4. Il Migliore dei mondi possibili. Agosto 1969. parte 4.1

leggi dal primo capitolo: Il migliore dei mondi possibili.

continua da: 3. Il Dono

“Nel ventunesimo secolo la rabbia e l’odio erano dappertutto”. Annick aveva aperto gli occhi lentamente. Riusciva facilmente ad intercettare il momento della transizione dal sonno alla veglia. La sua mente “elaborava” di continuo, come una macina, fracassava e spurgava. Quella mattina aveva sentito qualcosa e vi era rimasta aggrappata. Si era frugata dentro mentre dormiva ed aveva estratto quella frase da se stessa. “Nel ventunesimo secolo”, sembrava un bit di lezione di storia. Sfiorò il pad sul comodino. L’addestramento non le aveva lasciato risvolti emotivi e in lei non c’erano recriminazioni di sorta ma nemmeno se ne accorgeva. Non sapeva ci fossero in lei, dentro di lei, forze con le quali non aveva avuto a che fare. Con le quali non era mai entrata in contatto. La sua mente era uno scanner, lei una macchina della repubblica. Una sorta di artefatto. Di questo sì, era consapevole e ne andava in una qualche maniera fiera. Esibiva se stessa e le sue qualità senza boria ma con una fierezza che probabilmente rispecchiava quella di Leone. Fiera del suo lavoro e del suo addestramento. Fiera di non scovare mai in sé l’assenza di controllo. Fiera della sua capacità di problem solving, e fiera delle sue responsabilità. Suo fratello non era come lei. non era stato proposto per l’addestramento e non aveva le sue qualità mentali. Nessun altra ragazza della sua età le aveva. Il ministero era in un piccolo centro dove non c’era possibilità di venire in contatto con molti altri giovani. Ma la sua scuola non si trovava a Vanosc, e Annick era ancora giovane, o meglio, piccola, quando aveva conosciuto gli altri. non avrebbe saputo dire cosa avevano di diverso, ma qualcosa c’era, e di sicuro la prova che tra lei e loro c’era una grande differenza era che loro non venivano addestrati. Che loro frequentavano scuole normali, erano vicini alla loro famiglia, e non venivano monitorati. C’era stato un tempo in cui si era sentita “piegata”, un tempo in cui aveva “visto nemici”, in cui aveva cercato di trattenere “quello che era veramente”. Ma quel tempo era finito. Si era dissolto come una nebbia si dirada. Mentre si ergevano le certezze i dubbi crollavano, le “polveri” del dubbio si “depositavano” al suolo e lasciavano la visione chiara. Ora era talmente abituata a quella “chiara visione” che la presenza di quel rigurgito delle scuole nella testa, “nel ventunesimo secolo”, la infastidiva solo a metà. Non come “le polveri”, non come “i nemici” che aveva visto, non come “l’essere piegata”. Se aveva affrontato quelle resistenze della sua mente e se aveva abbracciato la sua elasticità psichica poteva fare qualsiasi cosa.

Era partita bambina ma non aveva provato dolore o paura. Gli integratori avevano supplito ai suoi bisogni. Come le era stato poi riferito: aveva reagito benissimo. Così come aveva reagito benissimo all’addestramento. Il problema non è mai partire. Il problema è tornare. Il suo referente Q aveva intensificato i colloqui le settimane che avevano preceduto il suo ritorno a casa. Lui aveva previsto la crisi, e l’aveva messa in guardia.

-perché?- aveva chiesto Annick –perché credi che io sia così fragile?-

-abbiamo fatto un grande lavoro con te Annick. Mi sento di dire che sono fiero di te. delle tue capacità. Ma le strutture cerebrali come le tue sono imprevedibili. Lo sono anche per te, questo lo devi sapere. È importante che tu lo sappia, anche questo fa parte dell’addestramento. Dopo questa estate entrerai al ministero e lavorerai a fianco di tuo padre, e io non sarò con te, né per il monitoraggio né per i colloqui. Quello che voglio è che tu ti comporti come se io ci fossi-

-ho i miei schemi autoanalisi, e ho la disponibilità di un referente a Vanosc.-

-qualche volta per gli esseri umani come te le cose non sono così facili-

Annick era rimasta a fissarlo per qualche istante. Una parte di lei era rimasta a fissarlo per sempre, chiedendosi con freddezza se lui avesse preso la decisione giusta incidendo in quel modo la sua sicurezza in se stessa. Ancora non era riuscita a darsi una risposta. All’alba del giorno del suo viaggio verso l’agosto del ’69 aveva riesumato quella domanda. Credeva alle “proposte” del proprio inconscio, ma era brava ad analizzarle e raramente sorgevano in lei domande spontaneamente. Una parte di lei era rimasta seduta nell’ufficio spoglio del suo terzo referente Q a chiedersi se davvero fosse il caso di lasciarla partire dopo averla messa a conoscenza del fatto che la sua mente poteva esserle estranea. Imprevedibile. Il suo addestramento l’aveva portata ad abitare una realtà fatta di domande e risposte, stimoli e reazioni. Quegli anni non perdevano di senso se le sue strutture cerebrali erano imprevedibili? Eppure riconosceva che il Giu Centrici le aveva messo in mano uno strumento che le sarebbe tornato utile. Aveva imparato a non avere paura delle reazioni spontanee, a comprenderle e inquadrarle nel più vasto campo del funzionamento della psiche umana. Dunque se al suo ritorno qualcosa in lei si fosse ribellato alle certezze che aveva conquistato era giusto che sapesse affrontarlo senza paura.

Ma se nessuno le avesse parlato della possibilità di una ribellione mentale, di una reazione imprevedibile, di quella zona d’ombra della coscienza, sulle basi di che cosa la crisi sarebbe dovuta sorgere?

Aveva i mezzi per affrontare qualcosa che non si sarebbe trovata ad affrontare se non gliene avessero istillato il principio dentro fornendole quegli strumenti. –i soliti paradossi del nostro mondo- avrebbe replicato Giu Centrici se lei lo avesse messo davanti a quel macchinoso ragionamento. Dunque non lo fece. Conosceva bene gli insidejoke della scuola. I paradossi erano all’ordine del giorno e il sarcasmo ne stemperava l’orrore. L’uomo era paradossale, La Repubblica aveva il dovere di prenderne atto.

Aveva riconosciuto il proprio risentimento nel confronti di Giu per averle aperto dentro quello spiraglio di dubbio. E tornata a casa non era riuscita a non nutrire quel risentimento. Quella era stata la radice di una rabbia immensa, che non prevedeva nessuna domanda ma solo accuse. Del resto era quello il grande compromesso. I giovani come lei, diversi da tutti gli altri, i giovani “dotati” venivano addestrati ad essere in contatto con le proprie emozioni. Quella rabbia non poteva essere spazzata via dagli integratori come Surì, sua madre, faceva con i propri stati d’animo. Perciò era tornata. Portando con sé il suo risentimento e decisa ad affrontarlo, ossia decisa a seguire i consigli che l’avevano provocato. Non aveva mai perso il controllo. Non aveva mai perso la strada. Però era stata dura rimanere in pista.

Partire non le era pesato. E nemmeno crescere lontana dai suoi e da suo fratello. Ma tornare era stata tutta un’altra cosa. però era riuscita a rimanere se stessa. Rimanere in contatto. Rimanere (avrebbe pensato poi, molto tempo dopo) la macchina che La Repubblica aveva creato plasmando la sua materia viva.

Ora l’attendeva un altro viaggio e sebbene non lo sapesse da quello non sarebbe tornata la stessa.

continua con: Agosto 1969 4/2

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
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Chiara Silvani

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Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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