattavo come una figlia, ma lei decisamente non era una bambina affettiva. Forse a causa della loro cultura, oppure.. –

– e la signorina Verante, la pensa allo stesso modo? –

– la signorina Verante non era troppo diversa da Alina, in fondo –  il signor Belvisi sospira profondamente, guardando fuori dai vetri appannati la distesa bianca davanti alla casa.

– forse dovrebbe parlarne direttamente con lei. Con lei e con Valerio –

– Valerio? – Price aggrotta la fronte scorrendo rapidamente l’elenco dei nomi sul suo taccuino.

– Valerio Leone, è un apicoltore che abita non troppo lontano da qui. Sono tutti apicoltori, per la verità, ma lui è diverso –

– perché? –

– perché non è come noi, non è nato e cresciuto qui, non vende il miele che produce. Scrive. È un professore. Pubblica saggi. Non saprei, è un altro degli elementi che non frequentiamo, da queste parti – il signor Belvisi accende una sigaretta e stringe la spalla della moglie.

– e cosa c’entra con Alina Bobulova? –

– è un esperto del suo paese. Parla la sua lingua. La bambina stava sempre a casa sua, quando non era con la signorina Verante, per lo studio. –

– crede che lui possa dirmi qualcosa di utile? –

– a proposito della bambina? – sospiro Ingrid versa dell’altro tè bollente nella sua tazza e piano, lentamente mescola, scioglie il miele, persa nei suoi pensieri, lo guarda dritto negli occhi, una strana distanza sembra essersi creata improvvisamente tra quella tranquilla coppia montanara e lui.

 – probabilmente ne sa più di noi. –

Ingrid lo accompagna alla porta. Hanno parlato per qualche ora, dell’insegnante privata che dava lezioni ad Alina, la signorina Verante e della sua routine, della bambina, dei fine settimana che passava allo chalet con il suo patrigno. Ad appena cinque anni Alina Bobulova era stata regolarmente adottata da Di Giorgio. Ma per quale ragione non l’aveva presa con sé, in casa, con la moglie e il figlio?

– Ci sono molte cose di cui mi pento – gli aveva detto Ingrid sulla porta –non credo di essere stata una brava madre per lei. O una brava tutrice. Non sono mai riuscita a darle quello di cui aveva bisogno, e ora, lei viene ad indagare sul nostro passato. Abbiamo fatto degli sbagli. Ora mi rimprovero di non essere stata attenta –

– c’è qualcosa che sta cercando di dirmi signora Belvisi? –

– no, dico solamente che… forse è arrivato il momento che qualcuno porti alla luce l’animo di quella ragazza. –

Pagava i signori Belvisi per provvedere al benessere di Alina e la andava a trovare nei fine settimana. Pagava la signorina Verante perché le fornisse un’educazione adeguata. Perché tenere nascosto quell’atto di beneficenza? E perché di colpo cominciare ad intestare ad Alina tutte le sue proprietà? Alina aveva trascorso la sua esistenza a GialloMiele, aveva studiato per quattordici lunghi anni, e poi si era ritrovata con un appartamento al centro della capitale, si era laureata ed ora era la ricca proprietaria legittima di tutto il ben di Dio che quell’uomo aveva lasciato.

Pensa, si dice Price muovendo a fatica i passi nella neve fino al portico della Signorina Verante, pensa con la testa di Giulia.

Una cosa è certa, dice tra sé, non si tratta di beneficenza.

Alina è in piedi, la schiena longilinea rivolta alla porta. Il corpo slanciato. Cucina. Sente il campanello, e con un rapido e sicuro gesto del braccio scioglie il fiocco che le legava il grembiule, scoprendo il vestito. Aveva imparato la scienza, la storia, la filosofia, il francese e la sua lingua, il russo. E l’arte della seduzione, suo malgrado, e poi, più tardi, il piacere dell’eleganza.

E il gusto della vendetta.

Il suo corpo era stato sfibrato dalle visite di lui. Per una vita intera. E ora è il momento che lui e i suoi familiari ripaghino il prezzo della sua cupidigia. Sicura sui tacchi alti apre la porta di casa. Il profumo della cena inonda il pianerottolo e lo investe di tepore. Ma è venuto per discutere. Per avere risposte. Non riusciva a credere d’aver avuto la fortuna di essere stata cercata lei da lui. E non viceversa. ?

