Africanizziamoci (O di come Shaka Zulu atterra Paolo Sarpi con un German Suplex)

Non riuscirei mai a fare a meno del caffè. Riesco sempre a salire al volo sulla vita che passa grazie al caffè. Sono lì, verso le cinque e quarantacinque, che tento di ricadere con tutto me stesso in quel bellissimo sogno in cui la mia faccia sta sul collo di qualcuno assai più interessante che sono costretto ad alzarmi da una brutta gastrite.

Bevo un po’ di minerale per dissolvere quel bruciore in gola, mando giù del pantoprazolo e sapete qual è la prima cosa di cui ho necessità nonostante un plotone di marines abbia fatto un repulisti al napalm nel mio esofago per tutta la notte? Sì, avete capito: di lui, del caffé.

Ragazzi il caffè mi fa sopportare anche quel cazzo di telefono che squilla ogni cinque minuti in ufficio. E’ qualcosa che si pone al di sopra della civiltà, si trasfigura oltre il rito. E se ci penso bene adesso che sto scrivendo non c’è nessun telefono che squilla. Un sollievo, un sollievo senza caffé.

Una di queste mattine, a proposito di telefoni e colazioni, ero in viaggio verso il lavoro e leggevo. In realtà ero in viaggio verso la colazione, non ho altro modo di metterla con me stesso. Sul mio smartcitofonino leggevo di quei deficienti che si lamentano dell’africanizzazione di Piazza Duomo a Milano.

Le palme, il simbolo dell’Africa, proprio sotto la madoninna.

Cazzo, che affronto eh. Penso, mi siedo a bere il mio capuccino su un trespolo per pappagalli in un bar nel bel mezzo del traffico appena fuori il mio ufficio.

Un grassone si siede accanto a me. Lo conosco. O meglio io conosco lui, lui non conosce me. Nel mio cervello funziona così, io posso conoscerti dalla distanza, alla distanza. Ma tu non potrai mai conoscere me se non sono io a buttare giù il firewall: io mi nascondo nella mia fretta.

Insomma il grassone è un professore. Professore di scienze dell’alimentazione. Un tizio che dice ai ragazzini di non mangiare all you can eat e poi te lo trovi incollato a svuotare la macchinetta delle merendine.

Commenta la notizia dell’africanizzazione tutto un po’ nazionalista cattolico-romano-apostolico mentre sgranella col cucchiaino lo zucchero di canna sul fondo della tazzina. Peter Griffin, in Gabon rivogliono indietro le palme!

Questo è un paese dove tutti d’estate in spiaggia vogliono sembrare dei negri ma se per caso qualcuno dei negri ti tocca corri in bagno a lavarti le mani. Non si sa mai c’abbia la turbercolebola.

Infatti è quello che succede, Peter Griffin dopo essere stato costretto a battere il pugno si fa dare le chiavi del bagno. Per lavarsi le mai, oppure a lui i negri fanno venire voglia di cacare: non so.

Sono entrati Pape Sarr e Amdi Sarr, fratelli. Sono come Noel e Liam Gallagher, ma del Senegal.  Uno più alto, l’altro più basso. Uno con i sopracciglioni e l’altro che cammina sbilenco. Uno con la voce acuta e l’altro bassa. Per farli lavorare al cantiere li alternano sennò finiscono per darsele. Gli Oasis lavorano in un cantiere di asfaltatura del fondo stradale sulla provinciale.

Amdi lo capisco, povero cristo. Ha sempre la gastrite, un sacco di problemi tipo il diabete. Peter Griffin ha paura che sia contagioso il diabete. Cioè, voglio dire: lo sa che il diabete non è contagioso. E’ un professore di scienze dell’alimentazione dopotutto, Cristo.

Pape invece è invece quello che all’apparenza se la cava meglio, più longilineo, ha fatto il pugile dilettante, un paio d’anni più giovane. Qualunque età abbiano.

Improvvisamente il discorso sulle Palme che africanizzano si smorza. Il barista si fa gentile. I due fratelli Gallagher si mettono al banco a fare colazione. Uno ha smontato dal part time notturno al mercato, l’altro sta andando al cantiere davanti. La signora Perbene seduta sul trespolo per pappagalli al bancone butta giù il caffè bollente in un solo colpo infastidita dalla presenza delle due rockstar dal colore sbagliato.

