3. Il dono. -il migliore dei mondi possibili-

 

leggi dal primo capitolo: Il migliore dei mondi possibili.

continua da: 2. Paradosso abominevole.

1.

Quando apre gli occhi ha ancora il suo nome sulle labbra. Ciakate. Le sensazioni vanno affievolendosi. Fuori albeggia, si stagliano le sagome nere degli alberi e dei palazzi a est contro il cielo chiaro e freddo.

Dio, aveva così paura. Lei, Ciakate.

Gli è rimasta addosso la nausea, senso di vertigine, e quella paura come se fosse lui stesso a provarla, paura che strozza il respiro, torce lo stomaco, infezione da necrosi. Una paura che sa di roba andata a male. Erano sulle sponde del fiume, questa volta. Lei era girata di spalle. il vento forte le smuoveva i capelli. Era protesa verso il proprio sogno ma aveva percepito la sua presenza. In qualche modo.

E si era voltata.

Gabriel Hinz, ora, sveglio, siede sul bordo del letto, la testa tra le mani. La luce mattutina gli ferisce gli occhi.

Quando questo è il dono che con la vita ti ha fatto Dio, manipoli te stesso, ti rendi attento, preciso, sensibile. Perchè questo dono è un’arma a doppio taglio, e se confondi i sogni con la realtà non è detto che tu sia in grado di tornare indietro.

Come l’aveva chiamato quella voce?

Ci ripensa mentre sotto il getto d’acqua calda si scicqua via il sonno di dosso. Onironauta, sì, viaggiatore dei sogni. Forse aveva creduto di essere il solo, ad aver ricevuto il dono. Il solo a poter percorrere gli spazi infiniti della sostanza oinirica. Certo, secondo i parametri della Rpubblica i sogni erano componente essenziale della vita dio ognuno di loro. Altrimenti non sarebbe stato necessario utilizzare le tavole oniriche, i pad. Quei diari bioelettronici dove si supponeva le persone avrebbero dovuto scrivere tutto. tutti i loro sogni. Ebbene lui non lo faceva. era l’unica sfera di intimità che si concedeva. Proteggeva il suo dono. Per quella ragione l’incubo l’aveva turbato tanto.

Onironauta.

Così l’aveva chiamato la voce. Aveva visto la sagoma scura di un uomo in lontananza, che li guardava. Lui e Ciakate.

-è di lui che hai paura?- aveva chiesto. Ma lei era già sparita. Aveva perso il contatto. Allora aveva sentito la voce di quell’ombra, un sibilo, come fosse nel suo orecchio.

“stanno venendo a cercarti”

-chi sei?- aveva chiesto lui di rimando.

“ricordati da che parte stai quando ti verranno a prendere”

Gabriel Hinz era rimasto immobile, paralizzato. Cercava nella mente la sua parola totem, “dono”, il suo aggancio con la realtà. Una tecnica affinata nel tempo.

Ora rabbrividisce avvolto nel suo accappatoio, nonostante il tepore del bagno, le piastrelle opache per la condensa.

“dono” aveva sussurrato nel sogno, aveva cercato di tornare alla realtà, aggrappandosi alle sensazioni del corpo nel letto, che, flebili, ancora riusciva a sentire.

“aspetta”, ha detto la voce, un sussurro.

-voglio solo svegliarmi- aveva replicato ad alta voce, deciso. Aveva cercato di assumere il controllo del sogno, scavando nel cielo che prendeva a rannuvolarsi un corridoio verso la sua stanza. Non servì a nulla, se non a far alzare il vento, come se il sogno si stesse opponendo.

-voglio solo svegliarmi- aveva ripetuto. meno convinto.

“ti verranno a cercare” ancora quella voce.

-chi? dove sei?-

“non dimenticare da che parte stai”

Gabriel Hinz si era voltato su se stesso, aveva scrutato il cielo; “io non sto da nessuna parte” aveva pensato.

“sei dalla parte di quelli come noi. sei un onironauta”

Onironauta. é una parola che ripete ora, trattenendola in bocca per gustarla come fosse il suo nuovo nome.

Quando è cominciata?

Aveva forse diciotto anni quando ha iniziato esplorare se stesso sognando. Per poi rendersi conto che il mondo che poteva attraversare durante la notte era molto più vasto di quello che gli offriova il giorno. E allora la sua vita si era sdoppiata, un’esistenza tarpata, mediocre, pallida e monotona, quella della vita reale.

