2. Paradosso abominevole. -Il migliore dei mondi possibili-

Leggi dal primo capitolo: Il migliore dei mondi possibili

continua da: Disco Emotivo

II episodio: Paradosso abominevole.

Chiaro, la situazione richiedeva un minimo di impegno. E non che lui non avesse voglia di dedicarvisi. Affatto invece. Era pieno di un desiderio che conosceva molto bene. Desiderava essere buono, giusto. Giusto secondo una certa immagine di quello che un uomo dovrebbe essere. E un uomo, per come lui concepiva un “uomo vero” (Dio! Come odiava quelle parole quando a pronunciarle era suo padre) non avrebbe avuto riserbo a dedicarsi anima e corpo alla situazione.

Ma la tentazione era troppo forte. O troppo lontano il ricordo di suo padre che gli parlava di come un “uomo giusto” e buono e vero “deve comportarsi”. Ad un troppo flebile ricordo corrispondeva una troppo fievole sua risposta. Era appena un accenno. Minima risonanza.

Un uomo giusto dovrebbe…

Un uomo vero…

Di nuovo la sensazione di sentirsi fuori posto lì, in quel momento, e lì, in quel tempo. Lì seduto su quel divano ad ascoltare musica leggera e analizzare se stesso con la consapevolezza che quello che avrebbe scoperto avrebbe dovuto riportarlo fedelmente sul suo pad.

La sensazione di sentirsi un fallimento.

La sensazione di essere niente.

E come poteva dimostrarsi il contrario?

Cosa poteva fare più di quel che già faceva per convincere se stesso che il suo posto era proprio quello che occupava? (sentenza che, finì con il constatare, nella logica del mondo in cui viveva era valida pronunciata da chiunque in qualsiasi momento).

Non temeva più i transiti di facoceri su MAyStreet, e non provava più frustrazione di fronte ai battiti lenti e composti (proprio così gli sembravano) dei dischi emotivi alle tempie di sua moglie. Aveva portato le bambine ai confini della città, fino alle reti dei recinti, lì dove le tigri riposavano, e questo non gli aveva creato nessun problema. Le ombre delle vele non gli suscitavano timore. Quel tempo non gli suscitava timore. La sua psiche era sopravvissuta all’idea che tutti gli esseri umani che abitavano il pianeta nell’arco di tempo che andava dalla sua nascita al compimento dei suoi diciassette anni erano morti, e anche all’idea di essere un Dio tra i mortali, nel presente.

Si era abituato. E sentiva quell’abitudine pesargli addosso. Era quella, lo sapeva, che lo stava uccidendo.

Un uomo vero..

Il suo io di un tempo, (quello che sapeva cosa è giusto che un uomo vero faccia), aveva parlato di dittatura agli operatori.

Aveva detto:

“questa è una dittatura, una dittatura culturale e sociale. È abominevole.”

Abominevole.

Aveva pronunciato davvero lui quelle parole?

Forse a farlo era stato un uomo diverso (un uomo vero) che aveva abitato il suo corpo troppo tempo prima. Un uomo giovane. Lo stesso che con critiche pompose e radicali aveva zittito suo padre (quando? Mille anni prima o solamente una ventina o giù di lì?) prima di imboccare l’uscio per recarsi ad una merenda fuori, con gli amici.

Lo aveva sognato quella notte, suo padre. Nei suoi ricordi aveva gli occhi grandi, chiari, e una fronte abbastanza larga da non tradire con il crollo dell’epidermide la sua età. Ma nel suo sogno era vecchio. Così terribilmente vecchio che gli fece male la propria giovinezza, come fosse un’umiliazione. Aveva riportato il sogno sul pad.

Suo padre..

Aveva scritto di lui, riguardo al sogno che quando l’aveva riconosciuto, tra le pieghe della pelle sottile, la sua baldanza si era spenta. Aveva scritto anche gli era rimasto dentro un tepore, dal risveglio. Come di soddisfazione, ma senza oggetto. Qualcosa di sadico. La sciocca presunzione di avere ancora giovanile padronanza si sé. Un’illusione. Eppure in quel momento era con quell’illusione che si sentiva schierato. Rabbia. Una perversione del senso di colpa?

Ad ogni modo la mattina di quel giorno, masticando pane di segale, aveva sentito il gusto della rivalsa. Non solo era sopravvissuto a quella deportazione nel futuro e allo shock temporale. Ma più di questo nel tempo presente pareva aver trovato il suo posto nel mondo. E questo non dimostrava forse che la sua intelligenza fosse tanto brillante da essere in anticipo sui tempi?

Ora era un uomo di stato, qualsiasi cosa quell’espressione potesse indicare nell’assetto della Repubblica. Questo non dimostrava forse qualcosa?

Quella mattina si era quasi strozzato con le briciole alla puntura della critica che il ricordo di suo padre, dall’intimo suo, gli aveva mosso.

Forse l’unica cosa che dimostrava era l’incredibile capacità di adattamento dell’uomo a tutto. E la tenacia con la quale resta aggrappato alla vita.

Si era compiaciuto della sincerità che aveva dimostrato a se stesso formulando quel pensiero. Ma gli era rimasto in bocca un gusto amaro tale da impedirgli di finire il pasto.

Era un uomo della Repubblica e aveva imparato ad amare il suo paese. Ad amare la storia del suo paese. Aveva anche imparato la storia del suo paese, prima di amarla, e imparato a non giudicarla. Si era arreso al fatto che la sua paranoia poteva essere gestita solo con una completa dedizione al pad, solo rendendone partecipi le alte sfere della Repubblica, solo adeguandosi al fatto di essere monitorato. Aveva fatto carriera. Era sposato con sua moglie da quindici anni, e non vi era accenno di declino nella loro relazione. Aveva due bambine magnifiche, che amava, che aveva amato da principio e che avrebbe amato sempre. Era un buon padre, era un brav’uomo, un bravo marito, un uomo di stato, un uomo di legge e sorretto nella sua morale dai principi che aveva scelto di abbracciare. Viveva una vita normale, nei limiti. Normale dal punto di vista della comunità che abitava. Normale è un eufemismo, ma chi se ne può rendere conto, a parte lui? E che importanza poteva avere?

