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Cosa si rende necessario oggi alla letteratura?

Durante il periodo scolastico ci insegnarono che essa era l’esposizione limpida del contesto storico, e che tale necessità veniva retta dalle più concrete “teorie” filosofiche del tempo. Non una definizione rigida, basti pensare a quanti autori – specie nell’età più iconoclasta della storia umana quale fu l’Ottocento, per prendere un esempio a caso – si siano resi trasversali tra impegno politico, ricerca filosofica e arte letteraria. La domanda posta poc’anzi ha uno scopo ben mirato: non intendo ricreare il microcosmo presente nel panorama letterario internazionale contemporaneo, né ricercare risposte a domande vuote come “Cos’è la letteratura?” che lasciano il tempo che trovano come un contadino intento a contare le spighe di grano.

Intendo anche fare una netta distinzione, che tornerà utile dopo per comprendere il delirio che ne verrà fuori: un conto è saper citare autori e opere inerenti alla mia domanda; un conto saperci ragionare, sulla domanda posta. Non leggerete, di fatto, una sequela di autori portati per avvalorare le mie convinzioni (anche se implicitamente molti di questi mi hanno spinto a pormi la domanda), ma son sicuro che – per chi è più esperto di me sul campo – potrà trovare altresì tanti altri autori che potranno far cadere le mie idee.

La letteratura, bella o brutta che sia – “Non necessariamente tutta la letteratura deve esser bella” disse una volta qualcuno -, è sempre riuscita a tracciare con una parvenza di universalità i pensieri e le attitudini della società in cui sono nate, le parole usate andavano dritte al punto perché erano prodotto del loro tempo: necessità dell’esposizione, come detto prima. Eppure, la tendenza all’autoreferenzialità che si riscontra oggigiorno ha teso a una totale debacle di questo paradigma secolare: complice forse il postmodernismo, la caduta dell’URSS – che ci ha spinto a crede che la Storia oramai fosse conclusa – e i successivi attacchi dell’Undici Settembre, che hanno riportato la mente narrativa umana a tornare su passi più concreti di racconto? Non lo so, sta di fatto che anche da una visione di marketing ognuno è possibilitato a poter pubblicare le proprie opere e avere un tornaconto economico, che sia un’opera bella o una cagata pazzesca.

È il vantaggio, l’enorme vantaggio, dato a noi comuni mortali che ricadiamo inconsapevolmente e poco correttamente nella generazione dei nativi digitali (ditelo a me, che son nato a cavallo tra la caduta del muro di Berlino e l’apice di MySpace, se centri di più con il primo o con il secondo): nel mare magnum di potenziale conoscitivo, culturale e informatico postoci davanti, la tendenza settoriale quantitativamente si dimostra più prolifica rispetto al passato ventennio.

Ma qualitativamente?

Autoreferenzialità, dicevamo: perché è lo strumento più facile da poter usare, sia a livello narrativo sia a livello contenutistico, sperando di creare quella intimità culturale tra lo scrittore e il lettore che difficilmente potevamo avere anche solo vedendo chi, seduto al nostro fianco su un treno, leggeva il libro del nostro autore preferito. Ma su un treno la probabilità è molto bassa; su Internet abbiamo gruppi dedicati per creare la cosmogonia attorno allo scrittore, creare meet-up e incontri appositi per poterne discutere o anche solo per vedersi in carne e ossa e – cosa ancora più importante – poter interagire direttamente con gli “dei” in prima persona, istantaneamente e grazie solo a una connessione.

La qualità: che sia migliore o peggiore, o in egual misura, dei tempi andati, oggi rientra nelle domande da contatore di grano. Quando i nostri nipoti saranno cenere per concimare le cipolle, allora forse si avrà una risposta degna. Da contemporaneo però posso dire che – tranne casi di marketing che durano circa un lustro – nomi di un certo spessore ne ho sentiti veramente pochi. Probabilmente perché, appunto per tale tendenza settoriale, non si sente più il desiderio di dover essere ad ampio respiro, di ricercare l’universale umano per poter fare letteratura. La letteratura, come la Storia, è dunque finita?

Andiamoci piano con le parole.

Internet: più della televisione, questo strumento è stato capace di sincretizzare ogni forma narrativa nel modo più semplice e banale possibile: audio, video, testo e immagini non hanno più una collocazione determinata e al tempo stesso trovano nuova linfa vitale con un’immediatezza ancora più lampante rispetto al passato. E il passato stesso che si nutre di tale immediatezza: opere e autori totalmente sconosciuti alla massa trovano accoliti sempre più numerosi, vuoi per un sito pirata russo, vuoi per materiale con i diritti scaduti. Paradossalmente, i tempi moderni hanno giovato più al passato che al presente. Ho ben chiara nel mio ragionamento la definizione della più volte abusata terminologia del “postfattuale” in campo giornalistico: rendere la notizia sensazionale, anche se tratta dell’ennesimo gatto di cui abbiamo visto il video mesi prima. O ingigantire un evento aggiungendo dettagli totalmente inutili ai fatti, stravolgendone completamente la percezione di essi. Ma cosa si faceva prima che ora non si fa o si fa di più?

La mia non è una posizione reazionaria, ma un’analisi: forse perché Internet non è mai stata una rivoluzione, semmai una convoluzione di ciò che avevamo già attorno, senza renderci conto che sin dal principio una narrativa è correlata all’altra, che non esistono compartimenti stagni nel pensiero, scientifico o artistico che sia, di tutta l’umanità. Siamo solo all’ennesimo primo gradino verso la scalinata enorme che porta in cima al problema, e Internet ha potuto – oltre a velocizzare i tempi di reazione – far crescere esponenzialmente le nostre ambiguità e contraddizioni.

Dunque, che cosa si rende utile alla letteratura? Il continuare a nutrirsi di sé stessa, ché le risposte – da qualche parte – ci son già.

Cosa si rende necessario oggi alla letteratura? Trovare il secondo gradino.

Come fare? Ora stiamo tornando a contare le spighe.

Davide Nudo

Davide Nudo è nato, vive e morirà.

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