Lui non può credere che la sua eredità sia andata in fumo a quel modo. Conosce Alina Bobulova, la conosce poiché lei si è presentata, ventiduenne alla porta di casa di sua madre. E ha raccontato loro di essere la segretaria, e protetta, e dipendente di suo padre. Suo padre che non essendo ancora morto aveva dovuto molte spiegazioni a sua moglie. E ora che entrambi i suoi genitori erano morti lui aveva assoldato un investigatore privato, un grasso ferrovecchio che probabilmente gli avrebbe spillato solo soldi per sapere davvero il motivo per il quale era morto suo padre. Attorno aveva chiesto di Alina, ma mai quanto quel suo socio, Price. Uno sbandato, passato e rincoglionito, che sembrava sapere il fatto suo solo per quell’aria di dignità sapiente che gli conferivano i piccoli occhiali tondi attraverso i quali lo guardava e il bloc notes che continuava a sfogliare facendo domande. Aveva chiesto di Alina tanto da indurlo a credere se non ci fosse qualcosa di sbagliato nell’infinita ricchezza che le era di colpo capitata addosso. Che era capitata addosso a lei e non a lui.

Alina apre la porta di casa, e sorride, gli occhi grandi, lunghi e chiari da bambina, rimangono freddi mentre fa entrare in casa l’unico erede del cognome del suo carnefice. Giulio Di Giorgio entra nell’appartamento. Vittima inconsapevole della follia riflessa di suo padre.

 – Era una bambina sveglia, molto ansiosa di apprendere. Molto brillante. Molto silenziosa. Non credo abbia mai avuto un amico, qui, a GialloMiele. Immagino ora le cose siano diverse. Anche se non sempre per persone del genere è facile fare amicizia, anzi diciamo pure che spesso non lo è. Durante tutti questi anni ho saputo di lei solo quel che potevo vedere, non ha mai provato a raccontarmi qualcosa di suo padre oppure –

 – suo padre? – l’aveva interrotta Price. La signorina Verante sembrava non capire, aveva soffiato sulla tazza fumante, e i suoi occhiali quadrati dalla spessa montatura si erano leggermente appannati.

– suo padre, il signor Di Giorgio, Alina Bobulova era sua figlia, adottiva. Altrimenti perché mai avrebbe speso così tanto per farla educare, per darle una vita. È arrivata dalla Russia, avrà avuto cinque anni e mezzo, non ho idea del motivo per il quale non l’abbia presa con sé prima, forse temeva uno shock culturale, qui a GialloMiele è stata senz’altro più protetta –

 – non le è mai venuto in mente che quella della bambina potesse essere una prigionia? –

Aveva chiesto alla signorina Verante piegando la testa di lato, la luce pallida, bianco elettrico della cucina in uno scintillio sulle lenti dei suoi occhiali.

– Alina sembrava molto soddisfatta della sua condizione –

– la sua condizione? –

– era ben consapevole della situazione dalla quale proveniva. E sapeva che l’istruzione alla quale provvedevo era il bene più prezioso al quale potesse accedere, assieme naturalmente all’eredità del padre, ma allora, quando manifestò la sua contentezza, a modo suo è chiaro, era più grande, parliamo di… avrà avuto quindici anni, almeno –

– l’eredità? –

– certo, Alina ha sempre saputo che avrebbe ereditato tutto – aveva risposto la signorina Verante, anziana, dai capelli bianchi scomposti e cascanti sulle spalle secche fasciate nel maglioncino color crema, aveva bevuto un sorso di tè senza staccargli gli occhi di dosso. – Ma cosa c’entra Alina con questa storia? – aveva chiesto.