Quello che contava è che aveva imparato ad affidarsi ciecamente al sistema, al suo pad, alla Repubblica.

E dunque? Più di questo? Più di questo cosa poteva realizzare?

Più di ammettere le proprie debolezze, guardare in faccia i propri dubbi, i propri desideri cosa può richiedere un uomo a se stesso?

Di volere un altro figlio?

Ma avrebbe mentito spudoratamente se la sua reazione alle parole che Surì aveva pronunciato con non curanza quella mattina, sei mesi prima, a colazione fosse stata positiva. Non voleva un altro figlio. Non lo desiderava, punto. C’era davvero bisogno di una spiegazione, a questo?

Surì quando l’aveva visto tentennare si era accigliata.

-cosa- aveva chiesto –non vuoi?-

s’era sentito schiarirsi la voce di rimando, come prendendo tempo. In automatico aveva messo su un’espressione di calma, quella che sperava fosse la sua espressione indecifrabile e aveva represso l’impulso di cercare con gli occhi in giro per la stanza i pappagalli appollaiati da qualche parte o fuori in giardino i maiali, o le sue figlie a giocare serene da qualche parte, nel suo campo visivo, o insomma di qualsiasi cosa potesse concedergli di deviare in qualche maniera l’attenzione di sua moglie per allentare la tensione. Aveva mantenuto invece la sua espressione, senza dire nulla, e continuato a guardare sua moglie che lo fissava dritto negli occhi. aveva messo su la sua espressio “niente” per non tradire il proprio imbarazzo. Sì, era imbarazzato. Si era sentito imbarazzato, diamine! La risposta a quella domanda era scontata, era il no secco e deciso con il quale si spera di mettere a tacere il capriccio di un bambino viziato prima ancora che cominci sul serio. La risposta a quella domanda era naturalmente no, e lo aveva imbarazzato il fatto che lei l’avesse posta. Lo trovava fuori luogo. Non era forse palese che il secondo implicito e forse non tanto cosciente fine di Surì era metterlo in imbarazzo?

Nella posizione dire di no?

Aveva mentalmente preso un appunto, “ricordarsi di elaborare sul pad questo pensiero in maniera più approfondita” e poi, con suo grande sollievo Surì aveva rivolto lo sguardo alla propria fetta di pane e lui aveva potuto fare lo stesso.

No, non c’era il secondo fine di metterlo in imbarazzo nella domanda di Surì. Non c’erano secondi fini nella mente di Surì.

E questo lo lasciava sconfitto sempre.

Lei, molto banalmente, non si rendeva conto.

Erano così, quegli umani. La Repubblica aveva combattuto nemici che lui non aveva conosciuto. La Repubblica ora preveniva, invece di reprimere. E il fatto che questo fosse bene lo avevano dimostrato al mondo eventi ai quali lui non aveva potuto assistere. La Cultura, il Rimboscamento, ebbene, quelle erano soluzioni che avevano preso il carattere di catastrofi naturali necessarie, non passibili di controversia morale. Quegli uomini erano così, perché la Repubblica li “teneva” così. così.. superficiali. Emotivamente e cognitivamente sottili. Avevano anime di carta. Sua moglie voleva un bambino e glie aveva chiesto d’averlo, e questo era tutto.

Una dittatura sociale e culturale e abominevole.

Ma le idee stesse di secondo fine, manipolazione, tattica, raggiramento.. non esistevano più. Quella roba lì, quella che aveva fatto dell’uomo l’essere più ripugnante sulla terra, quella roba che uno ha dentro e non sa come dissolvere (la immaginava anche dentro di sé come una palla di fango scuro, freddo. O come una pozza di fango ribollente. Qualcosa che tiene il cuore sporco, sempre lambito da vapori fetidi o da venti glaciali).

Dopo qualche istante di silenzio lei, sempre guardando con un’attenzione innaturale e anche vagamente inquietante (come se stesse tramando) il barattolo di marmellata a cui stava lentamente svitando il coperchio Surì decise di provare con un’altra tattica.

-vorrei avere un bambino- disse semplicemente.

Quello che lo turbava degli esseri umani dai quali era circondato era la loro inconsapevolezza. Ora il disco emotivo di Surì era di colore blu. Lei, semplicemente, non si rendeva conto di star tentando di circuirlo. Quel blu, quell’emozione, era tutto quello che di se stessa poteva conoscere. Le sfumature non erano contemplate da quelle persone. Ed era proprio il fatto di avere la possibilità di notare questi particolare faceva di lui un bravo senatore.

-io non credo che sia una buona idea- rispose con la stessa noncuranza.

-perché?-

-ne abbiamo già due- replicò con un sorriso. Questo allentò la tensione, entrambi alzarono gli occhi dai rispettivi piatti e risero.

La questione si spense a quella maniera. Surì lasciò mezza fetta di marmellata nel piatto e si alzò per prendere dei mandarini dalla cesta della frutta e lui ne approfittò per ingoiare con foga quel che rimaneva del suo caffè e alzarsi come se avesse davvero qualcosa di urgente da fare. Non s’illudeva certo di aver risolto il problema, con quella manovra, ma di aver combattuto un prologo di battaglia sì. Credeva che non si sarebbe ripresentata un’analoga e sgradevole situazione per almeno quattro cinque giorni. E anche se l’atteggiamento di Surì lasciava intendere che si fosse presa tempo per studiare con l’ausilio del suo cervellino d’oca un’altra maniera per approcciarsi alla questione, magari più diretta, magari meno, decise che poteva evitare di pensare all’argomento, anche solo di prendere atto di quello che era successo almeno fino alla prossima mossa della moglie.

Non poteva immagine quanto profondamente e velocemente la situazione sarebbe precipitata, di lì a poco. Ora che era successo si trovava ad arginare i danni, e solo, come al solito.

