43 degress north

Non importa cosa mi portò a fare questa esperienza o il periodo della mia vita che stavo vivendo. L’essenza stessa di ciò che avrei intrapreso, mi rendeva al solo pensiero un uomo libero. Iniziava la stagione fredda, e mi ritrovavo in una terra che avrebbe dato alla luce i frutti più belli che la stagione invernale portava con sè.

Il solo fatto che gli esseri umani non affollassero più i suoi spazi verdi intervallati dalla distesa blu del mare mi riempiva i polmoni di una voglia di scoprire suoni, colori e modi di vivere nuovi. Vaste zone di quel posto,con l’approssimarsi dell’inverno erano ormai disabitate e molte miglia mi dividevano da quella che viene definita, con molto coraggio, civiltà. Volevo intraprendere un’esperienza che potesse definirsi tale, munendomi di tutto ciò che poteva servirmi ai fini della sopravvivenza e cogliendo la semplicità della vita, da cui quotidianamente ci allontaniamo. Presi una canoa che potesse portarmi più lontano possibile, più lontano ancora.

E non fu nemmeno difficile trovare il materiale essenziale per sopravvivere per un pò di tempo lontano da casa. La mia partenza fu quindi accompagnata dai seguenti oggetti: canoa, pochi indumenti utili a ripararmi dal freddo, un fornellino da campeggio, sacco a pelo, tenda, bussola, materiale per pescare e viveri di prima necessità (un sacco di riso, cibo in scatola etc). Avevo l’ottima compagnia di autori quali, Thoreau (“Walden”), Hamsun (“Il risveglio della terra”), Jack London (“La crociera dello snark” e “La strada. Il diario di un vagabondo”) e Tolstoj (“Resurrezione”).

La partenza di fu facile, dato che il mare era liscio come l’olio e la swell in arrivo sembrava ancora timida ed impotente. Vogai per quasi 3 ore, attraversando linee visuali immaginifiche, in cui il verde dei boschi si stagliavano lontani, amalgamandosi con l’estensione inifinita della sabbia ed il sentiero che stavo lentamente aprendo sul mare. Dovetti fermarmi, quando Dio, il mare o non so cosa mi fecero prendere atto dei miei limiti umani. Il mare stava infatti diventando tumultuoso, e le onde iniziavano a frangere con una certa violenza, accompagnate da soffi di vento incisivi. Persino un gabbiano, quanto riusciì finalmente a raggiungere la riva, non rera in grado di spiegare le ali e di seguire il sentiero dettatogli dal vento.

Mi accorsi che la realtà era però ben diversa: anche in questo caso, la furia dell’uomo era riuscita ad arrivare prepotententemente sulla vita di un gabbiano. L’animale nonostante gli sforzi, aveva un amo impigliato ad una zampa, che gli impediva di volare. Uno dei tanti oggetti utili all’uomo, ma che gettato in spiaggia senza ritegno, era diventato un’arma letale per il gabbiano. Mi accampai in fretta, riuscendo ad evitare la burrasca incombente e portando con me il gabbiano ferito. Il posto dove avevo deciso di trascorrere la notte era riparato dalle dune circostanti, e rimasi per qualche ora ad osservare il cielo, mentre lentamente il fuoco si consumava, riscaldandomi la pelle con l’ultimo calore. Fu l’umidità sulla barba a svegliarmi, dandomi un leggero prurito.

Allo stesso tempo avvertivo la sensazione che avrei avuto bisogno di un buon caffè per vincere le ultime sofferenze di una notte in balìa di freddo e vento. Una vita in meno giaceva accanto a me. Rimasi a riflettere per qualche minuto, osservando il gabbiano ormai morto. Era come se udissi gli ultimi vagiti di un’umanità che si stava deteriorando, sottomessa alle logiche dominanti dell’inquinamento marino, dell’avvelenamento delle terre e dalla barbaria che si abbatteva quotidianamente sulle altre specie viventi. Era perpetrata dall’uomo, dopotutto. Passarono molte settimane, e di giorno in giorno, con la mia canoa attraversavo posti inesplorati duranti i lunghi inverni.

Imparai ad ascoltare la voce del mare, che negli anni precedenti, avevo perduto fra i rumori assordanti di una metropoli. Osservavo il movimento di un ramo, mosso dalla caduta di una goccia e mi meravigliavo quando, ad occhi aperti immergendomi nell’acqua limpida, vedevo un banco di pesci sfiorarmi. Mi arrabbiai, quasi piangendo quando mi accorsi le larve che stavano consumando un pesce preso il giorno prima. Non tanto perchè fosse il mio pasto, ma per il semplice motivo che avevo tolto inutilmente una vita al mare. Scelsi la solitudine come compagna in questa esperienza, e fu la migliore maestra di vita di sempre.

Matteo Pieracci
Matteo Pieracci

Latest posts by Matteo Pieracci (see all)

Lascia un commento!

Ti è piaciuto? Lascia un commento!

error: Content is protected !!