E poi, un viaggiatore dei sogni.

onironauta.

gli piace il suono di quella parola. gli piace chiudere gli occhi e cercare. lasciarsi scivolare tra le pieghe della sua coscienza fino a galleggiare, come sospeso sulle immagini, sui suoi, l’agitarsi cupo di quella roba “che sta dentro”, appena sotto la superficie. quando si infila tra le lenzuola scivola, scivola dolcemente in un oceano  onirico.

e qualche volta tocca il fondo.

Sapeva che Ciakate era reale, non una produzione del suo inconscio, non una proiezione onirica di una parte di sè. Lo sapeva perchè lo sentiva. Sapeva come andarle a fare visita, dove cercarla. Ma non gli era mai venuto in mente che qualcuno potesse andare a cercare lui.

non aveva mai creduto, mai immaginato che qualcuno potesse decidere di introdursi nei suoi sogni. e per avvisarlo di qualcosa. di un pericolo.

2.

Quell’incubo lo lasciò con un’angoscia stretta addosso, la sensazione di non essere padrone di se stesso. Di non essere padrone del suo dono.

Riflettè, la mattina dopo.

Da qualche notte non sognava.

Si era masturbato la sera prima, per sgombrare la mente, placare l’ansia, quella paura rarefatta che ha dato tono all’ultima settimana.

Si è addirittura masturbato, un evento che non si verifica spesso, e che, ne è certo, può essere considerato il massimo della sua vita sociale, per così dire.” Che tristezza”, aveva pensato poco dopo, “poco più di trentanni, già privo di quella spinta che accompagna all’amicizia e all’affetto”. Già deluso e rinchiuso in una quotidianeità di abitudini senili.

Una vita così, davvero vale la pena di essere vissuta?

Ma resta il dono. Il dono, è ciò che ancora lo rende vivo.

Le sue notti lo lasciano esausto, oltre le dimensioni dello spazio e del tempo, nei sogni, attraverso i sogni, perlustra un universo senza termine, sospeso. E l’opportunità di questa esplorazione assorbe e quieta tutto il suo desiderio. Il suo dono, Il Dono, che lo gratifica, lo nutre, più di qualsiasi attimo presente della realtà abbia mai fatto.

Si è addirittura masturbato e non è servito a molto. Non a calmarlo.

Ma è riuscito a sognare.

Ad andarla a cercare. solo che qualcuno è venuto a cercare lui. qualcuno che ha deciso di rimanere una voce nella sua testa, solo un suono nel suo sogno. Anche l’immagine di Ciakate, gli era rimasta in testa per la strada, e poi sulla vela pubblica, e poi alla scrivania dell’ufficio. Ciakate. dopo, alla centrale, ha compreso che c’era qualcosa che faceva contatto, tra Ciakate e quella voce. c’era un accordo. un’assonanza. la voce misteriosa con Ciakate c’entrava qualcosa e viceversa. era come cercare un sapore conosciuto in una fetta di torta a strati. come percepire lo spettro di un ricordo in un odore. qualcosa che non riusciva ad afferrare del tutto, ma c’era. una certezza che non si lasciava cogliere. la giornata era piatta, la temperatura tiepida, e Gabriel sentiva sulla sua pelle, sui suoi occhi, sulle dita delle mani, e sulle spalle, il peso della realtà come una muta di percezioni che lo comprimevano fino a renderlo insensibile, costringendolo dentro, non fuori. dentro di sè. dove conservava i suoi ricordi. dove, lo sapeva, doveva esserci la chiave per interpretare quella voce, per chiarire il suo ruolo nel suo sogno e.. un avvertimento? ma non era stata Cikate ad avvertirlo, e di cosa poi? ripensò al suo sogno, il primo di quella notte, quello che era stato seguito dall’incubo nel quale era stato risucchiato suo malgrado. forse anche Cikate, quando lui andava a farle visita, provava quella sensazione. di essere rapita dalla sua psiche per il tempo sufficiente appena a perdere le coordinate. non gli sembrava di essere brutale, quando la cercava. non la chiamava a gran voce, invocando tuoni e lampi. non gli risultava di sussurrargli minacce nelle orecchie. come era stato fatto a lui. la sera prima si era addormentato nell’umido, e aveva aperto gli occhi in un campo odoroso di era secca. o meglio, la sua sensazione era di esservisi adagiato nel momento in cui aveva lasciato andare la veglia. aveva lasciato che il suo sè vigile si acquietasse, un istante alla volta, che sgomberasse dalla sua vita per lasciarlo libero di vedere. un dono serve a questo, a vedere oltre, dopo, di più, più avanti. a guardare lì dove l’occhio fisico non arriva. aveva chiuso gli occhi, nel bozzolo di lenzuola appiccicaticce. il suo letto era un nido disordinato. poi, si era trovato in un campo sterminato, odoroso d’erba seccata al sole che si estendeva intorno a lui a perdita d’occhio. “dono”, aveva sussurrato. E aveva saputo di essere in un sogno. Aveva fatto spazio intorno a sè, forzando l’immagine che la sua psiche gli aveva costruito intorno, bucandola. Si era fatto spazio intorno per cominciare il viaggio, per andarla a cercare. Aveva attraversato rapidamente bolle di sogni, scivolandovi attraverso come in un bagno di miele vischioso, tenendo il focus dell’attenzione fissa su di lei, su Ciakate. Senza farsi distrarre. Quando hai questo tipo di dono non puoi permetterti distrazioni.