E per quanto gli desse consolazione sapere che Annick, sua figlia, era più simile a lui in fin dei conti di quanto non lo fosse alla madre quella era una consolazione più aspra che dolce. Annick avrebbe sofferto, non come lui, non come lui era stato costretto a soffrire, certo. Ma avrebbe sofferto. Magari alla fine Ngamo si sarebbe convinto di poter lasciar correre la segnalazione di Leon qualche altro anno, un decennio, al massimo, ma non di più. Prima o poi Annick sarebbe stata monitorata, o comunque avrebbe preso coscienza dell’asimmetria tra le sue capacità emozionali e psichiche e quelle di tutti gli altri. Quella era una certezza, per lui, chiara come il sole. Ora che si erano calmate le acque dopo qualche settimana di tumulto, ora che aveva tempo per riflettere, capiva che ancora sua moglie pensava che la storia di Annick fosse una sciocca fissazione di Leon, magari espressione di iperprotettività tipicamente paterna.

Ebbene, lui sapeva che non era così.

No, non si trattava di istinto di protezione, non era paranoia, lui non era una diamine di mammoletta-madre-chioccia. No, era uno del passato ma era stato in grado di abituarsi a molte cose. Un’infinità di cose con le quali avrebbe preferito non fare i conti. Cose ben più temibili di un nuovo bambino, il terzo.

Annick era come lui, o quasi. Aveva ereditato prematuramente una dote che l’avrebbe costretta a misurarsi presto con temi che per Surì erano pura fantascienza. Per Surì anche i sensi di colpa rasentavano la fantascienza.

Seduto sul divano. Allo stremo. Abbeverarsi alla fonte della speranza e sapere che è veleno.

Potrebbe chiamare il suo operatore, e finirla lì. E in un certo senso sa che lo farà.

In tre parole Annick l’aveva convinto a quella decisione che ventitre anni di quel mondo non l’avevano ancora piegato a prendere.

Per se stesso non aveva mai davvero paventato l’idea di prendere in considerazione la sua “ultima spiaggia”, così chiamavano lui e il suo operatore. L’Onyo, acronimo di un’impronunciabile sfilza di composti chimici o chissà che. La medicina non era il suo campo. Il suo operatore sosteneva che quella era, ed era sempre stata, la risposta migliore a tutti i problemi di Leon. Perché allora Leon faceva resistenza? Le parole si sprecavano per rispondere a quella domanda, ma di sicuro una l’aveva bene in mente, da sempre, era il giuramento che aveva fatto a se stesso quando gli avevano sfilato il cappuccio dopo averlo portato via.

E nessun training gli avrebbe fatto dimenticare quel giuramento.

Niente gli avrebbe fatto dimenticare quel giuramento.

Niente tranne forse L’Onyo, la cura di riabilitazione dalla quale non torni più indietro. Secondo il suo operatore era inutile continuare a “tamponare” (proprio così, tamponare) con integratori diversi a livelli diversi. Persone come lui avevano bisogno dell’Onyo e basta.

Ma Leon non si convinceva, erano ventitré anni che non si convinceva. Da quando era uscito dalla correzione, dai percorsi di educazione, dalla terapia per lo shock culturale. L’Onyo era la sua ultima spiaggia, e il dottor F si era mostrato sempre molto comprensivo rispetto a questo.

La sua paura, la sua confusione, il proprio senso di smarrimento.. no, quei sentimenti non lo avrebbero condotto alla sua “ultima spiaggia”. Però l’idea di poter soffrire vedendo soffrire Annick, e sapere che le colpe da attribuire andavano tutte a pesare sulla sua schiena.. ecco. Questo si, questo alle lunghe l’avrebbe condotto proprio lì dove sembrava fosse destinato a finire da sempre. Sofferenza. Ne aveva ingoiata tanta. Ma era sempre stata intimamente sua. sua e basta. Annick era un’altra cosa. Quello che aveva giurato a se stesso e che temeva potesse dimenticare, era che lui sarebbe rimasto se stesso. Qualsiasi cosa fosse capitata da quando avrebbe aperto gli occhi (teneva gli occhi chiusi, serrati, quando lo avevano scappucciato) lui sarebbe rimasto se stesso. E il se stesso che conosceva soffriva. Non certo per il fatto di essere stato deportato nel futuro (un futuro dolcemente apocalittico) all’età di diciotto anni, non per il fatto di aver perso tutti i suoi amici, non per il fatto di essersi visto adeguarsi a quel mondo, o per aver imparato ad amarlo. No, lui aveva sempre sofferto. Era stato un bambino discolo, viziato e sofferente. Un ragazzo scontroso, e ribelle, e sofferente. Quel senso d’irrequietezza (quella roba lì, che sporca il cuore), da che poteva ricordare, era sempre stato con lui, quello e la sofferenza, e questo vago senso di sentirsi fuori posto. erano le fibre che componevano quello che lui conosceva di se stesso, attraverso cui assimilava la vita. Ma come spiegarlo a qualcuno? Al suo operatore? E ci aveva provato. Ci aveva provato, ma tanto le parole escono tutte ritorte e flosce, se si cerca di spiegare questo. A Surì?

Ridicolo.

Surì non era nemmeno riuscita a capire che lui NO NON VOLEVA UN ALTRO BAMBINO.

Oppure l’aveva capito e la cosa non gli aveva dato pensiero né si era fatta scrupoli a restare incinta. Tanto il bambino lo avrebbe “cresciuto lei” perché LEON era “sempre al lavoro”.

Semplice!

Ma, ovvio, per lei tutto era più semplice.

Perché? Perché era già stata madre altre volte, e queste sono il genere di esperienze la cui intensità va a scemare, a furia di ripeterle (per inciso questo per lui non valeva, poiché lui era davvero “sempre al lavoro”). Perché era una donna giovane, molto più giovane di lui, in tutti i sensi. Perché non aveva attraversato tutti quei secoli che lui era stato costretto a sorvolare, e perché era sua moglie, sua moglie e basta e non aveva altro da pensare che ai loro figli. Perché non aveva nella mente il pensiero costante dell’Onyo, invece che dei valori chimici dell’aria e dell’acqua, e dei permessi e delle intubazioni e..