Si vede che il caffè a 70 gradi le ha fatto all’esofago come la gastrite a me questa mattina. Ma si alza a pagare, stoica tirando fuori un “Quant’è?” strozzato dal patimento.

Il nostro professore avidamente consuma un tramezzino dopo un cornetto, in una stratificazione di disordini alimentari che può essere esplorata solo con un impianto endoscopico.

Quand’è che succede l’irreparabile, non si sa se per colpa del pomodoro centro americano o del cioccolato della costa d’avorio. Un boccone si ferma a metà e il professore comincia ad agitare le mani tozze in cerca d’aiuto.

I due Oasis sentono rantolare alle loro spalle e si accorgono che il Prof. è diventato azzurro in volto come un tifoso dell’Italia.

Gli si fanno incontro, solo che lui fa un cenno: non vuole essere toccato. Ma non c’è tempo da perdere, stiamo perdendo il professore di scienze dell’alimentazione, che ora sbava e sputa pezzi di tramezzino e sfoglia.

Il primo dei due Gallagher a provarci è Amdi che comincia a battergli forte in mezzo alle spalle. Niente.
E allora va Pape, il pugile, che gli assesta un colpo secco col destro alla bocca dell’esofago.

Peter Griffin trasalisce, ha un conato di vomito ma il pezzo misterioso rimane in gola a bloccargli la respirazione.

Ci provano in tutti i modi, Amdi e Pape mentre noi tutti stiamo a guardare per vedere se alla fine muore davvero.

A vedere dall’esterno la scena di questi due uomini di colore che percuotono un signore con la giacca sovrappeso, due bravi cittadini, una guardia giurata e un taxista, irrompono nel bar e si avventano sugli Oasis di Dakar.

Peter Griffin è adesso blu come il mare nero di Battisti e a gesti interrompe la rissa richiamando l’attenzione su di sé. La faccenda si chiarisce in pochi secondi. Il taxista  e la guardia giurata fanno un passo indietro, hanno toccato due negri: perciò chiedono le chiavi del bagno e vanno a lavarsi le mani. Non si sa mai abbiano preso il tubocolebola.

Al professore mancano pochi secondi prima di diventare storia, non c’è tempo da perdere: tra poco entro a lavoro, devo sapere assolutamente come va a finire, non posso certo andarmene così!

Pape lancia un’occhiata al fratello e tenta una manovra di heimlich. Nessuno dei due l’ha mai fatto prima. Si mette alle spalle del ciccione e gli comprime l’addome per fargli sputare il pezzo maledetto. Solo che sollevando l’enorme mole del pachiderma ne viene sopraffatto e si sbilancia all’indietro. Così tanto che la manovra di heimlich si trasforma in un german suplex.

Peter Griffin atterra malamente sul collo, all’indietro. Un rumore orrendo di qualcosa di rotto risuona nel silenzio dello stupore generale. E’ morto? Non si muove più. Poi dalla sua bocca schiumosa, dopo qualche secondo, rotola giù sul pavimento il pezzetto di tramezzino che lo stava soffocando. Lentamente riprende a respirare

Pape si è rotto la clavicola, schiacciato dal peso del quasi morto prof. e sta urlando dal dolore. E intanto sono arrivati finalmente i carabinieri, che come ogni mattina vengono a prendere il caffé.

Vedendo la scena immobilizzano subito i due africanizzatori del bar, spalle al muro, perquisizione. Non ci importa della clavicola rotta negro, noi siamo i carabinieri. Poi arriva anche l’ambulanza assieme ai curiosi. E si porta via il professore sopravvissuto al German Suplex, adesso munito di collare a spiombare su una barella trascinata da due ragazzetti del servizio civile. Uno di loro è un’italiano di seconda generazione, di colore.

Peter Griffin dell’alimentazione è terrorizzato dal ragazzetto nigeriano del servizio civile. Ma non può urlare, ha la mandibola bloccata dal collare.

E insomma tutto è bello quello che finisce bene, pago tutto questo spettacolo solo 2 euro. I due Oasis hanno combinato il loro bel trambusto e vengono portati via per accertamenti. Nessuna parola dai presenti in loro sostegno. E tutti noi proseguiamo rinvingoriti nel corpo e nello spirito da un buon caffè di prima mattina.

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Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
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Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

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