-signor Hinz?- si sentì chiamare ora con tono perentorio. Un tono che non ammette repliche.

Alzò la testa e sorrise al suo capo. “non si dorme sul lavoro” gli venne da pensare. l’aria, nella “realtà” era ancora tiepida, l’ufficio della centrale animato da un brusio sommesso e svogliato. masticato. Gabriel Hinz si era alzato in piedi dandosi lo slancio con le gambe, per farsi forza. un burattino a molla. il suo principale si era ritratto a quello scatto, ma aveva mantenuto l’espressione cordiale e placida che si suppone debba avere un dirigente.

-c’è qualcuno che vuole parlare con te- gli aveva detto.

-problemi?-

-no- Gabriel aveva indagato il tono di quel monosillabo, il colore dei dischi non gli fece sospettare nulla. -no?- chiese per sicurezza.

-non lo so- rispose quello.

L’uomo che lo attendeva in quella stanza gli era stato presentato con il nome di Traq, e continuava a rimestare nella tazza bianca con il cucchiaino. Per qualche istante si sentì Solamente il cling cling sempre uguale del metallo che batteva sul coccio. come un rubinetto che perde. Poi cominciò, con voce melliflua a snocciolare un discorso che Hinz non si preoccupò immediatamente di ascoltare. sì, non poteva negare di essere un dipendente un pò svampito. ma era un uomo capace, e una persona educata. e guai seri sul lavoro non ne aveva mai combinati. non aveva motivo di preoccuparsi. si era distratto mentre il signor Traq, con la sua voce lagnosa, parlava del più e del meno. si era distratto, puoi permettertelo nel mondo reale. l’impatto emotivo degli eventi è lieve. nessuno viene a bucarti il sogno per metterti addosso la paura. Quella gli era inizialmente sembrata la solita, noiosa più che preoccupante, ramanzina del capo dei capi o chi per lui. Una chiacchierata intavolata per ingannare il tempo. Hinz, che l’ultima ruota del carro, non combinava praticamente nulla in quell’ufficio. Ci si può figurare quanto poco da fare avessero i dirigenti.

la solita ramanzina. Che non si preoccupò di ascoltare fino a che Traq non prese a parlare di sogni.

-lei capisce non possiamo permetterle di andare in giro per i sogni altrui- e qui Hinz si animò -fino a che non verrà fatta chiarezza sulla sua affidabilità.-

-scusi?- chiese Gabriel Hinz

Traq si schiarì la voce

-il suo è un dono. lei lo sa meglio di me, immagino. ma ogni dono di Dio, per usare un’espressione arcaica, o di chi ne fa le veci è un’arma a doppio taglio.

lo sa no? signor Hinz?-

non disse nulla. ma forse un’ombra turbinò a intorbidire le sue iridi chiare. lo spettro di un pensiero vago. Traq sembrò considerare il suo silenzio un’esortazione a proseguire, anche se dai dischi doveva aver visto la sua inquietudine.

Il dono, la sua arma a doppio taglio. gli aveva rubato la realtà, ma gli aveva dato tutto il resto.