..E oltre questo per il semplice fatto (e questo non poteva negarlo a se stesso) che Surì era stupida. Stupida come tutti gli abitanti di quel tempo, e che per lei, come per tutti gli altri, le cose avevano un’importanza relativa. Semplicemente le cose stavano così come stavano. E questo per quella gente era tutto. Ma lui era (doveva essere) il primo, il primo fra tutti a credere che quello era il migliore dei modi possibili di vivere nel migliore dei mondi possibili e che Dio lo fulmini se così non era.

Credere in quel momento era piuttosto difficile.

Grazie a Dio (che non esisteva più, altro piccolo inciso che doveva matematicamente sforzarsi di ricordare) c’era il suo pad, accanto a lui, e tutte quelle sostanze nell’aria (fece un respiro profondo) e l’idea sempre accessibile che se avesse chiamato il dottor F per una seduta straordinaria lui non gli avrebbe detto no.

Da quando Annick aveva manifestato la sua capacità onirica non si dava pace, e non c’era pensiero che lo calmasse (a nulla serviva ripetere a se stesso che Ngamo avrebbe saputo PERFETTAMENTE come gestire la situazione), non c’era via di fuga e l’unica cosa che gli veniva da pensare in proposito era che la sua “ultima spiaggia” cominciava ad essere ad appena poche bracciate dalla boa alle quale si sentiva disperatamente aggrappato. L’Onyo, lo sapeva, avrebbe cancellato la paura per Annick. Le cose sarebbero diventate semplici.

Più semplici per lui.

Semplici come lo erano per Surì.

Avrebbe desiderato poter dire: più semplici per tutti, poter mascherare il suo desiderio di arrendersi (lasciarsi trasportare mollemente dalla corrente a riva, quella riva) con la preoccupazione di far stare male, con il suo modo di essere, le persone che aveva intorno.

Ma non poteva. Non era in grado di mentire nemmeno a se stesso. In quel mondo una frase del genere non aveva senso e probabilmente lui era il solo a comprenderlo. Le persone intorno a lui nemmeno si rendevano conto del malessere esistenziale che gli ribolliva dentro. Non potevano concepirlo. Questo era frustrante.

La questione del bambino che Surì desiderava avere l’aveva già enormemente turbato, e il suo turbamento era aumentato quattro mesi dopo, quando, Surì aveva annunciato di essere incinta. Nonostante si rendesse perfettamente conto di avere la sua buona parte di responsabilità Leon era rimasto esterrefatto.

-Dio mio Surì- aveva detto senza nemmeno fermarsi a riflettere (sul fatto per esempio che Dio non esisteva più) –ma come è possibile?-

-sono sicura che puoi immaginarlo- aveva risposto lei abbracciandolo.

-ma ti avevo detto che non volevo figli, voglio dire, non altri figli-

Ne avevano discusso un altro paio di volte. E può darsi che a lui fosse sfuggito un forse, una di queste volte. Era possibile che lei l’avesse convinto ad ammettere che non era un’idea così assolutamente non realizzabile. Lui aveva di sicuro ammesso di amare molto le sue figlie. E probabilmente doveva aver ammesso che era certo che, una volta avuto tra le braccia, avrebbe amato anche un altro nuovo eventuale figlio che (ricordava di aver detto anche questo) non voleva affatto. E può darsi anche che durante questo conversazioni lui si fosse lasciato addolcire, abbracciare e baciare e portare in camera da letto, avvolgere dalle sue gambe direttamente lì, dove si trovavano, magari dicendole nell’orecchio quanto l’amava. Ed era anche terribilmente possibile che Surì avesse fatto un minestrone dei brandelli delle loro conversazioni per poi servirlo a se stessa come più lo preferiva. Tutto era possibile, diamine. Tutto.

-ma come può essere?- ripetè in un sussurro.

-è capitato. Non abbiamo fatto attenzione, giusto no? e io..-

-tu dovevi fare attenzione Surì! Io conto su di te, per queste cose-

Lei veniva direttamente dal bagno dove probabilmente aveva fatto l’esame ovulo delle urine. Era radiosa, letteralmente. Lui stava transitando svogliatamente dalla cucina alla veranda con un bicchiere di spremuta di pompelmo in mano, e tra le labbra un paio di biscotti di crusca che aveva sputato via come se bruciasse quando lei aveva dato la “grande” notizia. Ora uno dei biscotti galleggiava nella sua spremuta, azzardò un passo e com’era prevedibile schiacciò l’altro. alzò gli occhi al cielo e poi guardò sua moglie.

-no- disse.

-cosa significa no?-

-non mi interessa sapere come è successo. La risposta è no, non lo teniamo-

-cosa?-

Le lunghe conversazioni con sua moglie in proposito di avere un altro figlio lo avevano sfinito, durante quegli ultimi due mesi. E sapeva di avere torto a non desiderare un altro figlio. Sapeva che probabilmente per lei era l’ultima occasione di avere un maschio, e che quella era una cosa che lei desiderava ardentemente. Ma nonostante sapesse anche che non poteva davvero negare di avere la sua parte di responsabilità si sentiva comunque tradito. E questa era la sua vendetta. Della quale, inutile dirlo, si vergognava profondamente. Si vergognava anche degli sciocchi infantili pensieri che gli sorgevano alla mente, come: “così impara a prendermi in giro” e “vedremo a chi alzano i livelli degli integratori poi” e “non mi incastri furbetta da due soldi”. Per quanto fosse consapevole di tutto questo non poteva evitare di continuare a scuotere la testa senza foga ma con una serietà che era inequivocabile: non avrebbe ceduto.

-no, non voglio un altro figlio e non lo teniamo. Non voglio-

-perché sei arrabbiato ora?-

Avrebbe voluto negare di esserlo ma evidentemente la rabbia era davvero la sua emozione prevalente, in quel momento, se lei poteva leggerla sui dischi.