Alina Bobulova guida il furgoncino fino alle campagne brulle adiacenti la città. Stanca. Ma non rischia certo di addormentarsi. Scava la terra dura e bagnata, l’odore della notte fredda è dappertutto intorno a lei, e, avvolto in un sacco chiaro, seppellisce l’ultima traccia del suo passato. Quella storia sordida non sarebbe mai venuta a galla. Ma lei non desiderava né comprensione né giustizia. Desiderava vendetta. E l’aveva avuta. Come le persone che conoscono fin troppo bene i propri diritti e spesso dimenticano i propri doveri Alina Bobulova non aveva mai pensato di consegnare quella gente alla giustizia. Denunce, processi. Per che cosa? Infangare il buon nome di un avvocato di successo? No, il linciaggio mediatico che avrebbe investito quella famiglia non era nulla che non sarebbe stato cancellato da un caso altrettanto squallido il giorno successivo.  E soprattutto, tutto il male che Federico Di Giorgio le aveva inflitto, rendendola vittima di violenze sessuali ripetute, dall’età di cinque anni a quella di sedici, gli si era ritorto contro. Con la pala lascia cadere una manciata di terra sul corpo, la buca non è profonda a sufficienza, e lo troveranno. Ma lei non ha paura. Non ha paura perché a coprirle le spalle c’è la creme della creme degli avvocati del paese. E perché la sua determinazione è sorretta da un’umiliazione durata anni. Per riempire la buca impiega il resto della notte. Quando quel ragazzo e sua madre avevano deciso di non parlare, di non accettare l’uomo che avevano avuto a fianco per una vita, non credevano forse che ci sarebbero state delle ritorsioni? E ora che anche quel giovane borioso e superbo era morto aveva cancellato la stirpe dei Di Giorgio dalla faccia della terra negando a Federico il bene dell’immortalità. Metà nottata per scavare la buca, il resto impiegato a ricoprirla, nel freddo che non brucia la sua pelle bianca, e nei buio, nel movimento dei suoi capelli che turbinano dal vento. Quella dolce notte nera aveva ripensato a quanto tempo aveva passato a sognare il giorno in cui sarebbe finalmente riuscita a seppellire tutti i suoi ricordi. Una notte dolce quanto quella durante la quale aveva costretto il suo carnefice a tagliarsi le vene con una pistola puntata alla testa nel luogo dove per anni l’aveva stuprata. L’aveva comprata apposta. Altro terriccio sul corpo. Ecco. Ora è grande abbastanza per godere della vendetta.

 – Certo che è soddisfatta della sua condizione – gli dice Valerio Lineo con una parlata masticata e lo zuccotto ben calato sulla testa. L’ha trovato fuori, nella neve ad osservare gli alberi dalle cime mosse dal vento.

 – lei non lo sarebbe? – l’aveva guardato, la folta barba grigia, gli occhi azzurro intenso l’avevano gelato più del freddo che entrava dalle sue narici.

 – entriamo –  l’aveva invitato dopo aver sputato a terra.

 – veniva da un paesino sperduto in Russia, dove non sarebbe campata a lungo. Non è una persona fragile, ma l’inverno lassù è più duro che qui. Ed anche la vita. Alina è stata una bambina fortunata. Ora ha tutto. Tutto quello che le serve per essere libera. Qualcun altro nelle sue condizioni avrebbe perso la testa. E’ per questo che l’ho aiutata a conservare la sua anima russa. E ora guardi, Federico Di Giorgio si ammazzato con le sue mani. E lei possiede una fortuna. Sul piatto della bilancia possiamo dire che le parti siano eque. –

– sembra quasi che sia stato lei a metterle in testa alcune idee –

– io l’ho solo aiutata a proteggere il suo orgoglio. Non credo ci sia bisogno di discutere. Sono stato suo amico. L’unico che sapeva quel che stava accadendo –

– e perché non li ha denunciati? –

– e cosa avremmo ottenuto? La battaglia di un’orfana senza nome contro l’impero della giustizia a pagamento, davvero crede che avremmo risolto qualcosa? Saremmo finiti sepolti dalla neve, o dalle scartoffie e poi dalla dimenticanza, entrambi. Signor Price, – un sospiro, un sorriso – si fidi del mio intuito. È stato il figlio, e vedrà che ora, sparirà nel nulla. –

lo squillo del cellulare aveva scosso Price,

 – non abbiamo più il cliente – aveva detto Attorno nel ricevitore.

Nel letto, Giulia lo abbraccia dolcemente, carezzadogli le guance.

 – andrai alla polizia? – chiede.

 – no. –

Alina seduta sul divano di pelle bianco avorio del suo piccolo appartamento in centro beve vino rosso. Le labbra lasciano il bicchiere tiepido. E fuori il vento ulula. Ma le finestre sono chiuse e nell’appartamento la luce soffusa contribuisce ad aumentare la sensazione di calore che prova. La sensazione di essere al sicuro. E finalmente appagata. Sciacquata via la terra d dosso. Le lunghe gambe bianche ripiegate sotto di sé. Sul tavolo basso in vetro e acciaio sparsi fogli su fogli. I casi che studia. Libera dal passato. Assapora quella sensazione. Libera.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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