-nello spazio e nel tempo ci sono persone che sono state baciate dalla sua stessa fortuna.- riprese Traq con vivacità -come possiamo assicurarci che lei non crei problemi, quando sta sognando? dobbiamo proteggere il nostro presente. e da quando è possibile viaggiare nella dimensione del tempo, poveri noi siamo costretti a proteggere anche il nostro passato e il nostro futuro.-

Traq rise.

-non capisco cosa intende.- risponde lui. sfrontato, nonostante dentro gli si faccia viva la disperazione che intuiva nel sussurro del suo sogno. Onironauta. ricorda da che parte stai.

-se non sbaglio- proseguì Traq -lei lo chiama il dono-

Nella sua mente prendono a rimbalzare quelle parole, la voce del suo incubo.

Onironauta.

“dimmi chi sei”, ha chiesto lui, Hinz “cosa significa..”

“è quello che tu chiami il dono.” ha risposto quella voce. poi:

“stanno venendo a cercarti”.

L’ultima frase che ha potuto ascoltare prima che il sogno lo sputasse fuori.

-lei come fa a saperlo?- chiede ora. La gola stretta. è sveglio ora, maledettamente sveglio.

Traq non alzò gli occhi dalla tavola onirica, il pad tra le sue mani gettandogli una luce azzurrina sul volto gli tagliava il viso in un particolare gioco di chiaroscuri.

-come le ho detto, Hinz, ci sono altri elementi, che come lei, hanno la possibilità di esplorare la sostanza che comunemente chiamiamo sogno. e lavorano per noi.-

-devo dimettermi?- chiese Hinz sulla difensiva.

-questo non risolverebbe il problema-

Hinz lascia scorrere lo sguardo sulla scrivania. fermacarte e penne. il pad di Traq, sul tavolo. lui, Traq, le sue mani incrociate sul minipad per  appunti

-come faccio a sapere che non sto sognando?-

-ma è proprio questo il punto della questione! signor Hinz! se lei non si fida di se stesso come facciamo a farlo noi?-

3.

Hinz gurdò Traq, improvvisamente terribilmente consapevole della gravità della situazione. Traq si alzò in piedi e poi si mise a sedere sulla scrivania, di fianco, accavallando le gambe come una segretaria piacente.

-le proponiamo un training. lavorerà per noi. ma non potrà più sognare. almeno non fino a quando non avremo chiarito la sua..- fece una pausa. come scegliendo le parole -.. stabilità mentale-

-volete interdire la mia fase REM?- chiese Gabriel

sapeva una cosa, del vecchio mondo, l’unica che aveva memorizzato dai tempi della scuola. era stato qualcosa che l’aveva colpito terribilmente. i suoi dischi ne erano stati incupiti per giorni. gli uomini, prima della Cultura, teneva animali che chiamavano “domestici”. tenevano i pesci nelle scatole di vetro. le bestie legate per il collo. tagliavano agli uccelli le piume che consentono loro di volare perchè non scappassero via. quei fatti per lui, soli, giustificavano quello che era successo al mondo. giustificavano la Cultura, il rimboschimento e.. e la riduzione degli individui ad un quinto della popolazione. giustificavano le normative sull’inserimento dei dischi alla nascita e il chip magnetico di identità nel collo, due procedimenti di legge che erano stati a lungo discussi prima di essere applicati. quella storia degli uccelli, delle piume tagliate e del volo.. quella giustificava tutto. tutto quanto il suo mondo. il modo in cui vive. quello che fa.

ma..

ma quando scivoli dolce nelle profondità dell’oceano viene il momento in cui atterri. tocchi il fondo.

-le cose sono andate un pò troppo avanti non le pare?- Traq annuisce, condiscendendo con se stesso, il suo viso, la sua espressione, comunicano un miscuglio acre di arrendevolezza e soddisfazione -le chiediamo di diventare un operatore. per l’Assistenza pubblica alle Disfunzioni Emotive. ci occuperemo della sua formazione. è il genere di lavoro che solo un certo tipo di persone possono fare. ma ci vuole lucidità, freddezza. credo che sappia di cosa parlo.-.

certo. Hinz lo sa perfettamente. un sapore amaro e acido in bocca. essere come tutti gli altri. l’ha mai desiderato? no, non veramente. si rese conto di stare per perdere l’unica cosa che lo distingueva davvero. il fatto di essere un onironauta. lucidità, freddezza. certo che sapeva di cosa parlava Traq. ti addormenti e ti svegli nelle più profonde e oscure cavità di te stesso. e atterri.