Stava per replicare qualcosa che sperava suonasse sensato, ma era stato allora che erano stati interrotti da Annick.

-Io l’ho incontrato- disse di colpo.

-Annick, non è il momento- l’aveva zittita lui. Lei, Annick, si era voltata a guardarlo, tenendo la vela giocattolo sospesa sul bosco di alberi di legno che aveva composto davanti a se, sul tappeto del soggiorno.

-ho incontrato il bambino-

Stava per replicare con un rimbrotto ma quando (frazioni di secondo, forse meno) le informazioni contenute nella frase pronunciata da sua figlia gli giunsero chiaramente al cervello quasi si strozzò con la propria saliva.

-cosa hai detto amore?- chiese Surì. Aveva la voce ferma, la solita inflessione di dolcezza composta e comprensiva con la quale si rivolgeva a Annick e Rieri, ma nessuno, nemmeno uno qualsiasi di quei minorati mentali, avrebbe avuto bisogno di guardare i suoi dischi emotivi per rendersi conto che era turbata.

Nel suo passato sarebbe stato plausibile dire: turbata e elettrizzata allo stesso tempo. Ma quel commento al clip di esistenza che stava vivendo non aveva nessuna ragione di essere registrato né dalla sua memoria né sul suo pad.

Annick era tornata piegata sul suo bosco, vi stava facendo spazio per la vela giocattolo che aveva posato a terra, al suo fianco.

-Annick- era intervenuto .. –puoi spiegarci meglio..-

lei lo interruppe –ho detto- cominciò pacata, e a voce un po’ più alta –che ho incontrato il bambino, stanotte- parlava come se stesse spiegando qualcosa di incredibilmente ovvio a due deficienti –il mio fratellino, che dite voi, ha giocato con me-

-“di cui parlate”, Annick- la corresse Surì –non “che dite”, ma “di cui parlate”-

-lui- replicò lei.

-Surì- esclamò Leon, -che razza di.. taci, per cortesia. –

-ma è grammaticalmente scorretto- replicò Surì.

-è ridicolo che tu ti stia focalizzando sulla forma e non sul contenuto, va bene?- le rispose, si stava innervosendo, lo sentiva, ma non poteva farci nulla. Tornò a rivolgersi a sua figlia.

-Annick, ascolta papà, va bene?-

-sì- rispose stancamente. Si era già distratta, e probabilmente per lei quella conversazione stava diventando noiosa, ma – non poteva permettersi di lasciarla in pace per riflettere sulla cosa e poi ritirar fuori la discussione con calma.

-AnnicLeon, mi stai dicendo che hai sognato un bambino?-

-sì, stanotte. È mio fratello.-

-come lo sai?- chiese lui.

-me lo ha detto lui.-

-te lo ha detto lui?- aveva ripetuto lentamente .

-sì, mi ha chiamata per nome, e mi ha riconosciuta.-

-perché ti agiti così? qual è il problema?- chiese Surì, con viva curiosità.

-Annick?- la chiamò Leon -quanti anni aveva? Che aspetto aveva?-

Annick strinse la bocca in una smorfia imbronciata. Si alzò in piedi con la sua vela giocattolo tra le mani.

-perché fai così?- chiese Surì –cosa ti passa per la testa?-

lui l’aveva guardata. Lei pendeva dalle sue labbra.

Annick era sgattaiolata via.

Come poteva spiegare a Surì qual’era il problema se non l’aveva già capito. Sì, se avesse potuto aprirle il cranio, e sputarci dentro, allora forse qualcosa sarebbe cambiato. Ma la testa di sua moglie era una giara murata. Nessuno spiraglio. Non importava. Lei era comunque la garante della normalità della sua vita. Avrebbero avuto un altro figlio (questo l’aveva deciso nell’istante in cui aveva capito di cosa Annick stava parlando) e sarebbe stato il coronamento della normalità della loro vita. Quello e la loro casa, ai margini di StubuiParc, proprio a due passi da Maystreet, lì dove transitavano i cinghiali e dove lui non aveva paura di accompagnare le sue figlie a guardare le bestie. La banalità del quotidiano non è mai neutra, sempre amara. Sempre. Ma si rendeva anche conto che quello che per lui prima, da giovane, da ragazzo, quando ancora si trovava nell’ottocento, aveva significato la parola avventura, per sua moglie non esisteva nemmeno astrattamente. Né per lei né per tutti gli altri. non rimpiangeva l’Avventura per vivere la quale un tempo si era scornato con suo padre. Non rimpiangeva l’Avventura che aveva sognato di vivere. Ora sapeva che un’avventura lascia strascichi come polveri nell’aria che puoi fare finta di non vedere. Era stato deportato nel futuro a diciassette anni, non gli bastava come Avventura? Credeva da ragazzo che è nell’apice dell’Avventura che si corona una vita, lì che si consuma. Non aveva mai riflettuto su quello che accade alla pagine immediatamente successiva del romanzo. Qualche anno di assestamento e poi tutto torna come prima. Vissero felici e contenti, con tre figli, lui un buon lavoro al governo, valanghe di giornate dai cieli azzurri. Ecco come finisce la storia. Ma loro, intrappolati nella realtà dovevano vivere davvero felici e contenti. Per quanto?

Forse Surì non se ne rendeva conto, ma un bambino sembrava tanto il tentativo di prolungare gli effetti dell’Avventura ancora per qualche decennio. Ma andava bene. Se così doveva essere. Si stupì di se stesso quando gli venne in mente che ora aveva in mano una preziosa merce di scambio.

Surì voleva quel bambino. E lui voleva qualcosa che Surì gli avrebbe sicuramente negato, senza un equo ritorno.

