A chi ci chiama Nazimalisti

La Primatologa Jane Goodall in un celebre scatto del National Geographic
La Primatologa Jane Goodall in un celebre scatto del National Geographic

A voi che usate il termine “Nazimalisti”, racconto una storia.

Non serve uno scienziato per capire cosa è giusto e cosa è sbagliato.

Quando non eravamo ancora nati, i nostri padri e nonni, nel secolo appena trascorso, hanno incominciato a occuparsi della questione ambientale e della sostenibilità.

Quando parliamo di ambiente parliamo della sua totalità: non possiamo scindere la questione climatica da quella energetica, la conservazione degli spazi naturali e delle specie che li abitano, il rapporto tra una crescente popolazione umana e le risorse che il pianeta offre.

Siamo in un sistema in equilibrio e a questo sistema apparteniamo, non possiamo pensarci esterni, non possiamo pensarci al di sopra.

Una Terra abbiamo e dobbiamo preservare.

Molte battaglie sono state condotte per l’ambiente dai nostri padri e molte scuole di pensiero più o meno condivisibili sono nate attorno al rapporto tra uomo e natura.

Molti gesti coraggiosi, estremi, sono stati condotti da singoli o dalla collettività in difesa del nostro pianeta.

Milioni di persone hanno marciato contro il nucleare negli anni ’80 in tutto il mondo, arrivando anche al blocco dei convogli che trasportavano materiale radioattivo in entrata e in uscita dalle centrali. Nessuno li chiamava naziantinuclearisti.

Molte sigle che sono entrate a far parte del nostro linguaggio hanno condotto su scala mondiale battaglie di opinione o di fatto in difesa della natura. WWF, GreenPeace su tutte.

Le Nazioni Unite, tramite l’IUCN, nel corso dei decenni precedenti hanno classificato e stilato un rapporto di monitoraggio costante sullo stato di conservazione della fauna mondiale, crescentemente minacciato.

Pensate che nel corso del ‘900 si sono estinte più specie animali e vegetali che in tutto il corso della storia del Pianeta.

Ma paradossalmente la sensibilità ambientale dell’opinione pubblica dei nostri giorni è al minimo storico.

Porsi il problema dello sfruttamento ambientale e quindi anche degli animali per il sostentamento dell’uomo non può essere liquidato con l’insulto Nazimalisti.

Considererei due punti di vista: un prettamente sistemico e l’altro specifico sugli animali.

Nel primo caso siamo davanti a un punto di non ritorno. La popolazione umana è passata da 2 miliardi ai primi del ‘900 ai 5 miliardi di fine anni ’90. Dal 2000 a oggi è cresciuta ulteriormente a 7 miliardi. Le stime parlano di circa 18 miliardi nel 2050.

Considerando la rapida emancipazione dei paesi in via di sviluppo è chiaro che un numero crescente di persone avrà accesso a livelli di consumo e sfruttamento delle risorse sempre più simile agli standard occidentali. Questa pressione fino a ora è stata mitigata, nonostante la crescita di popolazione esponenziale, solamente grazie all’enorme sperequazione nella distribuzione della ricchezza e del benessere nel mondo. Pochi ricchi a fronte di qualche miliardo di poveri.

La pressione sulle risorse riguarda l’energia, ma anche le materie prime o l’acqua. Ma anche in termini di spazio: le foreste hanno dapprima perso terreno in favore delle colture (e continueranno a farlo, come accade per quelle tropicali in favore dell’olio di palma ad esempio), continueranno a retrocedere in favore di nuovi insediamenti umani.

Si fa un gran parlare di energia. Ritorno del nucleare? Conversione totale alle energie rinnovabili? Biocombustibili? Fusione a freddo? Nuovi approvigionamenti di petrolio e gas in Antartide?

Molti i contro, pochi i pro. Ma la pressione è anche su beni di immediata necessità: acqua potabile su tutte.