“stai per perdere le tue piume Gabriel, ti stanno mettendo in gabbia..”

l’inconscio che ti parla per immagini, per sensazioni che stordiscono. mantieni un contatto con la realtà, una cosa piccola.

“puoi dire addio a tutto, addio bagnetti nell’incoscio”

una parola.

un totem.

quando non sei certo di essere sveglio la pronunci, e la situazione nella mente si fa più chiara. quante volte gli è capitato? infinite. la parola totem l’ha sempre riportato alla realtà, o almeno una parte di lui. ma essere un onironauta non significa sfuggire dai sogni. significa attraversarli.

-mi dia il suo pad- disse Traq. all’improvviso non appariva più tanto ridicolo quel suo volto smunto giallastro e affilato. e la sua voce acuta nemmeno.

Hinz non si mosse.

“ti stanno tagliando le piume”

-potete farlo veramente?- chiese.

-lavorando con noi imparerà che per il bene della Repubblica possiamo fare tutto, signor Hinz-

rimase fermo. gli si dipinse sul volto un’espressione di sfida, quella che porta addosso chi pensa: bene, dimostrami che fai sul serio. non di proposito. solo..

non poteva credere.

“puoi salutare il mare in cui avevi imparato a nuotare”

Traq si sfilò di dosso gli occhiali e prese a pulirli.

-signor Hinz- cominciò stancamente -ci sono molti modi di fare una cosa. nel particolare caso, lei può decidere di collaborare, lavorare per noi, prendere parte alla formazione, e forse, un giorno le riabiliteremo il pad per il sogno REM, quando valuteremo che è giunto il momento.nel frattempo le garantiamo un’occupazione di tutto rispetto che le permetterà di sviluppare le sue qualità e capacità. e in cambio le chiediamo solo una cosa..-

-chiedete in cambio il mio dono-

Traq sorrise.

-se è così che la vuole vedere-

-e l’altra opzione?-

Fu l’espressione di Traq a rispondergli. Quel volto non lasciava nessuno spiraglio alla speranza, alla compassione, al dubbio. Gabriel seppe, perchè glielo lesse negli occhi, che se fosse uscito cosciente da quella stanza vi avrebbe lasciato il suo dono. Cosa sia un uomo senza il talento che solo ne realizza l’essere.. quella, una questione filosofica che non sapeva, non poteva affrontare in quel momento.

“cosa sarà di me?” questo sì, questo se lo chiese.

Annuì, confuso, sopraffatto. Ripensò a Ciakate, alla voce del suo incubo. Ora più che mai era libero di credere che sì, erano reali. E da qualche parte, in un qualche tempo, Ciakate aveva paura. tese il proprio Pad a Traq. quello lo accolse con cura tra le mani. era svelto. era.. una caduta inarrestabile. Gabriel capì che non sarebbe uscito di lì portandosi via il suo dono. “ti tagliano le ali”. Quello che era stato, lui, Gabriel Hinz, fino a quel momento era venuto a terminare quel giorno. “viene il momento in cui tocchi il fondo”.

Cercò di riachiamare a sè, con malinconia, tristezza, quella sensazione. La sensazione che prova un onironauta. Come vedere l’universo intero dal finestrino di un treno. La sua ultima notte l’aveva impiegata per cercare Ciakate. Come stare a guardare l’universo intero dal finestrino di un treno, si era tenuto saldo alla sua parola totem, “Dono”, quella, quella parola che accendeva il lato della sua coscienza che rimaneva vigile durante i sogni. E allo stesso tempo, saldo e attento alle immagine nelle quali viene immerso, che paiono scorrere su un nastro. Le aveva passate al setaccio, quelle immagini, scannerizzate rapidamente così come anni di pratica gli avevano insegnato a fare. Cercando un segnale della sua presenza, uno spazio verso cui virare, nel quale inserirsi. Poi l’aveva vista, sentita, oltre il piano cottura della cucina bianco abbagliante nella quale si trovava, l’aveva sentita. Guardando giù al pavimento aveva provato la fitta gelida, a lame, dell’acqua fredda. Un fiume, un lago. Acqua. Finalmente aveve visto Ciakate, dall’alto. Si era calato fino alle sponde con un corda, franando malamente sul fianco di un’altura di fredda terra argillosa. Lei, incassata e infagottata nel suo giubotto era protesa verso il proprio sogno. Grabriel si rese conto di essere immerso nell’acqua, il freddo gli mozzava il respiro.