Lasciò che passasse una settimana, senza permettere che sua moglie tirasse di nuovo fuori l’argomento bambino. Sapeva che la decisione in una certa misura, spettava ancora a lui. nonostante tutto si assecondava ancora l’aborto e dunque era Surì a correre il rischio che le venissero riformulati gli equilibri elettrochimici. Aveva deciso che avrebbero tenuto il bambino, certo. Ma questo Surì non lo sapeva. Al centro di gestione nuclei familiari avrebbero senza dubbio deliberato per l’aborto, e un’eventuale squilibrio di umore sarebbe stato sanato.

In fin dei conti i casi in cui operavano sul padre per permettere alla madre di avere un bambino erano rari e praticamente inesistenti per i nuclei familiari con due figli. Aveva atteso per parlare con Surì di modo che lei avesse tempo per giungere alle sue stesse conclusioni e comprendere che si trovava in una posizione di svantaggio. Una sera mentre lei si sfilava di dosso i vestiti si era seduto sul letto. Lei l’aveva guardato e gli aveva sorriso. Un sorriso pieno di speranza e fiducia. Lui aveva abbassato gli occhi e aveva detto:

-dobbiamo parlare-

-lo so- aveva risposto lei sedendosi a sua volta.

-Surì,- le disse -dobbiamo monitorare Annick, e mettere delle camere e dei sensori psichici nella sua stanza. Dobbiamo assicurarci che..-

Surì venne scossa dallo stupore. Immaginava tutt’altro. La “questione di Annick” per lei nemmeno esisteva.

-sei folle, è solo una bambina- rispose meccanicamente.

-ascoltami bene, tu sei incinta e lei non lo sapeva, come ha potuto sognare il bambino?-

-avrà ascoltato delle nostre conversazioni, i bambini sono..-

-oppure è un’onironauta- la interruppe lui.

-ha sei anni!- esclamò sua moglie. Ora era divertita.

-cosa c’entra? So perfettamente che ha sei anni.- rispose lui.

per Surì si trattava di una sorta di gioco. Una recita. Lui si stava comportando come un bravo papà, preoccupato per la sua bambina. lei aveva il dovere di reagire da donna logica e matura, e riportarlo alla realtà.

Leon tornò alla carica, cercò di parlare seriamente. S’impegno in quell’intenzione, come se fosse possibile trasferire a comando una emozione ai dischi.

-Credi che non ci abbia pensato a lungo, prima di parlartene. Ci ho riflettuto.-

-parla con qualcuno del ministero. Sono sicura che..-

-l’ho fatto. Ne ho parlato con Ngamo, e con il mio operatore e..-

-lo hai fatto?- Surì cambiò espressione all’improvviso.

-sì- rispose lui.

-perché non mi hai detto nulla?- si era ritratta di colpo, sconvolta dal fatto che il marito le avesse taciuto qualcosa.

-l’ho fatto e non te l’ho detto per risparmiare tempo. Perché sapevo che se ti avessi parlato dell’eventualità che Annick potesse essere monitorata mi avresti risposto che qualcuno del ministero avrebbe..-

-d’accordo- lo zittì. Picchiò i palmi aperti sul cuscino e questo la calmò, il disco si schiarì notevolmente.

-d’accordo, ripetè –e cosa hanno detto?-

Quella era una domanda a cui rispondere era meno facile. Innanzi tutto perché non gli piaceva affatto la proposta fattagli da Ngamo. E poi perché con il suo operatore aveva affrontato temi tutt’altro che neutri, discorsi che se avesse deciso di condividere con sua moglie in quel momento avrebbero finito con il complicare la conversazione. Era ovvio che aveva parlato con il suo operatore. Quel pover’uomo stava lì apposta per lui, e per i suoi problemi. Non che se ne approfittasse di solito. E anche se avesse deciso di farlo nessuno gli avrebbe fatto i conti in tasca in proposito dei suoi piagnistei. Gira che ti rigira era sempre lì che cadevano tutti i discorsi: lui era speciale. Poteva permettersi ben più di quello che è normalmente consentito ad un uomo della sua età. Ma dal suo punto di vista questo suo essere speciale aveva valore nullo. Non era cambiata la severità del suo giudizio sul modo in cui conduceva la sua vita. Già, suo padre gli viveva dentro, ma tanto meglio.

Detto questo, l’ultima seduta era stata penosa.

Assolutamente penosa.

Solo ripensarla lo faceva sentire in imbarazzo. Provava vergogna per le proprie lamentele. Per il fatto di essersi abbandonato a confidenze che non erano del tutto proficue. L’ultima seduta era stata per una buona metà uno sfogo bello e buono e per questo se ne vergognava. Anche di questo avevano parlato, della sua vergogna. Della sua fiducia nel sistema. Del modo nel quale su quel sistema faceva affidamento.

-sento la mia angoscia perennemente assolta. Non risolta. Incorporata da questo sistema-

-per certi versi è così.- aveva risposto il dottor F. dando immediatamente concretezza ai sentimenti di LEON -non devo certo spiegarti io come funziona la teoria dell’inconscio collettivo sulla quale si basa la Repubblica della Grande Coscienza.-

-è frustrante- aveva ringhiato di rimando.

-per certi versi viviamo in una favola, l’archetipo dell’eden.-

-sì, il problema è: perché quest’ambrosia non mi sazia?-

-adoro questo lavoro. La creatività delle nostre menti è scandalosa. La mente è affascinante. Ma molto, molto potente. La tua lo è in misura infinitamente maggiore di quella degli uomini nati in questo tempo. E oltre questo hai dovuto affrontare momenti che..-

-non voglio consolazioni. Non voglio comprensione-

-infatti. Non è questo il punto. Questa è una spiegazione. Vuoi sapere perché tutto questo non è abbastanza per te?- il Dottor F si era accigliato. Non amava quando Leon alzava la voce, o lasciava trasparire il suo nervosismo.

-scusami- disse Leon a bassa voce.

-in questo momento sei come un giovane adolescente costretto a vivere tra bambini delle elementari. Possiamo cambiarla questa cosa, lo sai.-

-è una soluzione che preferirei tenere come ultima spiaggia- rispose. Questo, era sempre meno vero. Oppure sempre più vero che si avvicinava alla sua ultima spiaggia.