Europei e americani consumano 7 volte la disponibilità d’acqua giornaliera di un africano, accedono a 12 volte il consumo alimentare giornaliero di un africano.

Mentre i paesi in via di rapidissimo sviluppo (Cina, India, Sud Africa, Brasile) conoscono adesso i benefici della finestra demografica (ovvero la maggior parte della popolazione è in età compresa tra i 18 e i 45 anni, ovvero in età lavorativa) è anche vero che stanno conoscendo adesso la loro rivoluzione industriale di massa. Il carbone e l’energia da legna non sono superati, anzi sono la prima fonte energetica.
Ciò porta ad un ulteriore pressione sugli ecosistemi vergini di queste aree, paesi spesso vastissimi e con grandi risorse ambientali intatte.

E a una maggiore produzione di emissioni da co2 che hanno un impatto sugli equilibri climatici del pianeta ormai innegabili (chi non ci crede perchè beota, si legga il 5° rapporto della commissione scientifica dell’UNRIC, organismo dell’ONU)

Il modello di consumi adottato con il capitalismo unica via non è più ambientalmente sostenibile. Perchè si fonda sul bulimico sfruttamento di tutto quello che possiamo sfruttare. Una volta saccheggiata e devastata un’area, ci spostiamo altrove.

Ecco perchè lo scioglimento dei ghiacci artici è un opportunità di nuove trivellazioni marine e non è visto come quello che è: un pericoloso ed estremo campanello d’allarme.

Gazprom che sponsorizza la Champions League e ordina alle autorità russe di detenere per un mese gli attivisti di Green Peace che hanno osato denunciare lo sfruttamento dei giacimenti artici da parte del conglomerato russo, è il volto feroce di chi sostiene il “progresso” fondato sui consumi a tutti i costi. Volete i riscaldamento d’inverno? Fate affari coi mafiosi.

I consumi.

Qui arriviamo al secondo punto della questione, quello legato all’ottica del rapporto uomo-animali.

Gli animali servono noi uomini in vario modo: ci fanno compagnia e intrattengono, ce ne cibiamo, li usiamo per fare ricerca medica, li utilizziamo come vestiario, ci hanno supportato nelle nostre attività (ad esempio nell’agricoltura, ma anche in guerra).

Gli animali hanno servito l’uomo come beni di consumo e allo stesso tempo hanno subito le sue scelte.

Quando si rimarca la differenza tra l’uomo e l’animale non si ricorda mai che è anche vero che l’animale non costruisce bombe atomiche o devasta ecosistemi su scala mondiale.

In sostanza non agisce contro le leggi della natura, cosa che l’uomo fa.
Se il presunto progresso fosse a beneficio totale dell’uomo, l’uomo non attenterebbe alla sua stessa esistenza distruggendo la sua casa.

L’olocausto della scomparsa di milioni di specie animali nel nome del progresso è innanzi tutto uno spregio alla presunta razionalità dell’uomo. Da Charles Darwin che le catalogava e si preoccupava di diffondere la comprensione e la conservazione siamo passati ad una condotta di sfruttamento che mina le stesse basi della comprensione dei meccanismi evolutivi.

Che senso ha sterminare le popolazioni residue di Grandi Primati per finalità mediche, catturando i pochi esemplari rimasti in natura, per ricerche che negli ultimi venti anni non hanno prodotto significativi passi in avanti?

Potremmo fermarci a riflettere prima di estinguere intere specie o davastarne l’areale.

Pensate che la popolazione di Bonobo, tra i grandi primati i più simili a noi, è diminuita del 75% in un secolo. Ad oggi liberi in natura sono meno di 8000.
Se il numero non vi impressiona pensate che i nostri figli non conosceranno che cos’è una tigre, ne sono rimaste in natura solo 3200.

L’uomo ha sperperato la ricchezza e la diversità di milioni di anni di evoluzione delle specie. L’uomo che ne è il prodotto e si impegna a ricostruire i passaggi della nostra storia evolutiva. Un controsenso.