Ciakate si era voltata di scatto quando l’aveva percepito. Gli aveva sorriso. Doveva ricordarsi di lui in Qualche modo.

Ripensò a quel sorriso, mentre Traq tamburellava veloce sul suo pad. a quel sorriso, e a tutto quello che stava perdendo, al suo dono.

Fu forse il suo stesso talento ad agire al posto suo quando si allungò verso Tarq con l’intenzione di fermalo. fu una sorta di atto spontaneo. per autoconservazione.

-signor Traq- esclamò, annaspando, afferrandogli il braccio con il quale sosteneva il suo pad.

Quello si fermò un istante, un bieco, scrupoloso, aperto sorriso gli aprì in due il viso. Hinz in un respiro si rese conto di quello che stava facendo e si fermò, mollò la presa.

-signor Traq- provò a dire in un sussurro -sono solo un ragazzo, non sono un pericolo. i sogni sono la mia vita-

-sono certo che se ne farà una ragione-

-la prego-

Traq lo fissò negli occhi, e si schiarì la voce con un colpo di tosse prima di tornare a guardare il pad attraverso le lenti degli occhiali, strizzando le palpebre per mettere a fuoco la tavola onirica.

-non è questione di pregare, signor Hinz.- rispose -forse, semplicemente, anche per lei è arrivato il momento di vievere nella realtà, come tutti gli altri-

Credeva che avrebbe provato un grande dolore, come uno strappo dentro. Credeva che avrebbe sentito qualcosa, mentre Traq smanettando sul suo pad resettava il disco inibendo la funzione REM. invece quell’istante trascorse rapido come gli altri, e come gli altri silenzioso, nullo.

Traq sollevò gli occhi e sorrise, benevolo, paterno.

-ecco qua- disse con soddisfazione -ora siamo a posto, io e lei, lei e la Repubblica, e la Repubblica e la sua fase REM.- gli porse il Pad allegramente -la devo ringraziare, non capita spesso di poter svolgere il proprio lavoro in compagnia di una persona così gradevole. La inviterei per una colazione, ma purtroppo devo rientrare al dipartimento-

Hinz annuì senza convinzione, guardava la sua tavoletta onirica, il suo Pad. ripensa alla voce del suo sogno. colui il quale l’ha messo in guardia doveva essere un onironauta esperto. forse, avesse avuto tempo di sperimentare il suo dono, anche lui sarebbe stato in grado di scegliere i sogni da visitare. Di dare una mano. Traq interruppe le sue riflessioni dicendo:

-signor Hinz, amici come prima?- gli tende la mano, e afferra la sua con vigore.

Gliela strinse senza energia.

Traq lo lasciò andare seccamente. disse:

-vedrà che le piacerà lavorare con noi- c’era in lui qualcosa di impersonale. il genere di viso che non ricordi, di cui non riesci a tracciare i lineamenti nella memoria. Gabriel annuì, come in trance. come in sogno ma..

“Dono”

sussurrò tra le labbra.

era la realtà. per un istante il sorriso di Traq si fece compassionevole.

Hinz lo guardò uscire, restando seduto lì, a quella scrivania. Sentendosi uguale a prima, e allo stesso tempo morto dentro. aveva recuperato il pad, lo guardò, scioccamente domandandosi se non fosse stato tutto uno scherzo. O tutto un incubo. “Dono” provò a sussurrare di nuovo.

Ma la verità è che non aveva bisogno della parola totem per sapere che quella era la realtà. “ti hanno tagliato le ali”.

Un violento attacco di nausea lo piegò fino a costringerlo con il volto tra le ginocchia. L’ultimo suo pensiero, prima di svenire, fu per Ciakate. Il suo sorriso. Il lago gelato. La sua paura. L’avrebbe ritrovata, giurò allora a se stesso, in questa o in un’altra vita.

Fine III episodio.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

Un pensiero riguardo “3. Il dono. -il migliore dei mondi possibili-

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