-vuoi rivedere i tuoi amici?-

-no! Dio del cielo no- questo ipotesi non l’aveva mai nemmeno sfiorata. Gli sembrò quasi ridicola quell’idea. Comunque chiese:

-pensi che sia possibile?-

-penso che ti potrebbe fare bene. E il bene di ognuno di noi, nei limiti del bene per l’altro e per il pianeta è tutto quello che conta. Loro probabilmente stanno vivendo sensazioni analoghe. Condividerle potrebbe fare bene a tutti voi. Non avete nessuna colpa di quello che è stato, la Repubblica non ha interessi nelle punizioni.-

-chi li segue?-

-dovrei informarmi. potresti farlo tu. Questo anche potrebbe aiutarti. Potrebbe darti il senso di ricontattare uno spazio intimo.-

-è passato così tanto tempo-

-proprio per questo magari c’è la possibilità di avere un permesso. Non voglio forzarti. Sinceramente la vedevo come una prospettiva piacevole. Non è un tema che devi affrontare. Io so quanto i tuoi conti con il passato siano chiusi-

-è davvero così?-

-se non chiusi in procinto di chiudersi. –

le parole e l’espressione del Dottor F. lo riempirono di gratitudine.

-vuoi cambiare Operatore?- gli chiese il suo medico a bruciapelo.

-perché?-

-magari sono parte del problema. Questo senso di irrealtà che vivi noi possiamo metterlo a tacere, a discapito di alcune tue facoltà, è vero, ma senza troppa sofferenza. Non ricorderai di essere stato diverso. È una scelta tua, e io te la consiglio. Ma se vuoi aspettare, prima di prendere questa decisione non posso biasimarti. E quella di cambiare operatore è solo un’altra possibilità. Magari per te rappresento qualcosa che è finito. Un nodo che hai già sciolto. Magari sono una voce che non hai più bisogno di ascoltare. Rappresento un problema che solo la mia presenza tiene in vita.-

-non è come fuggire dal passato?- chiese Leon ironicamente, un sorriso velato di amarezza.

-o deportarsi nel futuro?-

Era il sorriso del Dottor F, ora ad essere cupo, malinconico. Leon si chiese quanto di quel che lui stava vivendo il suo operatore avesse dovuto affrontare.

-sono stanco- disse all’improvviso.

-e non ti basterà una dormita. Ti dico cosa fare: chiedi un permesso. Resisti altri due mesi al ministero. Poi avrei un anno per dedicarti a te stesso. per stare con la tua famiglia, seguire Surì nella gravidanza e, se vuoi, occuparti di Annick.-

Leon aveva annuito. sì. probabilmente quella non era altro che una sorta di crisi familiare. Non sarebbe bastata una dormita. Ma magari un anno di dormite sì. quando aveva chiesto a Ngamo un permesso di un anno quello non aveva fatto una piega. La situazione era molto delicata. Lo sapevano entrambi, e sapevano anche che era probabilmente troppo presto per monitorare Annick. Eppure Ngamo non aveva fatto una piega nemmeno quando Leon gli aveva chiesto l’assistenza domiciliare di monitoraggio. Aveva detto solo: non prima di otto mesi. E questo era stato sufficiente a far capire a Leon che Ngamo (persino lui) aveva bisogno di consultarsi con qualcun altro. ma avrebbe deciso di fornirgliela, quell’assistenza. Il pericolo che Annick fosse un’onironauta era troppo serio per essere sottovalutato. Surì non poteva essere caricata di quell’insicurezza. Leon aveva deciso di presentarle il futuro come una storia già scritta. Annick sarebbe stata monitorata, punto.

-non possiamo permettere che la gente se ne vada a spasso per i sogni altrui- le disse.

-amore mio, questa è paranoia- era in pigiama, ora, e struccata, e con quegli abiti flosci addosso, mostrava la sua età e allo stesso tempo acquisiva una dolcezza che in lei lui non era abituato a vedere se non rivolta alle figlie. Materna.

-non lo è Surì. Anche tu eri colpita, l’ho visto.–

-sì, certo. Lo eri tu.. lo ero anche io. Ovvio. Ma ho rivalutato la situazione. Annick stava parlando a sproposito e viaggiando con la fantasia. Potrebbe aver sognato un bambino. Ma non è un’onironauta.-

-cosa ti da questa certezza?-

-cosa da a te la certezza che lo sia? E comunque, cosa vuoi che faccia una bambina di sei anni anche ammesso che “vada a spasso per i sogni altrui”? e va bene, poniamo che sia un’onironuata, quindi? Anche fosse?-

Sembrava, di nuovo, più che altro divertita dalla conversazione. Non ne comprendeva la gravità, e probabilmente non capiva nemmeno quanto lui era agitato in proposito.

Aveva sperato di suscitare in lei un po’ di serietà tirando fuori il ministero, ma l’effetto della sua mossa era durato poco. All’improvviso si rese conto che era ridicolo quello che stava accadendo. Era costretto a spiegare il senso di cose che per lui erano DAVVERO FANTASCIENZA a una minorata mentale che era sua moglie. Come poteva essere possibile? Si sentì perso, galleggiante in un mare di confusione all’incrocio con strade tutte impossibili. Si dovette aggrappare ai dischi si lei, per riprendere a respirare. capitava, a volte.

I dischi di Surì pulsavano di luce verde brillante mentre lei si lasciava andare sul letto, stringendo a sé, alla pancia, il cuscino. Lui si sdraiò supino, e le avvicinò il viso all’ombelico, alla fascia di pelle lasciata scoperta dalla maglia.

-stai sottovalutando la situazione- le disse seccamente.

-Annick non ha nulla di particolare. È una bambina. I bambini non fanno altro che chiacchierare con se stessi e inventare storie. Nel giro di una settimana ti sarai scordato anche come ti chiami se ti metti a prendere nota di tutto quello che dice.-

-tesoro, è mia figlia. Ed è possibile che sviluppi un certo tipo di attività mentale. Lo dobbiamo mettere in conto. Questa non è paranoia, è..- “eccesso di zelo” suggerì la sua mente. Gli parte talmente impersonale da dargli la nausea.