Da un lato alcuni animali nascono e muiono a milioni solo per essere macellati o scuoiati per il nostro sostentamento.
Dall’altro altre specie rare si riducono a poche centinaia di unità, braccate dalla caccia, dalla deforestazione, dall’inquinamento di massa.

Pensate cosa ha fatto il disastro petrolifero causato dalla multinazionale British Petroleum nel Golfo del Messico o il disastro nucleare di Fukushima.

Gli animali hanno scelto questa fine? Impongono devastazioni e sofferenze simili a milioni di esseri umani? Distruggono le città e gli insediamenti umani?

Estinguiamo gli animali alla ricerca di metalli preziosi, superconduttori per smartphone, petrolio e gas nelle loro foreste. Catturiamo e releghiamo alla cattività milioni di loro ogni anno per la ricerca medica che ha fatto timidi passi in avanti. Ma a che costo?

La ricerca medica: la più interessante si svolge su animali protetti e in via di estinzione come i primati. Alimenta il bracconaggio e il mercato nero di animali. E’ rivolta a fini militari più che medici. E’ contestata perchè scoprire cure per malattie genetiche degli scimpanzè può dare indizi per le malattie umane ma non automaticamente la cura.
Ci sono animali che vivono in gabbia anni, sottoposti ogni giorno a test medici, a interventi di chirurgia invasiva continuamente. Può un essere vivente esistere – e con lui milioni di suoi simili – solo per essere usato da cavia?
Jane Goodall e altri fondatori di santuari per ospitare gli anziani animali reduci dai laboratori di ricerca possono meglio di me, e chiunque altro, raccontare le inutili e ingiustificabili atrocità a cui vengono sottoposti gli animali.

Queste sono molte, varie argomentazioni.
A parte andrebbe fatta una domanda a chi usa il termine nazimalista contro chinque si preoccupi della vita animale:

Qual’è il vostro spessore morale?

E’ innegabile che gli animali provino dolore, abbiano paura e cerchino di mettersi al riparo dalla sofferenza. Seppur diversi da noi sanno di essere vivi e riconoscono la morte.

Come si può fare distinzione tra un cane e un gatto di casa e il diritto di occupare con noi questo pianeta che hanno tutto il resto degli animali?

Come si può non interrogarsi un minuto su cosa è sostenibile ma anche su cosa è eticamente giusto fare?

La risposta è aperta e ognuno sceglie le sue conclusioni.
Gli estremisti ci sono tra gli animalisti ma ci sono anche tra di voi cari ultras della centralità dell’uomo a tutti i costi.

Voi che usate nazimalisti come insulto, pensate che uno degli animalisti e anti specisti più noti, Peter Singer è un ebreo figlio di scampati ai lager nazisti.
Un giorno i boschi e le pianure, i più prossimi alle nostre case, con tutti gli esseri viventi che popolano questi ambienti non ci saranno più.
Rimarremo noi, con le nostre fabbriche e la nostra violenza moralizzata, con le nostre bistecche clonate e i SUV sempre più grandi e potenti ad attraversare un’area di rifiuti tossici che separerà una città dall’altra, tutte uguali tra loro. Coi nostri mari di melma vuoti.
Rimarremo noi e la nostra cura incompleta per il Parkinson, l’AIDS e le fotografie di paesaggi, luoghi, emozioni popolate dagli esseri che con noi hanno abitato la terra e che non ci saranno più.

E ci estingueremo con loro, perchè la Terra non ci vorrà.

socialcosi

Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.
socialcosi

Lascia un commento!

Gabriele Neri

Fondatore di Battibit nell'aprile 2013. Sono uno storico di formazione, scrittore di saggi e racconti brevi. Nella vita mi occupo di lavoro e disoccupati, compositore occasionale.

Un pensiero riguardo “A chi ci chiama Nazimalisti

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!