-è paranoia!-

-senti, io faccio il lavoro che faccio, e so che se qualcuno fosse venuto da me a dirmi che sua figlia ha..-

-tu hai solo tratto delle conclusioni affrettate da una frase che ha detto. Tutto qui-

sbuffò rigirandosi sulla schiena. La cosa peggiore è che aveva la certezza che sua moglie non cercava di nascondere a se stessa un problema. Di negarlo. Se ci fosse stata paura in lei il verde dei dischi si sarebbe infoschito. Oppure avrebbe semplicemente cambiato colore. E anche se non fosse stato così quale ragione avrebbe mai potuto avere Surì per ignorare il problema? No, semplicemente non lo considerava tale.

Lei desiderava un bambino. Quello di fondo era un capriccio. Come doveva comportarsi un uomo vero di fronte ad un capriccio?

-ascolta- le disse –avremo questo bambino, d’accordo?-

il volto di Surì si illuminò. Era questa la conversazione che si aspettava quando suo marito le aveva proposto di parlare.

-davvero?- chiese. I dischi pulsarono di arancio rosato.

-sì, se mi permetterai di decidere di Annick-

lei riflettè un secondo. Una brusca virata dei dischi all’arancio e poi la vittoria del rosa.

-d’accordo- gli rispose. Si portò una mano alla pancia. lui sapeva cosa stava pensando, coscientemente o meno. Il bambino ora era definitivamente suo e poteva permettersi di amarlo.

Amore.

Quelle persone non avevano idea di cosa fosse la passione.

Il senso stesso della combo uomo vero si perdeva tra le pieghe degli integratori. Edificante, costruttivo, efficiente. La sua mente gli restituiva solo immagine meccaniche dell’uomo vero. C’era qualcosa d’altro? forse no.

Per quell’umanità non esistevano bisogni affettivi e necessità intellettuali. Non c’era odio, rabbia, non c’era passione. Quelle emozioni si originavano da qualche parte dentro, da quel pozzo dal quale lui le sentiva provenire. E il loro pozzo era chiuso. Non c’era rammarico per questo. Era svanito il ricordo di quello uomo significava prima. E non c’era ragione di credere che quel ricordo fosse solo sopito. Che da qualche parte ancora esistessero persone che in loro avrebbero potuto trovare un qualche accordo a quel ricordo. Era tutto finito, e restare aggrappati a un’idea.. era inutile. Superfluo. Controproducente. Quello, il migliore dei mondi possibili, era il mondo delle anime di metallo. Aveva imparato cosa significasse vivere senza bisogni affettivi e necessità intellettuali. Senza picchi. Senza passioni. Senza guizzi che animano il sangue. Si era abituato. Ma quello a cui non riusciva ad abituarsi era l’abitudine. Di quello, lo sapeva, gli parlava il suo operatore quando gli proponeva affettuosamente e cortesemente una cura ONYO. Dimenticare di essersi abituato. Dimenticare di essersi rassegnato ad aver chiuso quel pozzo. Era poi servito a qualcosa all’umanità? Era il presente a dare la risposta.

Per quell’umanità per ogni problema c’era una soluzione semplice. Per certi versi, seduto sul divano, ascoltando musica leggera, sentendosi come al solito nel luogo (e nel tempo) più sbagliato al mondo, provò sollievo. Aveva parlato con Ngamo. Aveva accettato che fosse il sistema ad occuparsi di Annick. E se il sistema voleva che lui dimenticasse, allora avrebbe dimenticato.

Quella era una soluzione semplice.

Ripensò alla conversazione con Ngamo. “profondo” aveva detto. “ voi rendete tutto così profondo”.

Leon si stava congedando e si era fermato sulla porta.

-Nagmo- l’aveva chiamato –posso farti un’ultima domanda?-

-certo-

-ho deciso che avrei tenuto il bambino quando Annick mi ha detto di averlo sognato. Non c’è qualcosa di paradossale, in questo? Qualcosa di strano?-

-in che senso?-

-se lei è.. –aveva deglutito, per farsi forza –se lei è un’onironauta e si è infilata nel sogno del bambino.. vuol dire che il bambino nel futuro l’abbiamo avuto. Ma ho deciso di averlo quando lei mi ha detto d’averlo sognato. Non è.. strano? Non è come destino, o come..- gli mancarono le parole.

Ngamo gli rispose con un sorriso paterno.

-parlane con il dottor F.-

-tutto qui?-

-Leon, non offenderti, ma vieni da un mondo che si attuava secondo logiche molto differenti da quelle che regnano nel nostro. La realtà, ora è infinitamente più vasta di quella che hai conosciuto tu da giovane.-

-ne parlerò al dottor F-

Ngamo aveva annuito.

L’ONYO, il tappabuchi della coscienza.

Combattere per rimanere se stesso non avrebbe alleviato le sofferenza di Annick.

Combattere per rimanere se stesso non avrebbe dissolto il senso di frustrazione causato dal fatto di abitare un mondo di paradossi. La musica si era spenta. Abbandonò a bracciate sforzate la sua boa, dirigendosi verso la spiaggia, cercando di non domandarsi spiegazioni. Quella spiaggia.

Accese la Touch del divano e sfiorandola con le dita trovò il contatto del suo operatore. Infilò la capsula telefonica nell’orecchio, avviò la comunicazione con un tocco dell’indice e attese che il dottor F. rispondesse.

fine II episodio.

continua con: 3. Il dono.

Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.
Chiara Silvani

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Chiara Silvani

Chiara Silvani

Nata a Roma il 29/12/89, vive a Firenze. Studentessa di filosofia presso Università degli studi di Firenze, iscritta al quinto anno. Parla e scrive in lingua russa che studia presso associazione Italia-Russia di Firenze. Studia la lingua francese. Ha insegnato inglese in Siberia (Kransnoyarsk) e italiano a Rostov-on-don, Russia.

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